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ASL, proteste e manganelli: se gli sdraiati si alzano, l’Italia li stende

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
4 Febbraio 2022
in Il Fatto
Tempo di lettura: 6 minuti
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Gli sdraiati. Li chiama così Michele Serra i figli di oggi, le nuove generazioni, giovani comparse in un mondo dove tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso. Sono i figli dei figli di quei padri che hanno fatto la rivoluzione e, per questo – come fosse una condanna –, costantemente sotto processo, a prova di talent e occhi attenti di una società che non dialoga ma giudica.

Sono i ragazzi tutti social e movida, zero interessi e nemmeno una passione. Amebe alla luce di uno schermo, il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, l’illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa. Gli sdraiati che, quando si alzano, le prendono: dalla vita, dal confronto con il mondo adulto, dalla polizia.

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Sta accadendo anche in questi giorni sotto i nostri occhi distratti da Mattarella e Amadeus, giorni di giubilo e responsabilità, di alternanza manganello e frustrazione. Perché ciò che è, nel Paese dove tutto cambia per non cambiare mai, deve restare tale, immutato dinanzi al tempo e all’ordine innaturale delle cose.

Torino, Milano, Roma, Napoli. Da venerdì scorso lo scenario è sempre lo stesso: studenti di diverse età, perlopiù liceale, si ritrovano in piazza a gridare il loro no allo sfruttamento chiamato PCTO – la nuova formula per l’ASL – che il 21 gennaio scorso ha ucciso Lorenzo Parelli, diciotto anni compiuti a fine novembre. Un’altra notizia passata quasi in sordina.

Lorenzo frequentava il Centro di Formazione Professionale dell’Istituto Superiore Bearzì di Udine e quel venerdì avrebbe concluso la sua esperienza di alternanza scuola-lavoro. Invece, l’ultimo giorno di ASL si è rivelato, anche, l’ultimo della sua vita, schiacciato – come un operaio qualsiasi di un qualsiasi cantiere di Italia – da una putrella di acciaio alla Burimec, società che realizza bilance stradali.

Da allora, le principali città del Paese chiedono la sospensione di questa forma ibrida di istruzione e sfruttamento che negli ultimi anni ha assunto la scuola, della sua gestione sempre più aziendale e meno istituzionale che vede gli studenti al pari di lavoratori sprovvisti di diritti e oberati di un ruolo che non compete loro.

L’ASL tanto cara al PD, nucleo centrale della riforma denominata Buona Scuola – che di buono non ha nulla – è stata introdotta da Matteo Renzi e colleghi al fine di rimediare alla totale assenza di connessione tra il mondo dell’istruzione e quello dell’impiego. Tuttavia, da sempre avversato dalla maggioranza dei docenti e dei loro studenti, il provvedimento si è trasformato ben presto in un’occasione per le aziende di munirsi di manovalanza gratuita a discapito di ore destinate all’apprendimento di materie di ben più seria utilità.

Negli anni, infatti, sono stati tanti i casi di giovani impegnati negli autogrill o presso gli uffici comunali a portare caffè e fare fotocopie. E non sono pochi coloro che hanno raccontato di vere e proprie condizioni di lavoro non tollerabili da un sistema che, invece, dovrebbe garantire l’insegnamento di materie coerenti con il percorso di studi intrapreso e propedeutiche al corretto inserimento nel mondo post-scolastico. L’ASL o PCTO, insomma, non rappresenta una metodologia didattica formativa, piuttosto una manodopera regalata dallo Stato a quei tanti che non intendono retribuire il personale di cui necessitano.

Così, nonostante si parli di abbandono scolastico a fronte di un lavoretto che permette ai ragazzi di camparsi appena, nonostante molti genitori combattano per far capire che quelle strade sono senza futuro, che nessun cellulare garantirà mai la felicità della propria affermazione, lo Stato propone un modello vergognoso di avvicinamento al lavoro e tutti gli sforzi sono resi vani. Non solo il ragazzo si ritrova a svolgere mansioni che nulla c’entrano con il piano di studi ma, per di più, subisce l’umiliazione di un incarico per il quale le nozioni apprese in aula poco o niente servono. Ecco che, allora, viene meno qualsivoglia valore educativo e professionalizzante dell’esperienza oltre i banchi.

Il numero di ore complessive di PCTO varia a seconda del tipo di percorso scolastico frequentato: non inferiore a 210 negli istituti professionali, 150 negli istituti tecnici e 90 nei licei. Ore ridottesi del 30% a causa del Covid o trasformatesi in attività online, che rendono ancora più inutile il sacrificio della didattica in presenza più tradizionale e finiscono con il non esaltare la valenza formativa dell’orientamento in itinere e svolgere un processo di formazione integrale della persona e del sé, come recita la definizione della scuola in alternanza. In alternanza, come la morte di Lorenzo, un po’ in classe, un po’ in azienda.

La sua è l’ennesima tragedia – più di 1400 nel 2021 – consumatasi in fabbrica. Questo perché, sebbene si alternino governi, ministri, buoni propositi, nessuna misura di controllo e sicurezza viene effettivamente attuata in azienda e, ancor meno, nei cantieri: il profitto è il solo obiettivo, anche a discapito dell’incolumità dei lavoratori. E nella stessa ottica, putroppo, va interpretata anche la scomparsa del diciottenne friulano. Può suonare come una provocazione, ma non lo è.

Allora, al contrario di quanto afferma Massimiliano Fedriga, Presidente del Friuli Venezia Giulia – «in questo momento l’incommensurabile dolore sofferto dalla famiglia impone a tutti un rispettoso silenzio» – non bisogna tacere, perché le morti invano non fanno gli eroi, fanno soltanto giogo a un sistema criminale che genera schiavismo. E lo schiavismo di imprese senza scrupoli non può e non deve essere tollerato, soprattutto se a soccombore è una vita giovane come i suoi sogni.

È questo – e null’altro – che chiedono i ragazzi in piazza eppure, per le forze dell’ordine di Italia, non meritano ascolto. Solo le – mai così inedite nel Paese di Genova, Cucchi e Aldrovandi – manganellate. Per giorni, nessuno, nonostante video e denunce social, è parso accorgersi delle violenze gratuite ai danni di giovani inermi: né il governo dei migliori né tanta stampa. Poi, di colpo, come risvegliatasi da un lungo letargo, la politica ha preso posizione. Ovviamente sbagliando.

Dopo svariate sollecitazioni di qualche interlocutore più attento alla vita del Paese, infatti, appena un paio di giorni fa il Segretario del PD – il partito della Buona Scuola e di un Minniti che di manganellate ai ragazzi non ne ha risparmiate troppe – è intervenuto a commento dell’accaduto: «Chiediamo che siano date risposte, questa è una vicenda abbastanza grave» ha dichiarato. Abbastanza. Nel frattempo, un’interrogazione parlamentare è stata presentata da Sinistra Italiana (con primo firmatario Nicola Fratoianni) per chiedere al Ministro dell’Interno di riferire in Aula. Ma è fuori, per ora, che Luciana Lamorgese ha parlato – tardivamente – annunciando di aver «sensibilizzato i prefetti sulla linea da seguire, che non può che essere quella del confronto e dell’ascolto». Sensibilizzato.

La responsabile del Viminale ha poi aggiunto che «deve essere sempre garantito il diritto di manifestare e di esprimere il disagio sociale, compreso quello dei tanti giovani e degli studenti che legittimamente intendono far sentire la loro voce. Purtroppo, alcune manifestazioni sono state infiltrate da gruppi che hanno cercato gli incidenti. Dobbiamo quindi operare per evitare nuovi disordini, scongiurando che le legittime proteste nelle nostre piazze possano essere strumentalizzate da chi intende alimentare violenze e attacchi contro le forze di polizia».

Eccoli là. Gli infiltrati. I facinorosi. Quelli che si mimetizzano a ogni manifestazione di studenti e lavoratori, in ogni piazza che cerca diritto e trova violenza. In queste piazze, in queste manifestazioni, sono onnipresenti, come i manganelli che non li mancano mai ma latitano sempre nei pressi delle Cgil assaltate, nelle strade affolate da matrici diverse, nelle rappresaglie non meglio identificate perché fascista non si dice ma zecca comunista sì. In quei casi Lamorgese non sensibilizza, Letta non chiede risposte, il Presidente del Consiglio dei migliori… Niente, quello tace comunque.

Ha risposto indirettamente, invece, il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che ha ribadito che l’alternanza scuola-lavoro sarà uno degli oggetti dell’esame di maturità di quest’anno. Niente cambia, dunque, nessuno dialoga con i ragazzi, nessuno si prende nemmeno la briga di ascoltarli. Solo di manganellarli come nel più efficiente Stato di polizia. Eppure è del loro presente che si parla. È del loro futuro, del futuro di chi pagherà i debiti che stiamo contraendo più per la nostra sopravvivenza che per quella di chi verrà.

La cura del mondo è un’abitudine che si eredita, scrive ancora Michele Serra. Un’abitudine che, di certo, non saremo noi a tramandare. Noi che li chiamiamo sdraiati per non darci dei falliti.

Prec.

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