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Alda Merini e il suo buio illuminato

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Marzo 2017
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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I poeti sono inconoscibili e vivono in un mondo dove il peccato è la più bella delle invenzioni della vita. Il loro masochismo non è qualcosa di reale, di tangibile. In realtà, non esiste nemmeno, perché anche i momenti di solitudine non sono che grida senza voce, nelle quali il silenzio ammette il bisogno dell’Altro.

Dell’infanzia di Alda Giuseppina Angela Merini, nata il 21 marzo 1931 a Milano, non si conosce molto, ma principalmente ciò che ella stessa racchiuse in qualche appunto autobiografico: “La mia infanzia non ha nulla di caratteristico: un’infanzia apparentemente, esteriormente comune ma, data la mia sensibilità acuta e forse già esasperata, ricca di toni a volte angosciosi, melanconici. Sono sempre stata isolata, chiusa in me stessa, pochissimo compresa anche dai miei e, forse per questo, il mio amore per loro non aveva confini, era assoluto. A scuola, parlo dei corsi elementari, sono sempre stata prima e senza fatica perché lo studio fu sempre una mia parte vitale.”

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La poetessa lombarda giurò eterna obbedienza alla causa della poesia: un’anima inquieta che non accettò mai né convenzioni né regole. Per colpa della guerra e per ragioni familiari fu, però, costretta a interrompere gli studi e questa mancanza creò in lei una sorta di buco nero, una sensazione oscura di incompiutezza, una ferita che la fece soffrire per tutta la vita. Questo evento costituì un nodo centrale della sua tormentata psicologia e generò, in seguito, quella sofferenza alla base dei suoi primi scompensi nervosi, i quali, inesorabilmente, sfociarono, quasi per un bisogno di equilibrio, in forme di poesia incredibilmente personali.

Il matrimonio fallito con Giorgio Manganelli rappresentò di per sé già un chiaro segnale di propensione verso una nuova stabilità, da ricercare lontano dal mondo dei poeti, troppo spesso perfido e impregnato di invidie. Probabilmente l’intento della scrittrice era quello di abbracciare la normalità, sottraendosi alla maledizione della scrittura e cercando di vivere una vita semplice. Le complicazioni, però, arrivarono, spingendo la poetessa a vivere due vite parallele: da una parte le sue giornate sul Naviglio con una bambina piccola da accudire e un marito troppo impegnato nel lavoro, dall’altro, l’impossibilità di vivere senza bere al calice della poesia. Tale eccesso di realtà, desideroso di estromettere l’arte dalla sua vita, rappresentò una sfida troppo dura, in grado di minare anche la psiche più solida.

Il mondo poetico sembrava averle voltato le spalle. Le piccole soddisfazioni non bastavano, i problemi familiari diventavano frequenti, finché, dopo una lite violenta, il marito chiamò un’ambulanza per il ricovero. Da quel momento in poi la sua storia cambiò radicalmente, percorrendo strade imprevedibili, drammatiche e buie. Era il 31 ottobre 1965, quando per la prima volta fu internata presso l’Ospedale psichiatrico Paolo Pini. Con il passare del tempo, ci furono altri lunghi internamenti e sempre più brevi dimissioni: un calvario che si ripeté per circa quattordici anni.

Iniziò così un percorso nella morte e nella poesia, dove fu l’anima a sentire e scrivere, mentre il corpo non fece altro che sopravvivere a quello che accadeva in manicomio. La sua dannazione la spinse a ribellarsi e la condusse verso una “morte del cuore” che l’elettroshock pareva poter spegnere solo per qualche secondo. La sua vita, in quegli anni, fu una terribile contraddizione: la rabbia verso quanto accaduto, il suo ritrovarsi in un manicomio e, contemporaneamente, la pace ritrovata, proprio tra quelle mura, da una realtà che aveva assorbito tutta la sua poesia.

Oltre all’elettroshock, fu sottoposta a numerose terapie ma per lei l’unica vera cura fu la poesia, generata nelle condizioni più disperate. Alda Merini raccontò lo scenario terribile di quegli anni in una nota del suo celebre volume Poesie: “Al mattino ti svegli con l’angoscia, sempre; con quell’immagine fissa, con quell’imponderabile gomitolo infisso nell’anima che dà un peso enorme come da infarto; poi via via questa angoscia si esalta, si dipana, diventa filo di pensiero e finalmente trionfo dello scrivere, immediato, che ti costa meno fatica di un parto vero e proprio. Forse l’angoscia somiglia alla tenebra che precede la luce o forse ancora ha preparato nella notte sogni e forme insostituibili. Ma è angoscia pura, è angoscia nera. E non sai come disfartene. È un corpo estraneo; amaro, forse, della stessa sostanza di cui era composto il fiele che fu avvicinato alla bocca dell’Uomo prima che spirasse.”

Lo scrittore Pier Paolo Pasolini riuscì a cogliere alcuni aspetti della poetessa parlando di una “mostruosa intuizione”, di un’inquietudine nervosa, di sensi infelici, di oscurità e di attese. Proprio questi ultimi durarono troppi anni, durante i quali la ribellione fu repressa in favore di una resa, vista come unica via di fuga da quelle mura, da un dolore senza nome e non motivato, a causa del quale non vennero versate lacrime, bensì ci si lasciò andare a un abbandono totale al delirio. Un delirio che la grande forza di Alda Merini seppe trasformare, nonostante tutto, in versi sublimi e unici.

Non è detto che la poesia debba nascere dall’emarginazione, direi piuttosto che a volte ci si emargina per fare poesia, e questa è  stata l’unica colpa della mia vita, tanto più grave in quanto i figli reclamavano la loro parte di amore e invece li ho amati più di me stessa, solo che è molto difficile far capire a un figlio, quando sei portatore di un dono così misterioso, che cosa sia questo rapimento che non è nemmeno una forma di santità, anzi direi proprio che è una forma di dannazione.

Tratto da una lettera scritta da Alda Merini a Maria Corti.

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