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Baby gang, problema solo napoletano? Le cronache dicono il contrario

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
6 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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La straordinaria velocità dei nuovi mezzi di comunicazione, con i social media a giocare un ruolo fondamentale nella diffusione delle notizie, è un boomerang spaventoso che torna indietro violento e pronto a far male ogni qual volta una notizia viene lanciata nell’immenso spazio della rete. L’informazione, spesso armata di sole buone intenzioni, con la rapidità con cui giunge al suo pubblico – troppe volte incapace di leggere, giudicare con criterio e modellare i dati forniti attraverso la propria coscienza – si carica di un’azione al limite del criminale, si trasforma e diventa orpello da appendere al muro dei trofei per i protagonisti, obiettivo per chi ancora non è riuscito nella stessa impresa, soprattutto quando il tema è la violenza.

E, così, gli atti fascisti che si susseguono a una velocità sempre più ravvicinata offrono coraggio ai nuovi rissosi, lavano il cervello di chi forse un cervello manco ce l’ha, convincono lo status medio che la strada dimostrativa paga più di una condotta onesta, spinta da ideali di solidarietà.

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Allo stesso modo, i giovanissimi di casa nostra si lasciano entusiasmare, persino ispirare dalla gesta feroci dei propri coetanei, dando così vita a un’escalation criminale di una brutalità inaudita, una necessità di rabbia e coltelli che non guarda in faccia a nessuno, che colpisce come il più vile degli attentati, alle spalle, nel silenzio, a caso. La debolezza viene punita con l’inibizione più cieca e i vigliacchi, come i soggetti sopra citati, si scagliano in tanti contro un unico, incolpevole malcapitato.

Il raccapricciante fenomeno delle baby gang che tanto sta facendo parlare di sé, specialmente nel napoletano, è un esempio lampante di come l’emulazione sia un dato impossibile da nascondere sotto il solito tappeto di accuse della politica, un sintomo del malessere di un nucleo sociale che comprende non solo famiglie certamente assenti e uno Stato che per anni si è voltato da un’altra parte in combutta con la malavita, ma anche la scuola, il mondo del lavoro, le associazioni, insomma, tutti noi. Nessuno escluso.

Quando un gruppo di ragazzini di dodici anni, alla più quindici, non trova altro furore, altra adrenalina che non derivi dal ridurre in fin di vita un giovanissimo, al pari di un remake moderno e reale di Arancia Meccanica, dev’essere un’intera comunità a guardarsi allo specchio. La repressione – termine più abusato di queste prime ore successive agli ultimi accadimenti – è uno specchietto per le allodole che non giova a nessuno.

Certo, ben vengano le cento divise in più che il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha annunciato sul suolo partenopeo al fine di stanare i responsabili delle mattanze e limitare l’accadere di nuovi, tristi episodi, ben venga la detenzione dei responsabili, non si applichi neppure lo sconto di pena, tantomeno si muova pietà nei cuori dei lettori. Poi, però, si offra a questi giovani una reale opportunità di reinserimento, si offra ai territori scordati dalla legge una prospettiva migliore al desiderare il proprio nome sulle prime pagine dei giornali, sezione cronaca nera.

Ma quali sono queste terre che lo Stato ha dimenticato? Napoli? Suvvia, non crederete anche noi di Mar dei Sargassi così banali, vorrebbe dire non essere nostri assidui lettori.

Perché se è pur vero che alcune zone della città ai piedi del Vesuvio sono afflitte dal dramma in oggetto, forse anche più di altre aree d’Italia – e non è nostra intenzione negarlo –, è altrettanto fastidioso che quel tappeto di cui sopra sia proprio il capoluogo campano.

Già, perché a sentire il tuttologo Roberto Saviano, Napoli apparirebbe come il Sud America. Non si offendano le comunità latine presenti tra i nostri comuni, ma quella dell’autore di Gomorra è una gran bella boutade, per non dire una meravigliosa cazzata!

In questo modo, infatti, si accendono i riflettori su un luogo anche oltre i demeriti che certamente possiede e non si fa altro che acuire il problema con cui abbiamo aperto questa considerazione, ossia l’emulazione. Tanto accanimento nei confronti di un popolo che, ogni giorno, nella sua parte sana – che è la maggiore – cerca di far guerra al pregiudizio e allo sputtanamento adoperato da molti dei mezzi d’informazione assoggettati a certe politiche, inoltre, non produce altro che livore e difesa, con i cittadini che, inevitabilmente, si chiudono a riccio di fronte a qualsiasi tentativo di dibattito a guardia – anche oltre misura – della propria identità, respingendo, così, anche chi, al contrario dello stesso scrittore, nel confronto cerca un reale tentativo di affrontare il problema.

Paragonare Napoli a realtà come le favelas argentine o brasiliane, Napoli a Bogotà, è un’offesa che Saviano compie innanzitutto verso la sua intelligenza, una coltellata che una città già certamente afflitta dal problema non merita.

Soprattutto, è un colpo basso che, inspiegabilmente, scorda che in Veneto un duo formato da un diciassettenne e un tredicenne ha dato alle fiamme, per gioco, un clochard nella sua auto, o chiude un occhio di fronte ai ragazzi di Ostia che a Capodanno girarono armati per le vie della Capitale al solo ludico scopo di aggredire e rapinare turisti.

Mal comune mezzo gaudio? Certamente no, ma come per la camorra, per i rifiuti, ora per le baby gang e per tutti i problemi che, quindi, vengono sempre e solo etichettati con il marchio del monopolio partenopeo, i fatti contestati è tempo che li si affronti a livello nazionale e con la serietà che meritano. Questioni così delicate quanto macroscopiche non sono figlie di un virus circoscritto a un’area soltanto, altrimenti, attraverso un intervento deciso, sconfiggerlo sarebbe un gioco al quale potrebbero prendere parte per vincere persino i nostri politici.

Una seria presa di coscienza sarebbe l’unica cosa da diffondere come un post su Facebook, l’unica vera iniziativa da emulare.

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