diciotto anni scuola lavoro
Il Fatto

A diciotto anni il tuo posto è a scuola, non a morire in fabbrica

A diciotto anni il tuo posto è su un campo di calcio improvvisato per strada, con gli zaini a delimitare la linea di porta. A diciotto anni il tuo posto è tra le luci della discoteca, a rimuginare sull’ennesima occasione sprecata di rivolgerle la parola, chiedendole di ballare. A diciotto anni il tuo posto è tra i banchi di scuola a sognare il domani, non in una fabbrica a rinunciare al futuro per sempre.

Giuliano De Seta è la terza vittima del 2022 dell’Alternanza Scuola-Lavoro, morto venerdì scorso presso lo stabilimento della Bc Service di Venezia, schiacciato da una lastra di acciaio. Perché si trovasse presso un impianto industriale specializzato nella lavorazione dei metalli anziché in classe è il risultato di una delle leggi più illogiche che la politica ha prodotto negli ultimi anni.

Introdotta nel 2017, la ASL obbliga gli studenti delle superiori a testare sul campo le proprie attitudini e consolidare le conoscenze acquisite a scuola presso un ente pubblico o privato nell’ambito di un vero e proprio tirocinio lavorativo, o – per meglio dire – di uno stage non retribuito. In pratica, il progetto della Buona Scuola indirizza gli studenti a ciò che è il mondo del lavoro oggi: precario, senza diritti, mancante di sicurezza, dedito allo sfruttamento.

Le ore che i ragazzi trascorrono in azienda risultano, a tutti gli effetti, come curricolari ma in realtà non lo sono, ogni minuto che passano in fabbrica è tempo sottratto alla formazione, a quel processo di apprendimento necessario a plasmarne la capacità critica e riflessiva nei riguardi del tempo presente. Di fatto, lo Stato consegna manodopera gratuita alle imprese, togliendo agli alunni momenti fondamentali di crescita, arricchimento culturale e socialità.

Come ha ben riassunto Saverio Tommasi su Fanpage, l’Italia non ha bisogno di studenti che lavorano, ma di studenti che studiano e di lavoratori con buoni posti di lavoro. La ASL va abolita, è un abominio, una storpiatura di ciò che la gioventù di un uomo o una donna dovrebbe essere.

Sono troppi anni, ormai, che la parola lavoro coincide con incidenti, fatalità, dramma: non è ammissibile per un operaio, non dev’essere tollerabile se si pensa a un ragazzo che muore quando avrebbe dovuto trovarsi tra i banchi di scuola. Parlare di tragedia, da parte dei partiti impegnati in campagna elettorale, è un’insopportabile retorica, a maggior ragione quando la risposta dello Stato, nei riguardi delle rivendicazioni degli studenti, è sempre coincisa con la solita, barbara forma della repressione.

In occasione dei primi due casi di morte legati all’Alternanza Scuola-Lavoro, quando persero la vita Lorenzo Parelli e Giuseppe Fenoci, comitati studenteschi si formarono da Nord a Sud, marciando fuori le loro scuole e lungo le strade delle proprie città. Ad attenderli, però, non trovarono le braccia tese delle istituzioni garanti dei loro diritti, ma i manganelli della polizia.

Giuliano, Lorenzo e Giuseppe sono morti perché lo Stato antepone il profitto alla tutela, perché il modello produttivo voluto dal PD con la Buona Scuola, e avallato da tutte le fazioni partitiche, guarda con interesse soltanto alla formazione di nuova forza lavoro, anziché di teste pensanti, in grado di ragionare, unirsi e pretendere uno stato di cose diverso da quello attuale.

L’Italia, così come tutti i Paesi votati al liberismo, stila la propria agenda politica prendendo in considerazione soltanto le necessità del mercato e i giovani pagano le conseguenze più care, persino con la loro vita. Giuliano, Lorenzo e Giuseppe avevano tra i sedici e i diciotto anni, e non sono morti per una fatalità.

A riprova di quanto sopra, vi è il fatto che il giovane di Ceggia aveva trascorso i mesi estivi lavorando per la stessa azienda in cui è morto venerdì scorso, regolato da un contratto di apprendistato. Forse è stata proprio la conoscenza che già aveva di colleghi e manovre ad averlo tradito, lasciato da solo quando avrebbe dovuto essere seguito da un responsabile. Se non è questo un modo per assicurare forza lavoro gratuita a un’impresa, allora cos’altro lo è?

Il lavoro – con tutte le responsabilità che comporta – è tale quando risulta pagato e regolato da un contratto, altrimenti è lecito parlare di sfruttamento, in questo caso con l’aggravante della complicità dello Stato. Un vergogna che deve finire al più presto. Stando, però, ai programmi diffusi dalle principali forze politiche che si giocheranno la partita delle elezioni domenica prossima, la ASL non è in discussione, il futuro dei ragazzi – semmai – è sempre più indirizzato verso la produttività a discapito della conoscenza. 

Intanto, Giuliano, un giovane diciottenne che venerdì mattina avrebbe dovuto trovarsi tra i banchi della sua scuola, con i propri compagni, a pensare al futuro, all’esame imminente, è morto in fabbrica, schiacciato da due tonnellate di acciaio, al termine di un turno di lavoro che non era di sua competenza. Questa drammatica vicenda è la sconfitta di un intero sistema, non di certo una fatalità.

A diciotto anni il tuo posto è a scuola, non a morire in fabbrica
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