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Legge di Bilancio: che fine hanno fatto le politiche sociali?

Chiara Barbati di Chiara Barbati
11 Gennaio 2022
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Ha fatto parecchio parlare, nei giorni scorsi, la Legge di Bilancio approvata per il 2022. Tra le misure previste e gli aiuti proposti sono state percepite alcune incongruenze da parte della popolazione, che non condivide le priorità che il governo Draghi ha mostrato di avere. In particolare, è stata criticata la rinuncia ad alcune politiche sociali come i congedi di paternità e il bonus psicologo, in favore di misure più banali che non appaiono altrettanto necessarie. Ma se questa legge è molto lontana dall’essere perfetta, per comprenderla appieno è importante analizzarla più approfonditamente.

Approvata in via definitiva lo scorso 30 dicembre, la Legge di Bilancio per l’anno nuovo introduce molte novità riguardo le pensioni anticipate, il reddito di cittadinanza e la cassa integrazione. Ciò che colpisce, però, più che la presenza di alcuni provvedimenti, è l’assenza di altri. E sebbene alcune decisioni appaiano effettivamente poco oculate, ciò che mi sembra necessario sottolineare non è l’eliminazione di una misura in favore di un’altra, quanto la tendenza a fare leggi e a offrire agevolazioni che, in fin dei conti, non risolvono nulla.

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Delle misure relative alla parità di genere avevamo già parlato qualche tempo fa. Il governo ha deciso di finanziare delle agevolazioni fiscali per le aziende che garantiscono la parità salariale con un provvedimento che risolve ben poco della disuguaglianza che affligge le donne del nostro Paese in ambito lavorativo e non. Allo stesso tempo, finiti i fondi, ha rinunciato a una legge che avrebbe cambiato molte cose, sia a lavoro che in famiglia: il congedo di paternità.

Quest’ultimo è una questione in realtà molto recente perché fino a pochi anni fa non era previsto alcun permesso per i neo papà. Ma, in ogni caso, non si può credere che dieci giorni di congedo obbligatorio più uno facoltativo garantiscano ai padri di passare il tempo necessario con i figli e alle madri una equa distribuzione del carico del lavoro di cura, che pesa anche sull’attività professionale. Ciononostante, i tre mesi inizialmente previsti sono stati accantonati, confermando i dieci giorni e, dunque, un’evidente disparità con i congedi di maternità, con tutte le implicazioni lavorative che questa differenza comporta.

Un’altra politica fortemente richiesta e che è stata accantonata è quella del bonus psicologico. In Italia, purtroppo, alla salute mentale non viene dato troppo valore. Forse vittima dello stigma, o molto più probabilmente perché incapaci di comprenderne l’importanza, la nuova Legge di Bilancio ha eliminato il fondo di cinquanta milioni di euro dedicati alla salute mentale, in particolare per finanziare il sostegno psicologico e un percorso di psicoterapia per chi non può permetterselo privatamente. Purtroppo, il supporto gratuito previsto nei consultori e in altre strutture pubbliche è insufficiente a soddisfare il fabbisogno di una popolazione che ha necessità, ora più che mai, di un aiuto. Eppure, il bonus è stato cancellato.

L’accesso alle cure pubbliche ha liste d’attesa lunghissime e in genere riesce a garantire solo poche sedute, oppure sedute troppo diradate nel tempo per essere realmente utili, a causa del bassissimo numero di psicologi assunti dal sistema sanitario nazionale. Ci sono, infatti, solo cinquemila professionisti alle dipendenze del settore pubblico, sebbene si stimi che per soddisfare il fabbisogno della popolazione sia necessario uno psicologo ogni novemila abitanti. Il bonus, dunque, non sarebbe stato risolutivo di tutti i problemi, ma avrebbe iniziato a porre l’attenzione sul tema.

La rinuncia a questi provvedimenti, che avrebbero potuto porre rimedio a moltissime questioni sociali, diventa ancora più grave alla luce di alcune delle misure approvate. Anche se, in realtà, molte di quelle criticate non sono totalmente insensate come appaiono: piuttosto, hanno motivazioni solide alla base, ma sono sviluppate male, tanto male da rischiare di diventare inefficaci. Ecco che, allora, scoppiano le polemiche.

Il bonus monopattini è un’agevolazione pensata per incentivare l’acquisto e l’utilizzo di mezzi di trasporto elettrici. L’ambiente dovrebbe essere, dopotutto, la priorità di tutti i governi, data la disastrosa situazione climatica in cui ci troviamo. Ma a cosa serve incentivare l’acquisto di mezzi elettrici se l’elettricità con cui si alimentano dipende ancora da fonti non rinnovabili e inquinanti? La stessa Legge di Bilancio ha previsto degli aiuti per l’aumento delle bollette di luce e gas che sono aumentate rispettivamente del 55% e del 41% e che, senza il contributo statale, avrebbero raggiunto cifre ancora più alte. Il governo, che ha approvato tali misure, non sa, forse, che questi aumenti dipendono dalla crescita della richiesta di gas naturale? Non sarebbe allora più utile stanziare fondi per la costruzione di impianti per le energie rinnovabili, invece di sostituire i mezzi di trasporto a combustione con mezzi elettrici che si alimentano comunque con energia non rinnovabile?

Il bonus rubinetti si fonda sulle stesse intenzioni ambientaliste ed è un altrettanto grande flop. Anche se non se ne parla abbastanza, l’acqua è una di quelle risorse che si stanno esaurendo. Le falde acquifere che alimentano le nostre città si stanno inaridendo e per trovare acqua potabile si deve scavare sempre più a fondo. Per questo, probabilmente, il bonus prevede fino a mille euro di rimborso per chi sostituisce i vecchi rubinetti con quelli a risparmio idrico. Allo stesso modo, è incentivato anche l’acquisto di sistemi di filtraggio dell’acqua che garantirebbero un drastico calo del consumo di bottiglie di plastica. C’è però, anche in questo caso, una nota stonata. Per risolvere i profondi problemi legati al consumo e allo spreco di acqua, sono necessari interventi strutturali e bisogna agire culturalmente. Ma se le strutture continuano ad avere perdite e se di emergenza idrica quasi non si parla, come può un bonus rubinetti essere la soluzione?

Ultima misura ancora più controversa è quella che riguarda il bonus televisore e decoder. Il provvedimento, che agevola l’acquisto di dispositivi adatti alla ricezione dei programmi televisivi a partire dal 2022, non ha neanche bisogno di essere spiegato. Nasce, pare, con l’obiettivo di colmare il divario digitale e permettere a chi non ha le facoltà economiche di avere lo stesso accesso alle informazioni di tutti.

Nessuno mette in dubbio, in realtà, l’utilità della televisione soprattutto come mezzo di informazione, fondamentale per lo sviluppo della coscienza politica di ognuno. E nessuno intende neanche criticarla come mezzo di fruizione di prodotti di intrattenimento. Ma che si parli di divario digitale nei confronti della tv, dopo due anni di pandemia, è inaccettabile.

Nei momenti più bui del 2020, ma anche in quelli meno bui per i quali ci si sarebbe potuti organizzare con anticipo, migliaia di studenti in DAD non hanno potuto permettersi un dispositivo personale per seguire le lezioni e non in tutte le zone abitate era garantita una copertura internet tale da permettere le videochiamate. E ancora oggi che la pandemia non è superata e il rischio della didattica a distanza non è cancellato, si parla di divario digitale escludendo il diritto all’istruzione.

È chiaro che nessuna Legge di Bilancio possa rimediare a tutti i problemi, perché ogni problema strutturale ha bisogno di soluzioni anche esse strutturali, e può richiedere decenni per essere sradicato. Ci sono, però, tantissime cose che oggi si possono fare, sia per avere riscontro immediato sia per avviare a un cambiamento futuro. E tutte le buone intenzioni falliscono se le ovviamente limitate risorse a disposizione sono impiegate male, senza criterio e senza un giusto ordine delle priorità. Ci sono questioni che non possono essere messe in discussione. E, infatti, il nostro governo non le discute affatto.

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