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Carol Dweck e il mindset: niente talento, solo impegno

Giusy Gaudino di Giusy Gaudino
30 Giugno 2021
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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È pensiero comune che in ogni campo della vita – la scuola, lo sport, il lavoro – esistano soltanto due direzioni: il fallimento, tipico delle persone ritenute scarse, e il successo, appartenente a chi ha da sempre una marcia in più.

In un determinato ambito, alcuni ottengono grandi risultati mentre altri restano indietro. E, da sempre, questi ultimi vengono abituati all’idea che in fondo non hanno colpe perché, semplicemente, non sono adatti al dato contesto, non hanno attitudine per quel preciso sport o strumento musicale, sono negati in una specifica materia, non hanno possibilità in una certa attività. I migliori, quelli che riescono brillantemente nelle competizioni, nei test e nelle sfide, invece, sono coloro che hanno una dote naturale.

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Di fronte a una simile constatazione dei fatti, quindi, sorge spontanea una domanda: esiste davvero il talento innato oppure è una giustificazione? Quelli che hanno successo sono solo fortunati per la loro capacità oppure dietro ogni vittoria risiede un lungo percorso di impegno e sacrifici? E quelli che non ce la fanno, invece, sono semplicemente incapaci oppure avrebbero dovuto fare di più?

A molti sarà capitato almeno una volta, a scuola, di ricevere un bel voto commentato dai propri compagni con la spiazzante espressione Ah, che fortuna!. Quella, però, non era fortuna, né talento innato, tantomeno una dote che si possiede dal momento in cui si è venuti al mondo. Era tutta questione di pratica, esercizio e impegno. Emergere non significa essere stati fortunati, ma raccogliere i frutti di un duro lavoro.

A dircelo è la psicologa americana Carol Dweck, laureata al Barnard College e con un dottorato di ricerca conseguito a Yale. Attualmente ha una cattedra di Psicologia a Stanford, ma in passato ha insegnato nella Columbia University, a Harvard e presso l’Università dell’Illinois.

Nella sua carriera incentrata sugli studi di Psicologia, la Dweck si è specializzata sul cosiddetto mindset, la forma mentis. I suoi studi e il suo libro – nella versione italiana Mindset. Cambiare forma mentis per raggiungere il successo – sostengono che l’affermazione dipenda unicamente dal modo in cui l’individuo si approccia al contesto in cui il suo potenziale viene messo alla prova. Ossia, è come si affronta una sfida a determinare i nostri risultati.

In base al tipo di approccio, la dottoressa statunitense divide il mindset in due tipologie, fixed (statico) e growth (dinamico).

Il fixed mindset è tipico di coloro che reagiscono in forma passiva e statica agli stimoli esterni, percependo le proprie sconfitte come inevitabili e addirittura determinanti per il proprio futuro. Il fallimento e le critiche altrui su un certo errore sono la riprova che non c’è possibilità di potercela fare, e la sola strada percorribile è la rinuncia.

Al contrario, la riuscita di molti è esattamente frutto di un insuccesso precedente. Un growth mindset, una mentalità dinamica, spinge le persone a fare di più per trasformare una disfatta in un trionfo. Sono coloro che imparano dai propri errori mutandoli in un punto di partenza per potersi migliorare e raggiungere così esiti positivi. Il cervello è un muscolo sottoponibile a un costante allenamento, e gli sbagli e le critiche sono un importante attrezzo per il personale perfezionamento, piuttosto che un motivo per sentirsi umiliati. Ogni sfida e ostacolo esistono affinché li si possa superare, e non per rifugiarsi nel proprio mondo, chiusi a ogni possibilità di trasformare un potenziale in realtà.

Cos’hai imparato oggi? Quale sbaglio hai fatto che ti ha insegnato qualcosa? In cosa ce l’hai messa tutta oggi?

È così che la professoressa Dweck spinge il proprio pubblico di lettori e ascoltatori a fare di più, a cogliere le sfide come un’occasione di crescita.

Se si insegnasse alle persone fin dai primi anni di vita che ogni loro successo o fallimento non dipende da doti innate ma dal costante impegno, dunque, probabilmente a quest’ora il nostro Paese non sarebbe arrivato alla triste decisione di eliminare, nelle scuole primarie e secondarie, possibili bocciature. Queste ultime, infatti, sono una preziosa opportunità da non negare agli studenti, poiché offrono la possibilità di ripetere un percorso affrontato nel modo sbagliato per conseguire ottimi risultati nelle materie che sembravano un ostacolo insormontabile.

Chi a scuola non ce l’ha fatta non va reputato un fallito, una persona senza speranze a cui offrire una scorciatoia con banali e striminziti corsi di recupero, bensì necessita di ripetere il medesimo anno scolastico con un atteggiamento nuovo, positivo, basato sull’impegno.

Perché tutto ciò di cui le persone hanno bisogno è sapere di potercela fare e di non essere seconde a talenti che saranno sempre un pizzico avanti. I passi si fanno con le proprie gambe, certamente con il supporto di qualcun altro, ma senza lasciarsi portare sulle spalle, perché permettere ciò significa credere di non essere in grado di raggiungere un traguardo con le proprie forze. Ed è soltanto una grandissima bugia.

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