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Regionali: flop Salvini e sorpresa Zingaretti. Il PD rifletta

Il rischio di cedere tutte le regioni al centrodestra c’era ed era forte: nelle ultime settimane la sfida sembrava essersi trasformata in un match di calcio, tra chi pronosticava un 6 a 0, chi un 5 a 1 e chi – i più speranzosi – un 4 a 2. Perché, diciamocelo, era difficile credere che il Partito Democratico, che correva quasi ovunque senza gli alleati di governo, potesse da solo fronteggiare l’ondata sovranista e che soprattutto potesse farlo considerando il crollo e le scissioni subite negli ultimi anni. Zingaretti continua a stare zitto e va benissimo così, recita un post delle ultime ore di una nota pagina satirica. Una frase che ben plastifica la strategia silente di un segretario la cui carica era stata messa in discussione sino a qualche giorno fa. Ma andiamo con ordine.

Terminato lo spoglio delle schede, possiamo affermare con certezza che il centrosinistra mantiene la Puglia – dove il governatore uscente Emiliano ha ottenuto il 46.7% dei voti contro il 38.9% dell’avversario Fitto –, continuerà a governare la Campania grazie al 69.4% di De Luca, che stacca di 51 punti lo storico sfidante Caldoro, e tiene al sicuro la Toscana, dove Giani ha avuto il 48.6% dei consensi contro il 40.4% della leghista Ceccardi. Il centrodestra, invece, domina in Veneto con Luca Zaia che si attesta attorno al 77% e in Liguria, dove Toti ha raggiunto il 56.1% dei voti contro Ferruccio Sansa. Infine, strappa al PD le Marche che da ora saranno governate da Francesco Acquaroli di Fratelli D’Italia.

Quando c’è un pareggio, si sa, non possono esserci vincitori perché nessuno è riuscito a fare più dell’altro. Però, dicevamo all’inizio, i presagi erano piuttosto inquietanti e in queste condizioni a Salvini peggio di così non poteva andare. Il vero sconfitto di questa tornata elettorale, infatti, è proprio il leader della Lega: non paga il cambio di strategia adottato durante la campagna elettorale, che lo ha visto meno duro del solito (niente citofoni, bambole gonfiabili et similia) ma comunque ripetitivo negli slogan. E forse è proprio questo elemento che comincia a stancare, ossia il fatto che il copione sia sempre lo stesso.

Al senatore lombardo non interessa la sconfitta in Campania, che dava già per scontata, e ha preso con filosofia la debacle pugliese di Fitto, che lui non ha mai voluto e che ha dovuto digerire, al punto tale che nel post-elezioni ha esplicitamente dichiarato che il centrodestra deve presentare facce innovative nel Meridione. Il tasto dolente, invece, è la sconfitta della “sua” Ceccardi in Toscana, salviniana di ferro nei modi e nei toni, su cui l’ex vicepremier ha voluto scommettere per riuscire nell’impresa in cui non era riuscito a gennaio in Emilia-Romagna: espugnare una roccaforte storica della sinistra. Invece, non solo non ce l’ha fatta, ma da oggi deve anche fare attenzione ai suoi: a tal proposito, non può sfuggire l’emblematica vittoria di Zaia in Veneto, la cui lista autonoma ha preso 40 punti in più rispetto alla Lega. D’altronde, il presidente euganeo rappresenta la figura più vicina a quei leghisti che ancora pretendono autonomia e, infatti, anche subito dopo le elezioni, non ha fatto nessun riferimento al progetto unitario e nazionalistico del suo partito.

L’altro grande sconfitto è, poi, il MoVimento 5 Stelle, che raggiunge ovunque percentuali misere che testimoniano lo scarso appeal che i pentastellati hanno ormai sui cittadini. Complice la pessima organizzazione e l’assenza sui territori – proprio loro che avevano creato i meet up –, il movimento guidato da Crimi è colpevole di non aver provato ad allearsi con il partito di via del Nazareno per motivi di pura riottosità politica, non capendo – o non volendo capire – che andare uniti alle elezioni avrebbe significato creare non solo un fronte comune contro la destra ma anche vincere in diverse regioni e inserire punti del proprio programma. Era difficile per loro accettare De Luca, ma in Puglia o nelle Marche – e, se progettato nei tempi opportuni, anche in Toscana – avrebbero dovuto replicare l’alleanza governativa perché è evidente che siamo di fronte a un bipolarismo netto, quindi una scelta di campo sarà d’ora in poi inevitabile.

Infine, non compare nella voce “protagonisti” ma solo in quella “perdenti” il nome di Matteo Renzi: la sua falsa creatura Italia Viva fa flop dappertutto e, nonostante questo, dovremo continuare a sopportarlo anche nelle prossime settimane, quando reciterà la parte di quello che ha impedito la vittoria della Ceccardi in Toscana. Al contrario, se la regione rossa è stata in dubbio sino all’ultimo, il motivo sta nella scelta, indirizzata proprio dal senatore di Rignano, di quel candidato che non era ben visto in quanto renziano. Con un nome diverso, invece, si sarebbe potuta ottenere la convergenza dei grillini e correre senza rischi.

Eccoci, allora, all’alleanza tra PD, 5 Stelle e sinistra: l’unico tentativo provato questa volta è stato quello di Sansa in Liguria ed è risultato fallimentare. Certamente il 40% non è poco per un neofita della politica qual è l’ex giornalista de Il Fatto Quotidiano, ma non si poteva prendere di meglio, considerando che è stata una scelta quasi obbligata ed effettuata all’ultimo momento, dopo numerosi tentennamenti e con evidente timidezza.

Per tutti questi motivi, dunque, Nicola Zingaretti, l’unico che esce rafforzato dalle elezioni, dovrebbe evitare di gongolare e di credere che il vento sia cambiato del tutto. Al contrario, dato che è stato più volte criticato per non avere un piano politico, ne faccia uno improntato all’apertura sia verso i 5 Stelle che verso la sinistra, in maniera tale da presentarsi uniti alle urne, senza imporre nomi ma lavorando a programmi comuni. Soprattutto, lavori all’apertura del suo PD: spalanchi le porte delle sedi, vada tra il suo popolo e prenda i giovani che credono nei valori su cui si fonda il Partito Democratico.

Sarebbe sbagliato pensare che, avendo pareggiato questa sfida, adesso non ci sia bisogno di nessuno: ora più che mai, infatti, i dem devono farsi aiutare e affiancare da una nuova classe dirigente che guardi al futuro senza commettere gli errori del passato. Solo così potranno puntare alla vittoria e non accontentarsi di pareggi o morbide sconfitte.

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