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Afghanistan, nazione sfruttata e abbandonata. Anche da noi…

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
19 Agosto 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Vent’anni di guerra, 241mila morti – di cui la maggior parte tra la popolazione civile –, 2300 miliardi di dollari in spese militari (soltanto per ciò che riguarda gli Stati Uniti). I numeri non raccontano tutto, ma fotografano in maniera chiara e inequivocabile la realtà di uno dei conflitti più lunghi e violenti della storia del mondo: la guerra in Afghanistan.

Domenica scorsa, 15 agosto, con l’entrata a Kabul dei leader talebani, la storia ha riavvolto il suo nastro tornando indietro di due decenni fino al 2001, quando l’Afghanistan era sotto il controllo dell’organizzazione militare locale fondamentalista e George W. Bush le prometteva battaglia in nome delle vittime dell’attentato terroristico dell’11 settembre.

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Capire cosa è accaduto e, soprattutto, cosa ha portato al rovesciamento del governo di matrice occidentale voluto dagli Stati Uniti d’America è un affare assai complesso, eppure, ripercorrendo le tappe principali del conflitto armato da Bush e portato avanti da ben quattro Presidenti, si può intuire perché si parla, da giorni, di fallimento della democrazia a stelle e strisce e catastrofe umanitaria, di una nuova, vergognosa pagina scritta dalla potenza più grande del pianeta.

L’invasione militare dell’Afghanistan da parte degli USA e della NATO cominciò il 7 ottobre del 2001, poche settimane dopo l’attentato al World Trade Centre di New York e la successiva, repentina individuazione dei responsabili nella cellula terroristica di al-Qaida. Il movimento militare saudita guidato da Osama bin Laden si nascondeva e pianificava i propri attacchi contro l’Occidente proprio nel sud del continente asiatico, al confine con lo Stato del Pakistan, sostenuto da quegli stessi talebani che detenevano il controllo della capitale, Kabul.

Le forze alleate impiegarono poco più di un anno a indebolire sensibilmente al-Qaida, a rovesciare il regime e installare un governo democratico. Nel marzo del 2003, Bush dichiarò raggiunto l’obiettivo dell’operazione militare, ciononostante la fine della guerra in Afghanistan non coincise con quella data e si protrasse per altri lunghi diciotto anni.

Nel corso di quegli stessi mesi, Bush diede contestualmente il via all’invasione dell’Iraq con l’obiettivo di deporre Saddam Hussein, allentando l’azione militare statunitense in Afghanistan. Così, lentamente, i talebani cominciarono a riorganizzarsi, dando vita a episodi di guerriglia contro gli avamposti alleati che non ebbero più fine. Toccò, dunque, al Presidente Barak Obama rinvigorire l’esercito a stelle e strisce e garantire al nuovo corso politico dell’Afghanistan – che nel frattempo riconosceva i primi diritti fondamentali alle donne e all’intera popolazione – il sostegno di cui aveva bisogno per non cedere all’offensiva dei combattenti di matrice estremista.

Il quantomeno discutibile Premio Nobel per la Pace con sede alla Casa Bianca nel 2009 aumentò di centinaia di migliaia di unità la presenza dei militari sul suolo dello Stato asiatico e, soprattutto, venne meno a ogni promessa di terminare quella guerra che si protraeva già da quasi un decennio ed era costata la vita a migliaia di uomini. Obama riuscì nell’intento di consegnare il corpo di bin Laden all’America che chiedeva vendetta, poi impiegò miliardi di dollari nell’addestramento e nell’armamento dell’esercito locale. 

Gli accadimenti di queste ultime settimane, con l’avanzamento indisturbato dei talebani fino a Kabul, hanno riportato a galla le tante questioni sorte negli anni, legate a quell’enorme ammontare di soldi e alle perplessità circa il loro utilizzo (Secondo una stima diffusa dai giornali americani, dal 2001 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 82 miliardi di dollari nell’addestramento e nell’equipaggiamento dell’esercito afghano. Il problema, ha scritto il New York Times, è che «non è chiaro dove tutti quei soldi siano finiti». – Il Post).

La spesa militare fu comunque avallata anche dal successore di Obama, Donald J. Trump che, di fatto, prima di lasciare lo Studio Ovale a Joe Biden, sancì l’accordo che ha riportato i talebani al potere senza colpo ferire da parte delle forze alleate che avevano occupato l’Afghanistan per oltre vent’anni, a questo punto – viene da dire – senza un perché.

Già, perché a parte una promessa sancita da qualcosa di molto simile a una banale stretta di mano, una tutela offerta dal nuovo corso talebano a garanzia della cooperazione con l’Occidente e contro la riorganizzazione di al-Qaida, Joe Biden e gli Stati Uniti d’America hanno lasciato l’Afghanistan nelle stesse condizioni – anche sociali – da cui avevano promesso di risollevarlo una volta smontata la cellula terroristica. La verità, però, sta in quei numeri in apertura e nelle drammatiche scene di questi giorni, nelle 241mila vite strappate (fonti non confermate parlano di una stima di gran lunga superiore, soprattutto tra la popolazione civile) da un conflitto che aveva risolto il motivo del proprio nascere dopo appena diciotto mesi, e le conquiste civili che, di colpo, non solo spariranno dalla quotidianità di milioni di donne e bambini, ma addirittura mineranno alla salvaguardia di quanti avevano collaborato con gli alleati. Interpreti, diplomatici, giornalisti, studenti sono stati abbandonati alle ritorsioni che i talebani rivolgeranno loro e che, in molti casi, costeranno la vita di persone che hanno creduto di poter essere libere.

Our mission was never supposed to be nation building, la nostra missione non avrebbe mai dovuto essere la costruzione di una nazione. Attraverso questo tweet, Biden – già responsabile del conflitto in Afghanistan ai tempi dell’amministrazione Obama – ha rivelato la vera natura dei bombardamenti, dell’occupazione e, infine, della ritirata. Gli interessi statunitensi non sono mai stati da considerarsi a favore delle necessità del popolo afghano, di un futuro da costruire per una nazione finalmente democratica, libera dalla tirannia talebana quanto dall’ipocrisia yankeee, ma soltanto del proprio tornaconto strategico, economico ed elettorale. Cosa accadrà d’ora in avanti non è affar loro. Non è affar nostro.

Eccolo, dunque, il modello di democrazia dell’America, lo stesso esportato in Vietnam che si ripercuote, ora, sul popolo dell’Afghanistan e le migliaia di giovani di tutto il mondo impiegati in una guerra senza motivo d’esistere – men che meno vent’anni –, una guerra senza alcuna conquista. È questa la bandiera che può disporre di armi e sanzioni secondo il proprio giudizio e che nessuno mai, al contrario, si sogna di giudicare.

Perché guai a dire che il Vietnam fungesse, in realtà, solo da vedetta nello svolgersi della Guerra Fredda o a ricordare la straordinaria, nera ricchezza dell’Iraq di Saddam, non ci si azzardi a far notare ai governi di quanti hanno seguito Bush in Afghanistan che lo Stato asiatico sia uno strategico snodo sui traffici del continente, lì, così vicino alla Cina e a tiro della Russia, e a chiedere conto.

È questa l’America che onora i suoi veterani con le passerelle alle competizioni sportive e le serie TV, la protagonista di una letteratura che ancora oggi, a oltre quarant’anni da Saigon, denuncia nei libri e nei film le tragiche conseguenze non solo sui territori che millanta di voler aiutare, ma sui suoi stessi figli, abbandonati coi demoni che soltanto la guerra sa far nascere nella mente di un uomo. È questa l’America. È questa l’inutile, sanguinosa, violenta, vergognosa storia della guerra in Afghanistan.

Prec.

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