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Blue Whale: fenomeno dubbio ma plausibile

Giusy Gaudino di Giusy Gaudino
30 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Quella del Blue Whale, il celebre gioco che avrebbe spinto i giovani al suicidio, è una notizia che in queste settimane si sta diffondendo a macchia d’olio in rete, nonostante risalga allo scorso anno e, soprattutto, non se ne sia ancora accertata l’autenticità.

Sembra che per poter accedere al gioco sia necessario essere iscritti, su Facebook o – nel caso della Russia – VKontakte, a gruppi dedicati al suicidio. Dopo alcuni step, si verrebbe contattati dagli amministratori del gioco e avrebbe inizio la macabra sfida dalle cinquanta regole, tra le quali spiccano il procurarsi tagli su diverse parti del corpo, guardare film horror, ascoltare musica triste, non parlare con altre persone e così via. Insomma, un vero e proprio lavaggio del cervello preparatorio rispetto alla regola finale: il suicidio.

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Il tutto pare che debba avvenire all’oscuro di parenti e amici, pena delle ritorsioni contro la famiglia dello stesso giocatore, le cui informazioni personali sarebbero sotto dominio dei gestori del gioco.

Blue Whale avrebbe spinto, solo in Russia, almeno centocinquanta ragazzi a uccidersi, diffondendosi, in seguito, anche in Europa. In Italia, infatti, alcuni casi di suicidio sono stati associati al macabro sistema mortifero, nonostante non siano state trovate prove concrete. Il ventiduenne russo Philipp Budeikin, ex studente di psicologia arrestato lo scorso anno, avrebbe ammesso di essere l’ideatore del gioco e di aver, quindi, spinto decine di giovani a compiere gesti estremi.

Budeikin, prima dichiaratosi innocente, avrebbe poi affermato durante un interrogatorio:

Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società.

Non è ancora chiaro se il giovane sia stato condannato oppure no: alcuni giornali lo danno per rilasciato, secondo altri, invece, si trova in carcere a San Pietroburgo e riceve ancora lettere d’amore da parte di qualche ragazzina adescata in rete.

Alcune ricerche, inoltre, hanno dimostrato che il numero di suicidi adolescenziali in Russia non sembra essere aumentato da quando il gioco sarebbe stato lanciato nel web.

A distanza di un anno, però, il mistero è ancora fitto e i dubbi e le controversie sono tanti. Non ci si può certo sostituire agli esperti e avviare delle indagini in proprio, ma si può fare qualche considerazione su come una notizia vecchia di un anno stia emergendo con forza soltanto adesso e su come questa risulti credibile a discapito degli elementi che la rendono più vicina alla trama di un thriller che a un fatto di cronaca.

L’anno duemila si è lasciato alle spalle il secolo delle Grandi Guerre, l’epoca in cui le persone – e i giovani in particolare – erano chiamati al coraggio e alla forza d’animo di fronte alla fragilità della vita e ai corpi dilaniati dai conflitti. Il XXI secolo ha invece abbandonato il coraggio di fronte alla morte e abbracciato la fragilità di fronte alla vita. Non fa che aumentare il numero dei giovani che non riescono a integrarsi in una società che ha standard a volte troppo alti da raggiungere: il quantitativo di like sui social stabilisce il grado di popolarità delle persone, il look è sempre più appariscente, il bullismo conosce nuove frontiere e il futuro diviene un concetto sempre più astratto.

La mancanza di opportunità nell’orizzonte lavorativo, infatti, converte le ambizioni dei ragazzi che si affacciano alla finestra del domani in progetti irrealizzabili, sogni che vengono chiusi nel cassetto e ci restano a tempo indeterminato.

Se le emozioni negative, come quelle positive, fanno parte dell’uomo fin dal principio della sua esistenza, l’eterna attesa della realizzazione personale e il senso di impotenza regnano sovrani quando e dove tante sono le idee, ma scarsi gli strumenti. Tutto quello che resta è il senso di inadeguatezza, l’idea di essere bloccati in una vita che non si voleva e l’impossibilità di cambiare la propria condizione.

In un’epoca in cui si è sempre più in contatto, i giovani si sentono soli e si trovano a fare i conti con l’incomunicabilità delle proprie emozioni, giungendone all’esasperazione. Alla parola tristezza si sostituisce depressione e un brutto periodo diviene sintomo di un’esistenza che non vale la pena di essere vissuta.

Sui blog e sui social bastano pochi minuti per trovare messaggi di sfiducia e foto di autolesionismo. Sembra quasi una moda che vede il dolore psicologico camminare a braccetto con quello fisico auto-inflitto. È per questo che un supposto gioco di morte è agghiacciante, eppure non ci sorprende. Non si sa se sia vero, ma non ci stupirebbe se lo fosse.

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