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Cara di Castelnuovo: al via le deportazioni

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
24 Gennaio 2019
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Se questa è la settimana della Memoria, di certo quanto sta accadendo nelle ultime ore alle porte di Roma può dirsi la migliore delle rievocazioni storiche. Senza preavviso, infatti, le autorità hanno invaso il Cara di Castelnuovo di Porto per svuotarlo dei circa 500 migranti attualmente ospitati. L’obiettivo, come voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, è chiudere il centro di accoglienza per richiedenti asilo – il secondo più grande di Italia – entro il prossimo 31 gennaio, appena quattro giorni dopo la commemorazione dell’Olocausto. Non a caso.

La notizia, un po’ come per Riace, è giunta improvvisa, sconvolgendo la quotidianità dell’intera comunità, prontamente mobilitatasi a favore dei migranti dapprima con appelli sui social, poi con una marcia pacifica, infine con offerte di ospitalità nelle proprie abitazioni – con buona pace di quelli che amano rispondere con un simpatico perché non te li porti a casa tua? – e un invito al governo affinché possa ripensarci, quantomeno nei tempi e nei modi. Entro il 26 gennaio, infatti, 300 richiedenti asilo verranno trasferiti in altre regioni italiane, a esclusione del Lazio, con relative problematiche per le pratiche della richiesta di protezione internazionale presso la Commissione territoriale o dei ricorsi avviati presso il Tribunale di Roma, perdendo anche il sostegno legale affidato loro su base locale. «Questo centro ormai faceva parte di Castelnuovo di Porto. Essendo qui da dieci anni, era parte integrante di questa comunità. Dalla Prefettura non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, la comunicazione che è arrivata al gestore dice che entro sabato dovranno essere ricollocati 300 richiedenti asilo e che entro questa data devono essere avviate le espulsioni dei ragazzi che hanno protezione umanitaria. Il Comune non è stato coinvolto, è questo che è mancato. Io non dico che il Cara non debba essere chiuso, ma è un qualcosa che andava concertato con l’ente locale, credo che Castelnuovo ne abbia diritto  perché sono dieci anni che fa fronte a questa emergenza, di qui sono passate 8mila persone. Ci voleva un po’ di rispetto per un ente locale che ha fatto tanto non solo per l’Italia ma anche per l’Europa» ha sostenuto il Sindaco Riccardo Travaglini.

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Uomini, donne e bambini verranno separati e deportati chissà dove, in un nuovo viaggio che li vedrà, ancora una volta, perdere tutto, in particolare l’unica cosa che chiedono e di cui necessitano, la normalità. «Siamo dispiaciuti e preoccupati. Chiediamo che non vengano trattati come bestiame», ha sentenziato il parroco José Manuel Torres. «Tanti di loro hanno instaurato rapporti con i cittadini del posto – gli ha fatto eco Marilena Bartoli, operatrice della Cooperativa Auxilium che gestiva i servizi del centro – fanno volontariato, giocano nelle squadre locali, aiutano come possono, hanno persino spalato la neve nei vialetti di chi non ce la faceva. Adesso si trovano a dover cambiare tutto, a dover cambiare città, amici. Credo che quello che hanno passato prima di arrivare qua dovrebbe già bastare per tutta la vita».

Diverse, invece, le parole del Vicepremier leader del Carroccio, che ha confermato la sua linea anti-immigrazionista e terribilmente populista: «Se sei qui a chiedere asilo politico, non puoi certo pretendere di andare a Cortina. Lo Stato pagava un milione di euro per l’affitto di Castelnuovo e cinque milioni di spese di gestione. Ma si sono ridotti gli sbarchi e ho deciso di fare una scelta di normalità per una struttura dove sono stati dimezzati gli immigrati ospiti: da mille a 534. La decisione da prendere in questi mesi era se rinnovare la convenzione oppure no. Chiudendo un centro sovradimensionato abbiamo risparmiato fondi e liberiamo un’enorme struttura. Sono ben contento di continuare un percorso di risparmio e legalità. Lo abbiamo fatto in questi mesi in altri centri e lo faremo anche, ad esempio, in un centro contestato e chiacchierato come quello di Mineo. Chi ha diritto – ha concluso – sarà ospitato in altre bellissime strutture. Di certo, mi rifiuto di spendere 6 milioni di euro all’anno dei cittadini italiani». Non pervenuti, invece, gli alleati di governo che, forse, vedranno un tweet scandalizzato del Presidente della Camera Roberto Fico, pentastellato più o meno fintamente pentito.

Intanto, a fare concreta opposizione, un po’ come in una Tienanmen dei nostri giorni, la deputata Rossella Muroni che ieri ha impedito a un pullman carico di migranti di lasciare il Cara, restituendo dignità a quel Liberi e Uguali di cui ancora non avevamo chiara la funzionalità. La parlamentare, infatti, ha preteso maggiori informazioni dalla Prefettura in merito alla destinazione del veicolo affinché gli ospiti a bordo potessero avere quelle garanzie sin dal primo momento reiteratamente negate: «Stiamo parlando di persone e non di animali. Hanno diritto di sapere cosa li aspetta». Ad aspettare molti di loro, tuttavia, non ci sarà nessuna struttura, nessun centro di accoglienza, nessun luogo sicuro, forse la strada. E questo grazie al decreto (in)sicurezza varato dall’attuale esecutivo. Depotenziati gli Sprar, infatti, il Servizio centrale di protezione per richiedenti asilo, il sistema di accoglienza successivo ai Cara, gli immigrati – a esclusione di minori non accompagnati e rifugiati riconosciuti tali – sono praticamente esclusi da qualsiasi progetto di inclusione e regolarizzazione, con il rischio di vederli abbandonati a se stessi o alle mafie, a chi li sfrutterà promettendo la vita. Oltre ai migranti, inoltre, c’è il rischio di vedere a spasso pure i 107 operatori del centro di accoglienza laziale. Di colpo, infatti, anche per loro il Cara diverrà soltanto un lontano ricordo, forse il pretesto per richiedere il tanto pavoneggiato reddito di cittadinanza. La pacchia, quindi, ricomincerà solo per Salvini che, ancora per un po’, potrà tirare a campare grazie alla caccia all’uomo nero, uno slogan trito e ritrito ma vincente in un’Italia capace di coniugare i verbi solo al passato – su Di Maio, però, non scommettiamo –, un Paese pronto a vestire, il prossimo 27 gennaio, il pigiama a righe, seppur festante dinanzi a un altro barcone in balia delle onde.

Non ce ne vogliano i detrattori dell’umanità speranzosi di indignarsi, ma a Castelnuovo di Porto fino a questo momento nessun problema di ordine pubblico o di resistenza si è verificato. Le persone in procinto di essere trasferite si stanno fidando completamente. Noi per niente.

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