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Apocalissi vere o immaginate: “Raccontare la fine del mondo” di Marco Malvestio

Dato alle stampe sul calare del secondo annus horribilis di pandemia, Raccontare la fine del mondo – Fantascienza e Antropocene di Marco Malvestio (nottetempo) è un agile saggio che si propone di analizzare i punti di contatto tra la finzione letteraria e cinematografica fantascientifica e il tempo che viviamo. Portali sulla soglia dei quali la visione della realtà sfarfalla e si confonde con virtuali possibilità (o impossibilità) di futuro.

Malvestio sceglie, forse per l’impatto deflagrante e universalmente popolare che ha sul pubblico, di concentrare la sua trattazione sul racconto apocalittico. Suddivide il saggio in cinque capitoli, ciascuno dei quali affronta un aspetto diverso della catastrofe: dalle narrazioni post-atomiche alle pandemie, al climate change, all’annessa lotta romantica tra uomo e natura.

Già da questa prima introduzione della tematica, si possono intuire la difficoltà e l’ambizione dietro la stesura di uno scritto di questo tipo: la fantascienza è un genere talmente vasto ed eterogeneo da ospitare al suo interno sottogeneri e tendenze diversissime fra loro. Non a caso, Donna Haraway (che l’autore cita un paio di volte all’interno del testo), Margaret Atwood, Ursula K. Le Guin e altri critici e addetti ai lavori della fantascienza propongono la sigla onnicomprensiva e particolarmente ambigua di SF: science fiction, certo, ma anche e soprattutto speculazione fantastica.

Restringere il campo alla finzione di stampo apocalittico o distopico è certamente una scelta semi-obbligata a partire proprio da questa ambiguità di fondo del genere, che avrebbe richiesto ben più delle 204 pagine del testo per essere esaminata a fondo. Pur limitandosi ai sottogeneri citati, però, è mia opinione che Malvestio abbia in mente proprio l’accezione più ampia di SF nella sua disamina.

Il momento storico in cui il saggio è stato scritto è importante tanto quanto la decisione di trattare dell’apocalittico fantascientifico d’era antropica. L’autore lo ha scritto durante il primo lockdown, quando quel portale tra la fantascienza e la nostra realtà si era assottigliato al punto da rendere ogni telegiornale, ogni trasmissione del governo a reti unificate un’esperienza allo stesso tempo perturbante ed estranea. Più che mai ci è parso di vivere collettivamente una di quelle avventure care alla fantascienza in cui si piomba improvvisamente in un universo parallelo dove le cose somigliano molto a come sono sul pianeta natale dei protagonisti, ma non proprio.

Scrivere di fantascienza che a sua volta scrive l’Antropocene in chiave catastrofica si configura, pertanto, come atto speculativo in sé e per sé perché rappresenta al contempo un’analisi sul fantastico e un’inevitabile speculazione sul presente. Questa speculazione è tale proprio perché, secondo Malvestio, fuori del paradigma della catastrofe immediata, dell’apocalissi totale e fulminea, non siamo in grado di figurarci la fine del mondo. Dietro tale incapacità sta la finitezza della percezione umana che, pur riuscendo a concepire centinaia di mondi possibili, fallisce miseramente nel rappresentare l’agentività delle creature non umane che popolano la Terra. E fallisce, altresì, nel discostarsi dal centro della narrazione per cui anche la catastrofe e l’apocalissi tendono a diventare parabole moraleggianti, ammonimenti nei confronti dei lettori (o degli spettatori) che fruiscono la fiction.

Proprio in queste settimane, sta facendo discutere moltissimo e spesso in toni piuttosto accesi la pellicola di Adam McKay, Don’t Look Up. Mi è ritornata spesso in mente la polemica generata da questo film, mentre leggevo. Un po’ perché rientrerebbe alla perfezione nella tassonomia di film apocalittici offerta e analizzata da Malvestio nel saggio, un po’ perché il paternalismo di cui è stato accusato è, secondo la tesi dello scrittore, ineludibile. Anche in Don’t Look Up l’evento che porterà alla cancellazione della vita sulla Terra è rappresentato dall’immediatezza dell’avvenimento: l’impatto con una cometa di proporzioni gigantesche.

Da un’ottica puramente speculativa, la scelta dell’elemento apocalittico non è un caso e prende le mosse da uno degli adagi della nostra epoca: il proverbiale meteorite che prima o poi ci spazzerà via tutti (con somma soddisfazione catartica, per alcuni). A differenza di altri film sull’apocalissi, però, McKay focalizza il racconto sul “tempo che resta” all’umanità dal momento della spaventosa scoperta alla realizzazione effettiva della catastrofe, mettendo così in scena la grettezza, la pusillanimità degli interessi umani e della vana fascinazione per il potere e la ricchezza assoluti.

Metafora della “bomba a orologeria” che è il climate change raccontato in tv, nei libri o al cinema, Don’t Look Up dimostra sullo schermo proprio quello che Malvestio scrive in Raccontare la fine del mondo: l’uomo non è in grado di immaginare la propria fine, quando questa è così indissolubilmente legata a stili e condizioni di vita che ci permetteranno di misurarne gli effetti solo a lungo termine. E per questa stessa ragione anche i media si concentrano, nella loro narrazione della fine del mondo, sugli eventi più immediatamente riconoscibili come divergenti dalla norma: tsunami, cicloni, orsi polari magrissimi alla deriva su un blocco di ghiaccio che si scioglie al Polo Nord. Ciascuno di questi elementi, scrive Malvestio, è un indicatore del cambiamento climatico, ma non è il cambiamento climatico in quanto tale. In questo senso, risponde alla definizione di iperoggetto fornita da Timothy Morton. In questo paradigma può cambiare il tipo di catastrofe, ma non il modo narrativo con cui l’affrontiamo.

Basti pensare ai concetti, alla terminologia, agli stilemi che la pandemia da Covid-19 prende in prestito dalla fantascienza dell’apocalisse. La pervasività mediatica del fenomeno, il suo essere equiparato in una prima fase a una guerra con lessico a seguito (non a caso, ancora adesso, a gestire la campagna vaccinale c’è un generale dell’esercito quasi si stesse combattendo contro un nemico che agisce consapevolmente), la connotazione territoriale del virus e delle sue varianti, le immagini delle stazioni, degli ospedali, dei supermercati presi d’assalto sembrano tutte prese in prestito dalle serie tv, dai videogiochi o dai film su virus fuggiti da un laboratorio che riducono a zombie gli infetti.

Quando l’immediatezza della catastrofe ha, però, lasciato il posto alla situazione di stallo che viviamo attualmente (quella di “convivenza” con il virus), le narrazioni apocalittiche sono a poco a poco cambiate. Adesso, pur continuando ad attingere al bacino catastrofico quando si tratta di introdurre nella storia una nuova variante, i media mostrano tutto sommato un mondo in cui la vita trascorre normalmente, risultando in questo più stranianti e angoscianti di quanto sia loro intenzione fare. Come se si stesse generando, a livello mediatico, una specie di conflitto tra esigenze narrative ed esigenze dell’Antropocene.

Se, infatti, il racconto della fine del mondo sembra “filare” quando comprende elementi di agentività della minaccia (virus, aliena, animale, vegetale), di una collocazione temporale chiara e di una morale finale, è evidente che l’Antropocene risponde a categorie narrative differenti, troppo vaste per essere riassunte o comprese in un racconto solo con un unico finale. Bisognerebbe, per cominciare, mettere in discussione i suoi dogmi come la centralità dell’uomo (occidentale) e dei suoi bisogni come standard di vita degna d’essere vissuta sul pianeta. Prendere in considerazione animali e piante non come semplici oggetti, sfondi, comparse o antagonisti nella storia umana ma come abitanti della Terra con percezioni diverse dalle nostre e non per questo inferiori. Bisognerebbe farlo abbandonando l’intento catartico e moraleggiante di tanta fantascienza post-apocalittica, utilizzando la speculazione semplicemente come strumento d’esplorazione partecipata della realtà.

Ecco perché, infine, dopo la grande quantità di spunti di riflessione offerti e di film, racconti, libri snocciolati e commentati, ritengo di dover muovere una piccola critica al saggio di Malvestio. Nel concentrarsi sul racconto della catastrofe antropocenica nella fantascienza, l’autore fa riferimento a opere tutto sommato datate e provenienti quasi esclusivamente dall’emisfero nordamericano. Si accenna solo nella conclusione a forme di narrazioni fantascientifiche alternative, dall’India, dal Kenya, dalla Cina, alle correnti che re-immaginano il futuro in una chiave diversa dalla distruzione totale come l’afrofuturismo o il solar punk.

Pur rispondendo, questo, a esigenze di lunghezza del testo e di restrizione puntuale del campo della ricerca, le visioni di futuro summenzionate risultano nondimeno escluse. Avremmo, invece, bisogno di leggere e di conoscere queste fantascienze di resistenza al destino segnato dell’umano turbocapitalista occidentale. Mi auguro, dunque, che la loro menzione nella postfazione sia proiettata alla realizzazione di un secondo saggio sul tema.

Apocalissi vere o immaginate: “Raccontare la fine del mondo” di Marco Malvestio
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