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A Napoli “il linguaggio dei segni” di Joan Miró

Francesca Testa di Francesca Testa
16 Luglio 2021
in Appuntamenti
Tempo di lettura: 3 minuti
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Joan Miró i Ferrá, nato a Barcellona il 20 aprile del 1893, è stato uno scultore, ceramista e pittore, nonché esponente del Surrealismo. Jacques Prévert lo descrisse come un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni, invece lo scrittore Raymond Queneau coniò per lui un nuovo termine: miroglifico.

L’artista catalano, che disegnava sin da piccolo e soltanto nel 1912 iniziò a studiare ufficialmente presso l’Accademia Galí e poi al Circolo Artistico di Sant Luc, a suo modo elaborò un vero e proprio linguaggio dei segni, uno scambio tra immagini e parole fatte di grammatica, sintassi e figure che diventavano quindi un lessico a sé. Secondo Queneau, nell’arte di Miró segni ed elementi erano sempre presenti e i miroglifici, considerati come dei caratteri di una scrittura ideografica, si potevano associare alle idee oppure a oggetti reali. Tutto questo dava vita a un alfabeto convenzionale a cui si potesse fare riferimento, perché quella di Miró era ed è una lingua che bisogna imparare a leggere e di cui è possibile fabbricare un dizionario. La sua arte non racchiude soltanto ispirazioni provenienti dalla corrente surrealista, bensì anche dal Fauvismo, che si diffuse a Barcellona, e dal Dadaismo con il quale entrò in contatto negli anni a Parigi.

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La pittura di Miró è una scrittura che bisogna saper decifrare, sostenne ancora il poeta francese. E, infatti, nelle opere del pittore catalano è possibile cogliere segni che rimandano a forme concrete, come se diventassero elementi di un linguaggio verbale. André Breton, inoltre, dichiarò che la personalità di Miró s’è fermata allo stadio infantile, ma fu proprio questa libertà creativa a caratterizzare il Surrealismo. Un continuo rimando all’innocenza, a forme bizzarre, a protagonisti che appartengono al mondo interiore dell’artista. Se, come disse Breton, il Surrealismo è l’automatismo psichico puro mediante il quale si vuole esprimere verbalmente, per iscritto o in qualsiasi altra forma, il funzionamento del pensiero, allora è proprio il pensiero, nel quale non necessariamente entra in gioco la ragione, a dare vita all’inconscio dell’artista e a creare un alfabeto-gioco in una tela che diventa pittura-scrittura.

Sarà il PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, a raccontare il mondo onirico e fantastico dell’artista catalano con la mostra Joan Miró. Il linguaggio dei segni. Un evento che avrà inizio il 25 settembre e terminerà il 23 febbraio, che permetterà ai visitatori di ammirare ottanta opere tra cui quadri, disegni, sculture, collage e arazzi, ripercorrendo decenni e decenni di attività creativa che vanno dal 1924 al 1981, periodo che vide Miró sviluppare un linguaggio formale che influenzò l’arte del XX secolo. Queste opere provengono dalla collezione di proprietà dello Stato portoghese in deposito alla Fondazione Serralves di Porto. Joan Miró. Il linguaggio dei segni è a cura di Robert Lubar Messeri, professore di Storia dell’Arte presso l’Institute of Fine Arts della New York University, e da Francesca Villanti, Direttore scientifico del C.O.R., Creare Organizzare Realizzare.

Per tutti gli amanti dell’arte questa mostra sarà una profonda esplorazione di opere sì materiali, ma che riescono ad andare oltre la tela, oltre i colori, oltre gli oggetti, dando forma a quella che è la poetica di Miró. Un percorso che vuole mostrare non soltanto i momenti più importanti della sua carriera, ma anche i cambiamenti, un’opportunità unica per perdersi nelle sue immagini di sogno e colore.

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