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Cultura

Addio a Gigi Proietti, nel giorno del suo ottantesimo compleanno

L’ultima “mandrakata”, questa volta tragica e involontaria, Gigi Proietti l’ha fatta proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Alle 5:30 di questa mattina, il mattatore delle scene teatrali, televisive e cinematografiche italiane è morto, dopo un infarto avvenuto nella giornata di domenica, che ha aggravato irrimediabilmente le condizioni dell’affaticamento e dello scompenso cardiaco accusato nelle ultime settimane dal grande attore romano. Lo ha annunciato pubblicamente la moglie Sagitta, al suo fianco, insieme alle figlie Susanna e Carlotta, nei quindici giorni del ricovero in terapia intensiva presso la clinica Villa Margherita di Roma.

L’erede di Petrolini, così come lo si definiva da tempo, nacque nella capitale il 2 novembre del 1940, figlio della Roma popolare, che non aveva dimenticato quando era diventato famoso come attore, regista, cantante e anche doppiatore, prestando la sua voce a star come Robert De Niro e Dustin Hoffman. Da giovane, studiò Giurisprudenza, non arrivando alla laurea per pochi esami, e si mantenne agli studi partecipando alle feste studentesche, in seguito, esibendosi come cantante nei night club della città eterna.

Quasi per caso, il giovane Proietti approdò prima al Centro Teatro Ateneo e in seguito al corso di mimica del Centro Universitario Teatrale tenuto da Giancarlo Cobelli. Fin dagli anni della gavetta nel teatro d’avanguardia durante gli anni Sessanta, comunque, mostrò la poliedricità della sua arte e, nei decenni successivi, la padronanza di cui era capace come grande e sensibile interprete sulle scene teatrali, negli studi televisivi e sui set cinematografici.

L’occasione della vita a Gigi Proietti capitò nel 1970, quando sostituì Domenico Modugno nel musical Alleluja, brava gente di Garinei e Giovannini, nel quale si esibì accanto a Renato Rascel. Da allora divenne interprete e autore di successi teatrali, ma nel 1976 iniziò a scrivere, insieme a Roberto Lerici, A me gli occhi, please, una serie di spettacoli live che ebbe un enorme e duraturo successo di pubblico e che gli diedero la meritata fama di One Man Show.

Al cinema, invece, furono tante le prove di artista dalle mille risorse di Proietti, come in Brancaleone alle crociate (1970) di Mario Monicelli e Tosca (1973) di Luigi Magni, con la presenza di Monica Vitti. Ma il successo popolare arrivò con Febbre da cavallo (1976) di Carlo Vanzina, dove interpretava il famoso personaggio soprannominato Mandrake, genio delle furbate. La sua credibilità d’attore varcò anche l’oceano, inoltre, con la partecipazione al film Un matrimonio del grande regista americano Robert Altman (1978). Di recente, ci ha fatto piacere rivederlo sul grande schermo, nel personaggio di Mangiafuoco nel Pinocchio di Matteo Garrone.

In televisione, infine, l’attore e regista romano partecipò al teatro e agli sceneggiati televisivi. Tra le tante apparizioni, ci piace ricordarlo ne Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti. Nel campo del varietà televisivo, ricordiamo, invece, le memorabili quattro puntate di Fatti e fattaci di Antonello Falqui, insieme a Ornella Vanoni, nel 1975. L’ennesimo successo di pubblico arrivò poi, in anni più recenti, con la serie tv Il maresciallo Rocca, andata in onda dal 1995 al 2005.

Fu il teatro, tuttavia, il grande amore di Gigi Proietti, che al palcoscenico dedicò gran parte delle sue energie creative, non solo come attore e come drammaturgo, ma anche formando giovani attori con il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, alla guida del Brancaccio e, dai primi anni del Duemila, alla direzione del Silvano Toti Globe Theatre, entrambi a Roma.

Con la morte dell’artista romano, lo spettacolo e l’intera cultura perdono un grande interprete della recitazione, dallo stile molto personale, capace di dare corpo, gestualità e voce all’uomo contemporaneo. Un protagonista della storia e della ricchezza del teatro italiano, insomma, che curò sempre la dimensione pubblica dell’attività artistica e il suo valore sociale, nell’attualità delle crisi dei nostri tempi spesso mortificati perché considerati come fenomeni secondari e residuali della vita comunitaria.

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