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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: folla

Le pecore assassine e l’origine dei fascismi dal Settimo Quaderno

[…] una folla di persone dominate dagli interessi immediati o in preda alla passione suscitata dalle impressioni del momento trasmesse acriticamente di bocca in bocca, si unifica nella decisione collettiva peggiore, che corrisponde ai più bassi istinti bestiali.

Il branco, la folla casuale, persone non legate da vincoli di responsabilità che, dietro a meccanismi di cupa impunità, agiscono da bestie, proprio perché lo sfacelo causato non si ripercuote in un disastro proprio. È un individualismo estremo, il non riconoscere la dignità dell’altro, che si nasconde però nel gregge. Una tendenza al conformismo che, nel mondo contemporaneo, si presenta in forma più estrema e profonda: la standardizzazione del modo di pensare e di operare assume estensioni nazionali o addirittura continentali.

In passato, forme di fascismo non erano pensabili, almeno senza l’ausilio quotidiano della forza e della sopraffazione del potere, mentre oggi diventano ipotesi verosimili e basate su forme ottuse di consenso. Nazismo e fascismo non sono, in questa ottica, fenomeni legati ai singoli leader, ma frutto di una sorta di ubriacatura nazionale che, in qualche modo, le ha legittimate. La direzione carismatica delle masse, la volontà collettiva erano nel passato ottenute dall’“eroe” ma, proprio perché basate su un’unica persona, diventavano effimere e si componevano e scomponevano continuamente. Non creavano, quindi, sistemi di potere organici.

Si dice che gli scienziati occidentali ritengono che la psiche delle masse non sia altro che il risorgere degli antichi istinti dell’orda primordiale e pertanto un regresso a stadi culturali da tempo superati; cioè delle moltitudini casuali e l’affermazione è pseudo-scientifica, è legata alla sociologia positivistica.

L’istinto bestiale che, in qualche modo, è presente in forme diverse nel nostro DNA, trova nelle moltitudini casuali un campo dove manifestarsi. Il fenomeno del linciaggio, per esempio, dove, nascondendosi nell’impunità e nella falsa motivazione moralistica, ognuno di noi sente il bisogno di dare un calcio. La folla cancella le responsabilità individuali ma, al tempo stesso, consente il lasciarsi andare ai peggiori istinti. Alcuni fatti di cronaca nera sono dimostrazioni quotidiane di come le moltitudini casuali possano diventare con estrema facilità assassine, anche solo per un rigore non fischiato. I fascismi nascono proprio in quel torbido subconscio individuale che, trasformandoci in uomo-collettivo, crea quel clima di conformismo comune dove ogni violenza diventa non solo possibile, ma anche scontata, tollerata, ideologicamente motivata.

Viceversa, un’assemblea “bene ordinata” di elementi riottosi e indisciplinati si unisce in decisioni collettive superiori alla media individuale: la quantità diventa qualità”

È “il bene ordinata” che Gramsci virgoletta che corrisponde all’individuazione collettiva del bene comune. Se così non fosse, per esempio, non sarebbero possibili i sacrifizi inauditi che gruppi umani ben disciplinati sanno compiere in determinate occasioni, quando il loro senso di responsabilità sociale è svegliato fortemente dal senso immediato del pericolo comune e l’avvenire appare più importante del presente.

Una responsabilità, dunque, che non è scaturita dalla mera paura personale, ma avviene quando l’uomo diventa specchio dell’altro e anche una massa, riconoscendo appunto le sue altissime peculiarità di esseri umani, riesce a mettere da parte il proprio tornaconto personale, addirittura la propria stessa vita, perché l’avvenire appare più importante del presente, quindi di se stessi.

La bestialità dell’uomo contemporaneo, l’inedita e gratuita violenza senza ragion d’essere propria dei nostri giorni, ha origine da questo scollegamento del singolo dalla collettività: si diventa folla informe, moltitudine casuale, senza quei fili imprescindibili che ci rendono uomini ed è così che l’istinto malato prende il sopravvento su tutto il resto, i freni inibitori scompaiono e da pecore mansuete ci trasformiamo per un non nulla in belve assassine. I fascismi trovano forza e consenso proprio in questo scollegamento, nel quale alla fine la stessa lingua scompare, per far posto a suoni gutturali che indicano cose, mai pensieri.

Quel buio nella mente che ci impongono sgretola l’etica collettiva, ci affama, ci rende rabbiosi e ciechi e ci fa scagliare contro il diverso, il povero, il debole per il solo motivo che non vogliamo diventare come lui, o che forse già lo siamo e non vogliamo ammetterlo. Spesso si usa la metafora del “parlare con la pancia”, ma se uno ci pensa bene il parlare con la pancia produce solo flatulenza: cuore, occhi e cervello, non abbiamo altro, secondo Gramsci, per difenderci da noi stessi.

Contributo a cura di Luca Musella

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