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La passione come motore politico di Antonio Gramsci

Può nascere passione dalla preoccupazione del prezzo che può assumere la sugna di porco?

Passione può essere anche economia, nel senso di uno studio che cerchi di mantenere in equilibrio i rapporti tra gli uomini e i propri bisogni. Questo, se poi si riferisce alla “utilità generale”, implica anche concezioni di libertà: ma allora passione ed economia significano personalità umana determinata storicamente in una certa società gerarchica.

Gramsci pone grande attenzione a come viene declinata questa forma di appartenenza. Anche il “punto d’onore” nella malavita assume un significato di patto economico. In questo caso, si scala la gerarchia attraverso forza fisica e furbizia, ma le questioni di rango si verificano in ogni forma di rapporto. Anche nei rapporti familiari o con lo Stato. La stessa violenza, persino quella criminale, prende corpo e sostanza nella determinazione di punire chi ha rotto un patto, quasi sempre di natura economica. Cos’è una multa? Una sanzione a un cittadino che ha violato un patto. Un litigio tra amici, tra colleghi, tra marito e moglie su presunte o reali infedeltà: rottura di un patto.

Che in questi episodi sia una manifestazione di personalità vuol dire solo che la personalità di molti uomini è meschina, angusta: essa è sempre personalità.

La passione, dunque, è motore politico per eccellenza, sebbene si manifesti in forme altissime o molto triviali. Determina l’agire umano in ogni ambito dell’esistere e, a pensarci bene, ogni ambito dell’esistere si basa sullo scambio e quindi sull’economia.

Ma la scienza politica (non solo secondo Croce) deve spiegare una parte, l’azione di una parte, ma anche l’altra parte, l’azione dell’altra parte. Ciò che si deve spiegare è l’iniziativa politica, sia essa difensiva, quindi appassionata, ma anche offensiva cioè non diretta ad evitare un male presente (sia pure presunto, poiché anche il male presunto fa soffrire e in quanto fa soffrire è un male reale). Se si esamina bene questo concetto crociano di “passione” escogitato per giustificare teoricamente la politica, si vede che esso a sua volta non può essere giustificato che dal concetto di lotta permanente, per cui l’iniziativa è sempre appassionata perché la lotta è incerta e si attacca continuamente per evitare di essere sconfitto.

In Gramsci ogni antagonismo è passione. Ogni lotta tra l’uomo e la natura è passione. Ogni piccola transazione economica è passione, per quanto può sembrare meschina. Gramsci fa suo il concetto hegeliano che la storia è storia di libertà. Ma lo amplia in chiave crociana: passione è pseudonimo di lotta sociale. Del perenne conflitto tra rivoluzione e repressione. In questa chiave l’economia è “dialettica dei destini” in senso crociano: non coincide e non può coincidere con quella degli economisti in senso stretto, poiché nel momento dell’utilità o economico il Croce fa rientrare una serie di attività umane che ai fini della scienza economica sono irrilevanti (per esempio l’amore).

È il primato indiscutibile della politica sull’economia, della pubblica utilità sul profitto, della realizzazione dell’individuo sulle ristrettezze astratte dei bilanci. Un Gramsci che lancia la sfida alla politica del futuro, determinandone obiettivi e altezze.

Fa molta tristezza vedere la pochezza della classe dirigente italiana che fa di formulette astratte il fulcro del proprio esistere. La dittatura del PIL, dello spread, della spending review che ha spalancato la porta del potere ai banchieri, alle oligarchie, alle privatizzazioni che hanno scatenato mattanze emotive, precarietà, devastazione dello stato sociale, impoverimento generale, ma che hanno creato una casta di arricchiti senza merito, di burocrati grigi, di capitani del nulla da stipendi altissimi e mansioni misteriose. Tutto in barba alla collettività, ma tutto ottenuto con il consenso masochista della stessa. Una sindrome autolesionista in cui si è diventati carnefici di sé.

L’unica “utilità” in Gramsci è il bene comune, declinato con un’insospettabile modernità che ne fa ancora oggi faro e mente dei Partiti del Lavoro di tutto il mondo. L’esempio più poetico sono le lotte agrarie, quel rispondere qui e ora alle esigenze dei contadini, allora schiavi, ha prodotto una consapevolezza politica in molta parte della popolazione, anche in chi contadino e schiavo non era.

Fa orrore l’attuale difesa subdola della schiavitù, fenomeno di massa nelle nostre campagne, nell’edilizia, nella logistica e nei lavori domestici da parte di una classe politica pigra, feudale, ignorante e tra le più corrotte del mondo occidentale. Ma cosa che fa ancora più male allo sguardo è che ciascuno di noi si sta abituando a un’indifferenza che ha il tanfo della morte. Gramsci odiava l’indifferenza, noi?

Contributo a cura di Luca Musella

La passione come motore politico di Antonio Gramsci
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