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Alika, i video e il mancato soccorso: fin dove si spinge la nostra umanità?

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
1 Agosto 2022
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Fin dove si spinge la nostra umanità? Fin dove sa osare il nostro senso di accoglienza e di protezione verso il prossimo? E, soprattutto, che senso ha stare al mondo se la risposta a queste domande non sa guardare – per qualsiasi motivazione – oltre la nostra famiglia, i nostri compagni di vita, se vedendo un uomo morire sotto i colpi di un altro, l’unica cosa che viene da fare è fermarci a filmare senza intervenire?

La verità – cruda, persino brutale – risiede in un mondo ormai in guerra, un conflitto tra poveri in trincea l’uno contro l’altro, un popolo disgraziato incapace di sopportare chi possiede meno e non si vergogna di chiedere aiuto, che vede nel meno abbiente qualcuno che potrebbe sottrargli qualcosa di quel poco che ancora ha.

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Quale soluzione per tanta, così miserabile gente? In questo mondo che sembra saper solo togliere, soltanto sottrarre (soldi, diritti, futuro, sogni, vita), i poveri aumentano e disegnano una realtà distopica in cui si annientano gli uni con gli altri, fino a che i pochi rimasti si rinchiudono in casa a cullare la propria depressione e a fare la spesa su Amazon che, nel frattempo, aumenta i profitti.

L’episodio di violenza che ha visto morire il povero Alika, venerdì scorso, sembra l’anticipazione di un epilogo a cui l’umanità si è costretta. La disumanità che ha contribuito alla sua triste fine non sta nella paura, nel mancato intervento a difesa della sua vita che finiva su quel marciapiede (o, almeno, non solo), quanto nel successivo disinteresse a scendere in piazza con la comunità nigeriana a sottolineare che siamo tutti fratelli, non c’è differenza, e la morte per odio razziale fa schifo a tutti, non solo a chi nasce con la pelle di un altro colore.

Invece, al corteo organizzato dalla collettività africana vi erano esclusivamente volti e mani nere, sintomo che quella razziale è una questione che in Italia sentiamo ancora tanto, troppo distante dalla nostra quotidianità. Eppure, negli anni abbiamo imparato a prendere parte al Pride – una volta a esclusivo appannaggio della comunità LGBTQ+ –, ad affermare che ognuno merita di essere e amare chi vuole. Perché nei confronti della razza e del colore scuro della pelle facciamo ancora tanta fatica a schierarci?

Gente comune e politica, la solidarietà non è affare di nessuno e l’indifferenza non ha più bandiere. Anzi, ancora una volta, la destra ha sottratto gli argomenti al PD. Dov’era la sinistra, la politica dei giusti, delle classi sociali, dei meno abbienti? Meloni e compagni sono stati i più lesti – anche in questo caso – a condannare e far propagare la propria linea sull’accaduto, mentre domenica Roberto Speranza si limitava a sottolineare la pericolosità della fazione capitanata da Fratelli d’Italia e la sua tendenza al neofascismo. Perché?

Perché il partito del Ministro della Salute non era in strada con la comunità nigeriana a rimarcare la differenza, anziché alimentare il luogo comune che sono tutti uguali? Perché il Segretario di Articolo1 non mescola le carte sul tavolo e si affretta a sottolineare con forza quanto interventi come lo Ius Soli siano sempre più necessari? Perché Speranza non guida e determina questa battaglia di civiltà anziché tenersene debitamente alla larga come i suoi colleghi? Pur di non scontentare l’elettorato di quell’establishment di cui sono diventati i garanti, i gruppi parlamentari una volta dipinti di rosso hanno ormai perso la fiducia delle classi sociali virate a destra, verso i 5 Stelle o, la maggior parte, nell’astensionismo.

Se il mondo che si va delineando e la politica che ci aspetta saranno gli stessi di questi ultimi anni, i titoli di coda non tarderanno a scendere sullo schermo nero che spegnerà i nostri occhi. Se non riusciamo a renderci conto di quanto sia grave e spaventoso il dato per cui ENI fa registrare un utile di circa 7 miliardi nel primo semestre nel 2022, allora siamo davvero finiti, lanciati su una macchina verso il dirupo, senza possibilità di frenare. Non vi è soluzione, il destino è cadere giù.

Le prossime stagioni politiche avranno il compito di determinare l’epilogo di questa corsa. Gli anni a venire dovranno – in qualsiasi maniera – mettere un freno agli interessi dei soli oligarchi e tornare a guardare alla povera gente o quest’ultima sparirà in favore di un mondo che resterà solo un affare di borsa, di percentuali, di algoritmi. Nulla che preveda sangue, nervi, e pelle. Siamo morti.

Ripensando all’accaduto di venerdì scorso, mi è tornata alla mente una lettura che ho fatto del mondo disegnato da Gipi nel suo libro, La terra dei figli (Coconino, 2016). La fine è già avvenuta, e gli uomini, quei pochi sopravvissuti, vivono di violenza e barbarie, le donne servono solo per meri esercizi sessuali e qualsiasi altra cosa che non sia la ferocia fine a se stessa – come l’arte – è ormai sparita perché inutile, non esistono più sensi da stimolare alla bellezza. Qualunque cosa resiste è nel frattempo che sopraggiunga la morte.

Eppure, noi, l’umanità tutta, non siamo ancora a quel punto. Perché ci siamo arresi, e perché ancora ci arrendiamo? Perché non reagiamo? Abbiamo il dovere di scavare dentro e noi stessi e cercare risposta. E se guardando agli ultimi istanti di Alika ci diremo che non avremmo fatto nulla di diverso dal guardare e filmare, offrendo qualsiasi scusa al nostro ego umiliato, allora è bene che la parola fine si scriva il prima possibile, che il globo si trasformi ne la terra dei figli di Gipi e lasci spazio alla palude.

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