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Il Fatto

Caivano: quando la periferia è centro della nostra colpevolezza

Di Caivano non si parla. A Caivano non succede mai niente. Mai fino a quando la cronaca non fa troppo rumore per essere taciuta. Mai fino a quando la stampa locale e nazionale si accorgono di una periferia che si improvvisano a spiegare. È il caso di Maria Paola Gaglione, la giovane uccisa dal fratello perché rea di un amore infetto, o della piccola Fortuna Loffredo, la bambina abusata e poi scomparsa nel Parco Verde. Come Antonio Giglio, quattro anni e una vita ancora da scoprire. Storie talmente violente da non lasciare scampo all’uditorio, tantomeno alla politica, di colpo costretta a inventarsi domande per non dare risposte.

Perché è così che funziona, di solito: titoli più o meno accattivanti si rincorrono e ripetono, le tribune televisive fanno a gara ad alzare la voce, l’opinione pubblica si indigna, si interroga, si chiede dov’è che ha sbagliato. Poi, con un colpo di spugna, dimentica ogni cosa. Vittime e carnefici, giornalisti e finti tali, politici e religiosi, avvoltoi onnipresenti. Il tutto fino al prossimo episodio, alla prossima tragedia, alla prossima periferia. Quando le telecamere tornano a riaccendersi e i microfoni a urlare. Intanto, Caivano scompare di nuovo, torna provincia, si chiude in se stessa, sola nella morsa di una trappola che le somiglia, nella mediocrità di un presente che è sempre troppo passato e, invece, non passa mai.

Era il 1980 quando un violento terremoto distrusse l’Irpinia. Novanta secondi per un totale di 280mila sfollati. Per rispondere all’emergenza abitativa – tutt’oggi in essere – si decise così di erigere i palazzoni del Parco Verde, molti degli edifici di Scampia e Ponticelli, soltanto alcune di quelle aree che il tempo – stando a una narrazione comunque parziale e sommaria – ci avrebbe presentato come insicure, covi di criminalità e degrado, ghetti di una malavita politica che finanzia quella di strada. Talvolta finendo con il diventare tutt’uno. Come in Irpinia, ancora adesso fortino di quella classe dirigenziale a cui spesso sono state imputate le mani su una ricostruzione che resta un buco enorme nella legalità italiana. Come a Caivano, dove nel 2019 la Corte dei Conti ha aperto un’istruttoria sui sindaci e i funzionari municipali che per anni hanno avallato danni erariali per milioni di euro e un Comune in dissesto. Come nel Parco Verde, un agglomerato di povertà, disperazione e droga.

Nato per ospitare i terremotati, conta oggi più di 6mila abitanti e una reputazione che ha portato forze dell’ordine e stampa a definirlo la più grande piazza di spaccio d’Italia, forse d’Europa. Così si dice, almeno. A fare, invece, ci pensano in pochi e il più delle volte durante i tour elettorali. Basta interrogare quelle tante persone perbene che vivono nei palazzoni ammassati e spenti, grigi come una narrazione fatiscente, funzionale al necroturismo di vuoti e rari reportage, richiede per alimentare il mercato del circo che è la periferia nell’immaginario collettivo italiano. Un’etichetta scomoda e appiccicosa che le stesse persone perbene non hanno voluto ma da cui, sole e senza mezzi, non possono svincolarsi.

Il tasso di dispersione scolastica nel noto quartiere di Caivano è pari quasi al 50%. Uno su due dei suoi residenti non va o non è mai andato a scuola negli anni dell’obbligo, in tantissimi non hanno un’occupazione fissa o un impiego che sia riconosciuto come tale dalla legge. In molti lavorano a nero, in troppi lavorano senza alcun contributo o garanzia, in tanti al soldo dell’unica istituzione veramente vigile della zona. E non solo perché lo spaccio, qui, è principale fonte di guadagno, ma perché la camorra prospera e vigila quando anche chi non c’entra niente tace e si sta, compra in quei negozi, a quei prezzi, quelle specifiche marche; quando i commercianti, per alzare la serranda, chiudono gli occhi e aprono il portafogli; quando di sera, se serve, la luce si spegne più presto, le finestre si accostano, il traffico di motorini, mani e soldi non fa più impressione. E se lo fa, si nasconde bene.

Per anni, nel corso dell’ultimo decennio, abbiamo letto di una camorra acciaccata, scossa dalle incredibili operazioni di pulizia dei quartieri di Secondigliano e Scampia. In particolare, sulle strade all’ombra delle Vele si sono scritte pagine e raccontate storie che ci hanno convinto dello smantellamento di un sistema e di un modus vivendi che, a lungo, hanno relegato ai margini del mondo civile aree poi rivelatesi officine di sogni, solidarietà e cultura. Eppure, non ci siamo mai realmente impegnati a leggere tra le righe, a farci più domande del dovuto, a chiederci: è davvero cambiato qualcosa? Se lo avessimo fatto, non staremmo oggi a titolare di Caivano come nuova Scampia, a raccontare di un altro supermercato delle sostanze stupefacenti, a utilizzare lo stesso linguaggio dispregiativo che in passato abbiamo dedicato a uno dei quartieri meno compresi di Napoli, per tutti l’unità di misura del malaffare. Ancora una volta, informazione, politica e opinione pubblica sono state complici della stessa mano criminale che, mentre puntava il dito su Gomorra, raccoglieva le proprie cose e migrava più a nord, verso la Terra dei Fuochi, lì dove non c’è giorno che non abbia la puzza di bruciato in bocca. Se lo avessimo fatto, oggi tutta questa retorica su Caivano, il Palazzo Verde, sull’ignoranza di chi lo abita e ha ucciso Maria Paola nell’inconsapevolezza della propria omotransfobia si concentrerebbe sui reali motivi dell’omicidio.

Perché non basta derubricare l’inaudita violenza di questa morte a un episodio di periferia, non basta giustificare l’odio con il degrado delle zone ai margini delle nostre città, non basta e non si deve mettere distanza tra noi e loro, tra centro e dintorni, tra gente perbene e criminali, come se poi le due cose fossero strettamente correlate. Non basta parlare di Caivano come di un sobborgo dimenticato e da dimenticare. Perché quasi 38mila abitanti ne fanno una provincia al pari di tante di un Paese che di metropoli ne conosce poche, forse un paio e che, anziché sentirsene superiore, prima dovrebbe culturalmente sprovincializzarsi.

È sbagliato e mistificatore collocare geograficamente l’efferatezza di un omicidio, equivale a deresponsabilizzare colpevoli e complici, a lavarsene ancora le mani, a voltarsi dall’altra parte, a ignorare quelli che sono i reali motivi di una condanna a morte che, invece, ha un nome preciso: patriarcato. Quella malsana visione di una società maschia per eccellenza, dove l’uomo decide e la donna non ha nemmeno la facoltà di acconsentire, dove l’uomo è e la donna, semplicemente, non è. Tematiche che contraddistinguono questo Paese e di cui, per lo stesso motivo, non si parla. Non si può parlare.

Senza andare troppo indietro nel tempo, basta rileggere gli articoli dedicati alla vicenda, riascoltare i telegiornali e le innumerevoli trasmissioni che le hanno riservato uno spazio apparente. Cira, ragazza trans, relazione LGBTQ+, un tentativo maldestro di etichettare qualcosa che non aveva – e non ha – alcun bisogno di etichette: la libertà dell’amore. Nulla di diverso dallo speronamento del motorino su cui i due fidanzati viaggiavano. Nulla di diverso dalla benzina che lo ha alimentato.

Non è questa, in fondo, la ricerca smisurata di trovare una logica all’illogicità dell’odio? Non è questa l’ennesima imputazione di colpa per distrarre l’uditorio? Le periferie come fabbrica della criminalità, i migranti come stupratori, i musulmani come terroristi. Il tutto, senza andare nelle periferie, senza abbracciare un migrante, senza conoscere un musulmano, convinti di sapere ogni cosa affinché niente si sappia davvero. Affinché Maria Paola, Ciro, Caivano, Gomorra siano uno specchio rotto senza riflesso: il nostro.

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