Campania - De Luca
Il Fatto

Campania: è tempo di essere responsabili (e potrebbe non bastare)

La Campania sta vivendo ore e giorni di paura. I contagi da coronavirus sono in costante aumento da settimane e l’ipotesi di nuove chiusure non è più lontana dall’accadere. La regione di Vincenzo De Luca – fresco di riconferma – è passata dalle glorie di una gestione determinata e reattiva ai primi focolai che andavano registrandosi nel nord del Paese che aveva portato Napoli e gli altri capoluoghi prossimi a dichiararsi COVID-free, a fare, oggi, da maglia rosa di un Giro d’Italia che non ha vincitori né onori, solo drammatici numeri da contare.

Ormai quotidianamente, in Campania si accertano oltre 200 nuovi casi di positività al COVID-19, nonostante il numero di tamponi effettuati sulla popolazione continui a risultare tra i più scarsi in rapporto alle altre aziende sanitarie locali. Non è improbabile, dunque, che un esercito di asintomatici non tracciati seguiti a vivere – senza coscienza – la propria quotidianità a contatto con altrettante persone a rischio, il che, considerata la straordinaria densità demografica della regione, si tradurrebbe in un pericolo non più sottovalutabile. È il momento, per ognuno, di intervenire lì dove può, di far leva, ciascuno, sulle responsabilità che gli competono.

La drammatica situazione che già si registra in regione e, ancor più, il quadro che gli esperti dipingono in relazione alla curva esponenziale degli ammalati, è il risultato di un’incredibile operazione di negligenza, superficialità e opportunismo da parte di tutte le parti in causa. Vincenzo De Luca – primo responsabile della salvaguardia della popolazione della Campania – ha riposto il lanciafiamme in soffitta per tutto il periodo estivo, in attesa di passare la competizione elettorale senza mettere a repentaglio la popolarità conquistata durante il lockdown. Lo sceriffo è passato dal minacciare persone costrette in casa a girare lo sguardo di fronte a quanti oggi, a piede libero, si fanno beffa di regole e istituzioni.

Il direttore dell’ospedale Cotugno di Napoli, il prof. Maurizio Di Mauro, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano online Open ha denunciato quanto qualunque cittadino ha potuto constatare nel corso dei mesi estivi: «Vivo l’ospedale e vivo anche la città, sarei un ipocrita se in questo momento non dicessi che c’è un grande senso di irresponsabilità da parte dei cittadini. Non stanno osservando alcuna regola. Né di distanziamento, né di mascherina, né di sanificazione, nulla. E considerata la densità degli abitanti il rischio è doppio rispetto a qualsiasi altra regione d’Italia».

Basta, infatti, passeggiare lungo qualunque via dello shopping delle nostre città per osservare bar pieni zeppi, camerieri senza la mascherina, distanze inesistenti tra i tavoli. Le normative previste dai più recenti decreti legge emanati dal Governo non sono mai mancate, seppur più leggere rispetto alle misure restrittive dei mesi precedenti. Perché, dunque, assieme ai divieti sono sparite anche le forze dell’ordine preposte al controllo?

«Possiamo emanare altre dieci ordinanze ma se le forze addette a controllare che le regole vengano rispettate non vengono messe in campo in modo adeguato, sarà difficile non fare gli stessi errori. Questa è sicuramente una criticità di gestione del territorio che ha condizionato gran parte del periodo estivo e quello che ora la Regione Campania è costretta a vivere».

A fronte di ciò, non si può però non condannare con forza quanto anche la responsabilità personale sia venuta meno. L’italiano medio si è, infatti, dimostrato incapace di osservare le minime regole di senso civico, sordo di fronte all’ipotesi di rappresentare un pericolo per se stesso e le persone con cui interagisce per motivi personali o lavorativi, un bambino capriccioso e incapace di stare in ordine senza la maestra a suggerire come comportarsi.

Che le frasi che ci hanno accompagnato durante i mesi di isolamento – ne usciremo migliori – fossero pronunciate senza alcun fondamento, quasi a chiudere gli occhi di fronte alla disumanità di cui tanti già si stavano dimostrando capaci, non ci aveva mai illuso di un’umanità ritrovata, finalmente stretta in un rinnovato senso di solidarietà. L’oltraggio, in questo caso – in Campania come nel resto d’Italia –, è rivolto allo sforzo dei medici stremati a salvare vite della scorsa primavera, ai tanti morti portati fuori dalle città nei camion dell’esercito, e ciò non è degno di un Paese che si ostina a dichiararsi civile. Anche in quest’occasione, sposiamo le parole del direttore del Cotugno di Napoli.

«Dire che sono arrabbiato è un eufemismo, è troppo poco. Stiamo vanificando tutto il lavoro degli operatori sanitari che in prima linea per mesi hanno corso, si sono contagiati e sono anche morti. La leggerezza che vedo nei bar o nelle strade suggerisce un senso di onnipotenza da parte delle persone che mi sembra assurdo».

Il guadagno assicurato ai commercianti e agli imprenditori, la politica del consenso e – non ultima – la libertà che ognuno ha voluto a tutti i costi riconquistare, ha reso ciechi di fronte all’ipotesi di adoperare piccole, quasi irrilevanti rinunce, gesti d’attenzione che non avrebbero precluso alcunché, semmai avrebbero reso più sereno e sicuro il ritorno alla normalità di settembre. Il menefreghismo degli interessi si è mostrato ai più svariati livelli. 

È una storia già letta, una narrazione stantia e nauseabonda, l’uomo che determina su tutto il resto, dalla natura ai suoi simili, arrogante nella sua mai sazia conquista. Finché gli interessi – che abbiano il colore macchiato dei soldi o l’odore di chiuso di una finta libertà – saranno più importanti anche di una sola, singola vita, non ne usciremo. È il momento, per ognuno, di intervenire lì dove può, di far leva, ciascuno, sulle responsabilità che gli competono. E potrebbe essere tardi. E potrebbe non bastare.

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