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Il Fatto

2021: il primo anno del futuro è un’opportunità. La politica saprà coglierla?

Il primo anno del futuro (dopo il peggiore di sempre) è il titolo di un articolo pubblicato nei giorni scorsi su queste pagine. Una riflessione attenta, a cura del direttore Alessandro Campaiola, sulla realtà di una società già in trasformazione, figlia di quello che il Time ha definito l’anno peggiore di sempre. Un invito a coglierne gli aspetti negativi per costruire un mondo a misura d’uomo, senza commettere gli stessi errori che ancora, e a lungo, lasceranno macerie ovunque. Riuscirà la politica a riconoscere l’opportunità di rifondarsi, di recuperare identità e spirito di servizio ridotti ormai soltanto a slogan obsoleti?

Il bravo giornalista in carriera, aspirante opinionista nei salotti televisivi, farebbe una rappresentazione scenica più che ottimistica condita di sviolinate trasversali che riscuoterebbero i favori di quei politici presenti più in video che nelle sedi istituzionali proprie. Non essendo chi scrive né in carriera né desideroso di partecipare alla fiera dell’ipocrisia urlata e inconcludente, sarebbe quindi utile tentare un minimo di analisi, seppur sintetica, sulla drammatica realtà di una classe dirigente mediocre che, sin dall’inizio degli anni Novanta, ha profondamente inciso sulla società, svuotandola progressivamente di ogni valore, complice anche una televisione commerciale di quel padre padrone che inaugurò la triste stagione dei partiti personali.

Lungi dal voler minimamente beatificare quella generazione politica che dal dopoguerra in avanti passò dalla grande ricostruzione del Paese alla lunga fase della corruzione diffusa, va comunque detto che la mediocrità di taluni esponenti era ben circoscritta e non assimilabile all’intera classe dirigente, passata invece dalle scuole di formazione e da esperienze amministrative locali per aspirare al Parlamento, finendo con il proporre figure generalmente non improvvisate, sia che appartenessero a forze di governo che di opposizione.

L’avvento della politica gridata e svuotata di quel collante indispensabile che identifica il cammino comune di un partito o di un movimento, che è l’ideologia, ha aperto invece a interessi di parte di ben individuate categorie sociali, distribuendo briciole necessarie per una rappresentanza parlamentare tra le più scadenti della storia repubblicana, passando con disinvoltura dalle sedi istituzionali ai bordelli altolocati e, più recentemente, dalle piazze dei vaffa – con l’esclusiva del valore dell’onestà – ai salotti televisivi, dal no a qualsiasi coalizione a quella con la peggiore destra, infine, con l’odiato e corrotto Partito Democratico.

Ideologie e programmi, elementi cardine di una sana politica, inesistenti le prime e disattesi gli altri, azioni spot tese a recuperare consenso e a nascondere incapacità e incompetenze. Caso eclatante è la diminuzione del numero dei parlamentari, con la quantità e non la qualità quale soluzione ottimale per trarre vantaggi da un elettorato da troppo sensibile più alla propaganda che alle riforme radicali di settori che influiscono negativamente su ogni possibilità di sviluppo e investimento.

Brandelli dei partiti storici passati attraverso trasformazioni quasi sempre limitate a un cambio di nomi e di simboli, una sinistra impalpabile e una destra che ha colto soltanto gli aspetti storici peggiori, mai guardando a una forza conservatrice rispettosa dei valori costituzionali e democratici. Ma è soltanto responsabilità di una classe politica inadeguata o essa è il riflesso del degrado culturale e morale di una nazione che si accontenta della mediocre amministrazione dello Stato, come fosse un condominio qualsiasi, tappando buchi con occhi rivolti soltanto al presente?

Programmazione, pianificazione, progettualità, attenzione alle giovani generazioni, investimenti che possano favorire opportunità di lavoro a tutti i livelli non fanno più parte dell’agenda governativa da decenni, così come le politiche per la casa o i piani di edilizia popolare si sono arenati al piano Fanfani, con le grandi riforme ferme al palo degli annunci e la modernizzazione della macchina dello Stato ridotta a una chimera.

Il nuovo della politica, quello delle forze del rinnovamento radicale adagiatesi su un sistema che fa acqua da tutte le parti e, purtroppo, non solo nel nostro Paese, ha giocato la carta del populismo più becero e dannoso. Ci è voluta, dunque, un’autorità religiosa come Papa Francesco per indicare la via laica per un cambiamento non più rinviabile, con la pandemia che ha posto in evidenza quanto ancora continueranno a crescere le disuguaglianze. Come uscire da un circolo vizioso troppo comodo per pochi e profondamente ingiusto per molti? Davvero questo nostro tempo merita personaggi del calibro di Trump, Johnson, Bolsonaro, Renzi, Salvini, Meloni, Berlusconi, dei tanti dilettanti allo sbaraglio passati in un lampo da lavori seppur dignitosi a responsabilità della politica estera, della sicurezza, della giustizia del nostro Paese?

È pur vero che questo è già il primo anno del futuro, ma occorrono da subito politiche coraggiose, un cambiamento radicale per un domani che è oggi, per la costruzione di un presente e di un futuro che senza il contributo dei giovani, delle forze vive del Paese, senza una scuola e un’università che funzionino a pieno ritmo, che siano luoghi di confronto, di discussione di socializzazione così come quei laboratori – ancora pochi – aperti ai lavoratori sempre più traditi da sindacati che hanno assistito, acconsentendo, al progressivo peggioramento delle loro condizioni di impiego. Altrimenti, ci sarà soltanto il suicidio collettivo di una società incapace di guardare con occhi nuovi a un mondo che continuerà a essere dominato dagli egoismi dei pochi a danno di un’umanità destinata a soccombere.

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