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“Anatomia di una caduta”: il thriller legale in corsa agli Oscar

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
15 Febbraio 2024
in Ciak!
Tempo di lettura: 4 minuti
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Nella sua casa circondata dalla neve di Grenoble, la scrittrice tedesca Sandra Voyter (Sandra Hüller) sta rilasciando un’intervista a una giovane giornalista. Suo marito Samuel Maleski (Samuel Theis) è al piano superiore, ascoltando la stessa musica a tutto volume in loop e costringendo infine Sandra a interrompere la conversazione. Quando il loro figlio Daniel (Milo Machado Graner), undicenne ipovedente, rientra da una passeggiata nella neve assieme al suo cane guida, scopre qualcosa di agghiacciante: Samuel è disteso di fronte casa, ormai senza vita.

L’ipotesi più accreditata è quella di suicidio ma le ambigue modalità della caduta fanno sospettare che possa essere stato spinto: che sua moglie stia nascondendo qualcosa? Assistita dall’avvocato e vecchio amico Vincent Renzi (Swann Arlaud), Sandra verrà catapultata in un’indagine e un processo lunghi e tortuosi che porteranno alla luce remote crepe di un rapporto di coppia non esattamente idilliaco.

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Questa la trama di Anatomia di una caduta (Anatomie d’une chute), il thriller legale, anche detto giudiziario – si tratta di un sottogenere del thriller che si incentra su un’indagine passo per passo e termina con il dibattimento decisivo in tribunale – firmato dalla regista francese Justine Triet. Vincitore della Palma d’oro al 76esimo Festival di Cannes e miglior film straniero ai recenti Golden Globe, il film porta avanti la sua escalation di soddisfazioni, aggiudicandosi ben cinque candidature (miglior film, miglior regia, miglior attrice a Sandra Hüller, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio) agli Oscar di quest’anno.

Il thriller legale si distingue da quello classico anche e soprattutto per la minuzia nella descrizione del caso, cosa che, inevitabilmente, rende la pellicola più lenta e impegnativa. Il rischio di sentirne il peso è dunque alto ma Anatomia di una caduta – intitolato così in omaggio al precedente e più iconico Anatomia di un omicidio di  Otto Preminger (1959) – riesce a distinguersi e risultare così sorprendente e appassionante da tenere letteralmente lo spettatore incollato allo schermo fino ai titoli di coda. Assistiamo a interessanti evoluzioni dei fatti, colpi di scena e personaggi sfaccettati e risvoltati come calzini. Carta vincente sono il dubbio e l’empatia: i personaggi sono tutti estremamente umani, fragili e pieni di contraddizioni.

A cominciare dalla protagonista, interpretata da una straordinaria Sandra Hüller, meritevole senza dubbio della candidatura agli Oscar. La sua Sandra (sì, stesso nome) è una donna algida, decisa, scrittrice affermata. Nei suoi romanzi porta alla luce il privato e alcune idee prese dal marito, il quale invece non è riuscito a emergere per mancanza di tempo, di spazio, o forse di volontà. Da qui l’aggettivo femminista usato spesso per descrivere il film, in riferimento a un ribaltamento dei ruoli di coppia tradizionali, che qui vedono una donna di potere dall’aria fredda e distaccata contro un marito e padre di famiglia che ha scelto di restare a casa a occuparsi del figlio, covando frustrazione e una costante sensazione di svilimento per le sue rinunce. Una condizione difficilmente accettata dagli uomini tutt’oggi, in una società dove ancora vige la regola del machismo e del maschile performante o, per dirla in termini più tecnici, di chi ce l’ha più lungo, pena l’esilio nella terra di mezzo dei meno uomini, dei maschi di serie b.

Il film si occupa dunque di scandagliare tutta la disfunzionalità della coppia, concentrandola in una delle scene più forti e significative della storia, dove anni di rimpianti, rimorsi, sensi di colpa per la condizione del figlio e insoddisfazioni vengono vomitati vicendevolmente a colpi di veleno. E dove a rimetterci, alla fine di tutto, sono sempre loro, i figli. È infatti sulla pelle di Daniel, vera vittima di questa terribile storia, che si ripercuote il veleno. Cieco ma, forse, l’unico in grado di vedere oltre.

Se Anatomia di una caduta risulta tanto affascinante il merito è anche e soprattutto dell’ottima regia della Triet, precisa ed elegante al tempo stesso, e una fotografia asciutta. Distante dai suoi precedenti lavori più comedy, mette in scena invece una narrazione tesa, di livello altissimo in ogni inquadratura e dettaglio, giocando sull’ambiguità della realtà. Tra autentici dialoghi e primissimi piani sui volti dei personaggi, la regista rinnega superflui virtuosismi e sceglie di concentrarsi sull’aspetto umano, relazionale.

Il filone processuale, i meccanismi del film di indagine, utilizzati magistralmente, sono tuttavia quasi un pretesto per parlare d’altro: è l’individuo il vero protagonista, le sue interazioni, le sue contraddizioni. È il dramma familiare, silenzioso e introspettivo dentro le mura domestiche, rumoroso e universale nelle trasmissioni mediatiche e nelle aule di tribunale. Attraverso il punto di vista di ognuno, la vera competenza sta nel raccontare con grande rispetto e interesse etico più storie e portare lo spettatore ad acquisire convinzioni che verranno prontamente rimesse in discussione. Perché la vita non è altro che un enorme caos e non esistono verità universali. A volte, il mero razionalismo non basta.

Campione di incassi in patria, Anatomia di una caduta è stato distribuito in Italia da Teodora Film dal 26 ottobre 2023, tornando poi nuovamente in sala dopo la vittoria ai Golden Globe. A oggi è disponibile a pagamento su Apple TV e Amazon Prime Video. Per chi se lo fosse perso, consigliamo di recuperarlo in vista degli Oscar poiché, sebbene (parere personale) non ai livelli di Oppenheimer o Povere Creature, si tratta di un’opera abbastanza unica nel suo genere. Una pellicola attuale e onesta, che stringe l’obbiettivo sulla solitudine dell’individuo e sulla complessità delle relazioni umane, in una sovrapposizione di realtà e finzione dove una verità comunque si afferma. Anche se con estrema fatica.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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