Il Fatto

Milano, Roma, Napoli: in Italia c’è chi dice no

Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente. Soltanto quarant’anni fa, a chiedercelo, era stato Peppino Impastato, la mafia ancora non lo aveva messo a tacere. Ci aveva chiesto di ribellarci, Peppino, di scendere in piazza, di manifestare il nostro dissenso. Ci aveva chiesto di dire di no. La mafia ancora non aveva messo a tacere ognuno di noi. Ma non lo abbiamo ascoltato. Abbiamo lasciato, piuttosto, che la malavita prendesse il sopravvento, che mietesse altre vittime, che penetrasse nelle istituzioni e le facesse proprie. Abbiamo lasciato che il suo potere, travestito da politico di turno, ci comprasse con poco, con qualche rateizzazione in più e pochi spiccioli ad arrotondare lo stipendio già misero. Abbiamo smesso, nel tempo, di invadere le strade e pretendere ascolto, fino a non accorgerci più di niente. Proprio come volevano loro.

Basti pensare che la più importante, nonché ultima vera risposta di piazza degli ultimi vent’anni, in Italia, si è avuta nel 2001, quando Genova si tinse prima dei colori arcobaleno e, poi, del rosso del sangue di Carlo Giuliani, dei martiri della Diaz e di Bolzaneto, del nero dei manganelli dei torturatori – come li ha definiti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – oggi reintegrati e promossi in polizia. Da allora, ogni manifestazione successiva è stata meno decisa, scarsamente incisiva e partecipativa. Per i motivi, senza scomodare vecchie glorie della politica italiana, è sufficiente appellare l’ex Ministro Marco Minniti, il quale nel corso del suo mandato, capitanato da quel Matteo Renzi che ha definitivamente massacrato la sinistra, ha spento tutti i possibili focolari ancor prima che nascessero, sedando malumori e disobbedienze varie a ritmo di lacrimogeni e tenute antisommossa. Preludio perfetto di quel che sarebbe stata ed è, ahinoi, l’era Salvini, l’unico, quest’ultimo che, soprattutto negli anni all’opposizione, ha sempre in qualche modo mosso la folla, più o meno numerosa, pronta a raggiungerlo nel suo passaggio in città. Per cacciarlo, ovviamente.

A tal proposito, torna alla mente un episodio del marzo 2017 legato al capoluogo campano, quando in tantissimi – sostenuti dal Sindaco Luigi de Magistris – protestarono affinché il leader del Carroccio non andasse a chiedere voti a coloro che, fino all’attimo prima, aveva apostrofato come colerosi. Una protesta che fece rumore e scandalo. Napoli si era permessa di ripudiare il leghista con la felpa, costretto a scappare e a rinunciare a un comizio a cui la città non voleva partecipare. Tutte le più alte cariche dello Stato, al momento, sentirono di dover intervenire. Non ci potevano pensare che la sovranità appartiene al popolo.

Intanto, un qualcosa di simile, seppur con una risonanza minore visti i tempi difficili, è successo proprio appena ventiquattro or sono, quando il Matteo milanese, oggi Vicepremier, ha ripercorso le strade partenopee come aveva annunciato qualche giorno fa: «Tornerò ai primi d’ottobre a Napoli per un comitato sull’ordine pubblico e la sicurezza in questa splendida città, che ha bisogno di un po’ di regole e di pulizia in alcuni quartieri. Cercherò di mettere qualche poliziotto in più per la lotta alla camorra, che mi piacerebbe veder scomparire dalla faccia della Terra, dando possibilità di lavoro ai ragazzi dei quartieri difficili, affinché possano scegliere lo Stato invece che la camorra». Ad attenderlo, anche questa volta, un numero considerevole di cittadini, ieri piuttosto divisi negli intenti: da una parte, i leghisti campani, i sostenitori di questo folle sedicente governo del cambiamento, dall’altra gli antagonisti di sempre che in direzione del Ministro dell’Interno hanno lanciato anche delle monetine, ironizzando sulla grave questione dei 49 milioni di euro rubati dal partito padano, che li restituirà (?) in comode rate per i prossimi ottant’anni quasi.

Nel corso della sua visita, dopo un trionfale ingresso in zona Vasto, negli ultimi tempi al centro del dibattito a causa di una difficile convivenza tra napoletani e migranti – questo perché piuttosto che pensare a soluzioni di integrazione, si creano ghetti e periferie dell’anima –, l’inquilino del Viminale ha sottolineato che si è trattato soltanto di una prima tappa, da ripetersi già a novembre, perché l’obiettivo resta la lotta alla camorra e ai camorristi, che inseguiranno quartiere per quartiere, andandoli a prendere uno per uno, senza dimenticare che – la lingua batte dove il dente duole – aver ridotto gli sbarchi in Italia, riduce la possibilità di avere nuovi manovali del crimine a basso costo.

Negli ultimi giorni, però, non è stata soltanto Napoli a tornare in piazza. Anche Roma e Milano, infatti, hanno rialzato le proprie voci come non succedeva da un po’, dandosi entrambe appuntamento in centro per domenica, mosse da sentimenti diversi ma unite nell’intenzione di base: contrastare le politiche del governo giallo-verde. Piazza Duomo, ad esempio, ha urlato forte la sua voglia di rispondere alle narrazioni tossiche del presente che stiamo vivendo, una dimostrazione del fatto che non è vero che sessanta milioni di italiani sono con Salvini, che non tutti sono intolleranti, che xenofobia, omofobia, sessismo e fascismo non sono prerogative dell’intero Paese. Bandiere rosse, drappi multicolori, il ricordo dei leader di ieri che non torneranno: il capoluogo lombardo, patria della Lega, ha ribadito a chiare lettere che non ci sta, che non ci vuole stare. Una manifestazione della gente per la gente, lontana da quel PD a cui per forza la disinformazione di regime ha tentato di attribuirla, solo perché tra le fila dei partecipanti vi era Laura Boldrini, ex Presidente della Camera, già all’epoca estranea al partito di maggioranza.

Nelle stesse ore, invece, quest’ultimo si stava radunando nella Capitale, più precisamente in Piazza del Popolo, al grido di Unità!, parola estranea alla sinistra – in questo caso pseudo tale –, in Italia da sempre tutt’altro che compatta e vulnerabile al soffio del vento. Da Renzi a Martina, nessuno dei principali esponenti dei dem ha fatto sentire la sua assenza, in un tentativo, forse tardivo, di riunire sotto la propria egida gli elettori ancora fedeli ma, soprattutto, quelli che negli anni di legislatura si sono sentiti traditi, sbarrando poi una simbolo diverso una volta in cabina elettorale e pentendosene ben presto. Roma, tuttavia, non si è fermata lo scorso weekend, tornando ieri in quelle vie disobbedienti poco dopo. L’inaspettato arresto del Sindaco di Riace, infatti, ha portato a un’adunanza spontanea di chi ha scelto di schierarsi al fianco del Primo Cittadino calabrese, simbolo di accoglienza e modello per una società che vuole guardare al futuro. Marce simili, intanto, sono state annunciate in moltissimi centri italiani. Quanti buonisti.

Al di là delle polemiche sul numero reale dei partecipanti a queste manifestazioni – cifre che non verranno mai palesate in modo tutt’altro che fazioso –, non si può negare che nello Stivale qualcosa, anche se a rilento, si sta muovendo. Non ci sono leader, certo, tantomeno personalità di spessore che possano guidare il formarsi di un qualsiasi movimento. Mancano gli intellettuali, quelli che la storia insegna hanno cambiato il corso degli eventi istruendo e formando il popolo. Scarseggiano gli ideali e pure il coraggio di rincorrerli quando li si è visti bistrattare, tradire, abusare, trasformarsi per il web in un concetto pop. Ma ignorare che qualcuno ci stia provando sarebbe un errore, soprattutto adesso che i tentativi di omologazione al Salvini pensiero si fanno sempre più invadenti e incessanti. Soprattutto adesso che si è tornati a firmare leggi razziste e razziali, che si vuole distruggere non solo il presente ma anche il futuro dei giovani di oggi e di domani. Soprattutto adesso che si alzano muri e gli uomini tornano a sentirsi padroni delle donne come fossero cose. Ribellarsi, prima che sia troppo tardi, prima di abituarsi alle loro facce, prima di non accorgersi più di niente, quindi, non può più essere una scelta, bensì un dovere. Perché informarsi, dunque dissentire, non è radical chic, è da Homo Sapiens Sapiens.

Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza. – George Orwell

*Foto in evidenza di Ferdinando Kaiser©

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