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L'opinione

Bisogna sconfiggere, insieme, l’indifferenza a questo stato di cose

Le galere servono a togliere la libertà, non la vita. Si torna, periodicamente, a trattare questo argomento. Di poche ore fa è la notizia della morte di un uomo di 54 anni nel carcere di Fuorni, un detenuto malato, tossicodipendente e costretto alla sedia a rotelle. Le cifre sono allarmanti: lo scorso anno, all’interno degli istituti penitenziari campani, si sono registrati 9 suicidi, a cui vanno drammaticamente ad aggiungersi quelli di 3 di detenuti agli arresti domiciliari, 8 morti per malattie e 5 decessi di cui ancora bisogna accertare cause o eventuali negligenze.

Il carcere in cui è avvenuto il maggior numero di suicidi è stato quello di Poggioreale (5 morti), uno ciascuno a Carinola, Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e Salerno (una donna). Non voglio limitarmi, però, a snocciolare soltanto numeri, anche se, su 67 suicidi totali in Italia, la nostra regione vanta un buon primato negativo.

La Campania conta in totale 7.660 detenuti, su una capienza massima di 6142 posti, con 380 donne e 1008 immigrati. Tra le cause principali dell’alto tasso di questi tragici episodi vi sono il degrado e il sovraffollamento, ma anche la mancanza di comunicazione, di ascolto e di figure sociali di riferimento. Va rafforzato, a tal proposito, il sistema di prevenzione varato dal Ministero nel 2016 e, contestualmente, bisogna agire con una maggiore formazione specifica per gli agenti di polizia penitenziaria e l’area educativa, al fine di prevenire e intuire il disagio che poi porta al suicidio. È necessario, inoltre, il supporto di figure come psicologi e assistenti sociali, nonostante la cronaca recente abbia dimostrato – con i 140 suicidi sventati dalla polizia penitenziaria o dai compagni di cella negli ultimi due anni – che la solidarietà, tra le mura degli istituti, c’è e che il carcere sa essere meno Caino della società esterna.

L’assistenza sanitaria in alcuni casi è disastrata, va rafforzata la presenza degli educatori nei reparti e nelle sezioni. Per questo chiedo a tutti, ognuno per la sua parte, di assumersi l’impegno di riflettere e intervenire. Dal mio canto, rafforzerò gli uffici del Garante con esperienze di ascolto e sportelli informativi. Bisogna sconfiggere, insieme, l’indifferenza a questo stato di cose, coinvolgendo istituzioni e parti sociali.

Il tema della prevenzione non può essere ristretto alla riflessione e alla responsabilità solo di chi si trova a gestire in carcere, ma richiama all’impegno il mondo della cultura, dell’informazione e dell’amministrazione centrale e locale, perché la perdita di giovani vite – a un ritmo più che settimanale – sia assunta nella sua drammaticità come tema di effettiva elaborazione di una diversa attenzione alle marginalità individuali e sociali che la nostra attuale organizzazione sociale produce.

I principi di certezza della pena e della sua funzione rieducativa possono considerarsi davvero effettivi solo se per le pene detentive nelle carceri – ma lo stesso vale per le misure cautelari – sono garantite condizioni di dignità e umanità, principi costituzionali imprescindibili.

Bisogna sconfiggere, insieme, l’indifferenza a questo stato di cose
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