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Caino e Abele: l’errare umano e l’architettura

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Giugno 2019
in Lapis
Tempo di lettura: 6 minuti
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La divisione dell’umanità in nomadi e sedentari è un concetto primitivoe da esso, come diretta conseguenza, derivano due modi di abitare il pianeta che cambiano del tutto la concezione dello spazio. Esistono due figure parallele: i sedentari, ovvero coloro che abitano le città e che possono essere considerati gli architetti del mondo, e poi i nomadi, coloro che invece abitano i deserti e tutti gli spazi vuoti che sono considerati anarchitetti, sperimentatori che attraverso l’architettura trasformano il paesaggio.

Già nella Genesi con Adamo ed Eva c’è una prima divisione sessuale dell’umanità, a cui fa seguito, nella seconda generazione, una scissione dello spazio. Il mito di Caino e Abele, secondo gli studi di Francesco Careri nel suo Walkscapes, può quindi essere rivisitato in chiave architettonica. La stirpe umana è divisa in due vie, anime che incarnano i figli di Adamo ed Eva: c’è Caino che è l’anima sedentaria, mentre quella di Abele è la nomade. Al primo è concessa la proprietà di tutta la terra, al secondo invece la proprietà di tutti gli esseri viventi.

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Spesso i genitori danno per scontato che due fratelli siano destinati ad amarsi, tuttavia nel pensare questo non valutano un fattore importante. Tutti gli esseri viventi hanno la necessità di spostarsi e vivere e per farlo hanno bisogno della terra e, in particolar modo, anche i pastori ne hanno necessità per far pascolare il proprio bestiame. Proprio come può accadere tra fratelli, scoppia una lite, ma in questo non vi è nessuna riappacificazione in quanto Caino dopo aver accusato Abele di aver sconfinato decide di ucciderlo, condannandosi alla condizione di eterno vagabondo. Se coltiverai la terra, essa non ti darà più il suo prodotto e tu sarai errante e fuggiasco sulla terra.

I due fratelli sono molto diversi, infatti Caino è l’homo faber, ovvero l’uomo che lavora e che sfrutta la natura per poter costruire un universo tutto nuovo, ma sempre artificiale; Abele è l’homo ludens, l’uomo che gioca, che costruisce un effimero sistema di relazioni tra la natura e la vita, come scrive ancora Francesco Careri. Sicuramente le attività svolte dai due sono molto differenti tra loro e offrono anche diverse possibilità, infatti Abele, ha il compito di andare per prati e far pascolare il bestiame, un’attività che lo spinge a viaggiare, muoversi e vedere luoghi nuovi, mentre Caino è costretto ad arare i campi, a seminare e a raccogliere i prodotti; un tempo dedicato al lavoro duro rispetto a quello del fratello che esplora territori, in una sorta di gioco avventuroso.

Proprio questo tempo ludico dà la possibilità ad Abele di sperimentare e costruire un primo universo di simboli intorno a lui: il camminare attraverso il paesaggio gli permette di “mappare” lo spazio che lo circonda, attribuendo a esso valori simbolici ed estetici; ed è proprio questa attività che porta alla nascita dell’architettura del paesaggio. Al concetto del camminare si associa quindi la creazione artistica, ma anche il rifiuto del lavoro e quindi dell’opera che si svilupperà con i dadaisti e i surrealisti parigini. Careri la definisce una pigrizia ludico-contemplativa alla base della flânerie anti-artistica che attraversa il Novecento.

L’errore fratricida è punito con l’erranza senza patria, un perdersi eterno. Eppure, alla morte di Abele, è proprio la stirpe di Caino a costruire le prime città, dando inizio alla vita sedentaria e questo comporta anche macchiarsi di un altro peccato che racchiude in sé quelle che sono le origini dell’agricoltore e del nomade, vissute entrambe come punizione e come errore.

Il genere umano è quindi diviso in due famiglie che vivono in due spazialità che Careri così descrive: quella della caverna e dell’aratro che scava nelle sue viscere per crearsi il proprio spazio e quella della tenda che si sposta sulla superficie terrestre senza lasciare tracce del proprio passaggio. Due modi di abitare la terra che si evolvono in altrettante differenti modalità di concepire l’architettura: un’architettura intesa come costruzione fisica dello spazio e della forma, contro un’architettura intesa come percezione e costruzione simbolica dello spazio.

In conclusione, sembra quasi che l’architettura nasca come necessità di uno spazio dello stare – come lo definisce Francesco Careri – che si contrappone al nomadismo come spazio dell’andare. Il rapporto tra questi due elementi è molto più profondo di quanto si possa pensare, e il loro elemento in comune è proprio la nozione di percorso. Per questo motivo è probabile che sia stata l’erranza a dare vita all’architettura creando così il bisogno della costruzione simbolica del paesaggio.

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