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“A Napoli con Raffaele La Capria”: attraverso l’onnipresenza del mare, definire la città indefinibile

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
12 Luglio 2023
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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I volumi della collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore li leggo sempre volentieri e ne ho amati diversi, come A Città del Messico con Bolaño di Alessandro Raveggi e In Colombia con Gabriel García Márquez di Alberto Bile Spadaccini. Ne aspettavo uno dedicato a Napoli da tempo e finalmente la casa editrice sceglie Michela Monferrini, scrittrice romana, per accompagnarci in città insieme a un ospite d’onore, forse il più illustre: Raffaele La Capria.

Il sottotitolo, Un percorso acquatico, ci indica la direzione presa dall’autrice: se si parla di Napoli si può davvero ignorare la sua appartenenza al mare? Parafrasando Anna Maria Ortese (o, meglio, ribaltando la sua provocazione) questo testo si riappropria dell’elemento “acquatico” come qualcosa di indispensabile per definire la città indefinibile per antonomasia.

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Michela Monferrini disegna una mappa che inizia dalla Villa Comunale e dalla sua Stazione Zoologica – che non è una vera stazione perché da lì non partono treni, ma pesci – prosegue risalendo via Caracciolo e via Posillipo, soffermandosi a lungo nelle stanze ariose e incrostate di salsedine di Palazzo Donn’Anna, un luogo magico e al tempo stesso spettrale in cui La Capria ha vissuto per ben vent’anni. Prima, però, un po’ a ritroso verso Sedile di Porto, alla ricerca della storia di Colapesce, la leggenda di Niccolò che da uomo si trasforma in una creatura marina per sfuggire alla crudeltà del mondo, per poi tornare a Posillipo, ad ammirare le sue nobili ville da una prospettiva privilegiata, proprio dal mare, e infine fare un salto immaginifico a Capri, l’isola nel nome, come dice Monferrini, perché La Capria porta dentro di sé e nel suo cognome parte di quella terra dove mise piede da ragazzo e poi di nuovo trent’anni dopo, trovandola ovviamente molto cambiata.

Come ogni volume della collana, la narratrice inserisce in ogni tappa richiami all’autore scelto come compagno di viaggio: La Capria che, forse, ha saputo raccontare Napoli (o, almeno, una parte di essa) come nessun altro, viene citato insieme ai suoi romanzi. Così scopriamo, attraverso il suo La neve del Vesuvio, l’impressione che la Villa Comunale forma negli occhi del piccolo protagonista; allo stesso modo, con Ferito a morte, ci racconta com’era abitare un luogo come Palazzo Donn’Anna, che per i napoletani rappresenta un mistero insondabile perché solamente pensare che qualcuno possa viverci è incredibile; e in Capri e non più Capri interrompe quell’aura glitterata di esclusività a cui siamo abituati a pensare quando ci nominano l’isola, per concentrarsi sui suoi fantasmi, sui suoi suicidi, sugli abitanti del suo cimitero marino.

L’acqua, il mare, sono sempre presenti. Se Napoli non fosse affacciata sul mare che città sarebbe? Una terra di sirene senza sirene, se vogliamo riprendere il citato Norman Douglas che nel suo Siren Land descrive la Penisola Sorrentina e Capri (e quindi, per proprietà transitiva, Napoli) come terra scelta da divinità minori. O una terra di “palazzi degli spiriti” affacciati su un burrone roccioso invece che sul golfo; una terra in cui Colapesce non sarebbe stato un pesce, ma forse un orso o una volpe; una terra che invece di tre isole avrebbe avuto all’orizzonte una cresta montuosa e quindi niente più partenze in aliscafo da Mergellina, niente più tuffi da Castel Dell’Ovo, niente Vesuvio lambito dal mare, niente mare, niente Napoli.

Probabilmente la “città-senza” sarebbe più simile a quella descritta da un altro autore napoletano d’eccellenza, Peppe Lanzetta: se La Capria concentra i suoi scritti in quella bella Napoli affacciata sul mare, Lanzetta torna alla narrazione di Ortese (e di Serao, se pensiamo alla sua definizione di “ventre”), incassando la metropoli nelle sue periferie degradate, sporche, rotte, marce. Allora la domanda successiva nasce spontanea: senza mare, Napoli sarebbe solo casermoni e sofferenza? La sua presenza ci distrae per non farci vedere anche questa faccia della medaglia?

Il fatto è che riesce difficile, se non impossibile, frazionare Napoli, separarla dal suo rapporto viscerale con l’acqua: bisognerebbe dimenticare Posillipo, gli acquafrescai, la “lava” di Borgo dei Vergini, la Gaiola, Ischia e Capri, Colapesce e certamente resterebbe ancora tantissimo da dire, ma questo tantissimo che strada prenderebbe? Il filosofo Walter Benjamin, visitando la città negli anni Venti, coniò un’espressione molto fortunata che andava in questa direzione: Napoli “porosa”.

[…] quella natura che Walter Benjamin […] avrebbe definito “porosa”, e che si sarebbe poi trasferita allo stesso carattere e alla stessa condotta di vita dei napoletani: “frammentaria, porosa e discontinua”, appunto. Come ha indicato Raffaele La Capria, quell’aggettivo usato da Benjamin […] per indicare la coesistenza, a Napoli, di un “mondo della superficie abitato dagli umani e un mondo sotterraneo abitato dalle anime, dagli spiriti e dalle voci. E questo sottomondo si estende dal centro della città, pieno di catacombe e cimiteri sotterranei, fino alle grotte scavate nel tufo sulla costa di Posillipo”. (pag. 58, Monferrini)

Ecco, Posillipo, pur parlando di sottomondi e di buie catacombe, non viene mai dimenticata. E quando si parla di Posillipo inevitabilmente il pensiero va al mare. E se pure non ci fosse, Napoli possiede dei fiumi, interrati sì, ma esistono, come il fiume Sebeto. C’è, ma non si vede, dunque se proprio l’acqua mancasse dal golfo la si potrebbe recuperare sotto terra. Monferrini però non si pone il problema: l’acqua di cui parla lei, e La Capria, non è acqua dolce, ma mare e basta, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Di tutti i volumi della collana, questo di Monferrini rispecchia in modo impeccabile il suo spirito: fa venire voglia – com’è nelle intenzioni dei Passaggi di dogana – di leggere o rileggere l’autore, di capire perché la scelta sia ricaduta proprio su di lui come Virgilio, o di scoprirlo ex novo nel caso non lo si conoscesse. Io, ad esempio, che non ho letto molti libri di La Capria, mi sono ripromessa di recuperare. Lo consiglio sia ai lettori affezionati della collana che a quelli che vi si approcciano per la prima volta: trovo sia un testo perfetto per iniziare a esplorare questa sezione del catalogo Perrone. Inoltre, per gli innamorati di Napoli, La Capria è un autore imprescindibile e dunque, anche se non lo si è ancora letto, conoscerlo un po’ nelle pagine di Monferrini è un buon punto di partenza.

Prec.

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