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Il Fatto

Zingaretti-D’Urso: la politica spettacolo colpisce ancora

In un programma che tratta argomenti molto diversi tra loro, hai portato la voce della politica alle persone. Ce n’è bisogno!: no, non è un errore. A scrivere su Twitter non è stato suo fratello Luca, il bravo attore che impersona il Commissario Montalbano, ma lui, Nicola Zingaretti, il Segretario del Partito Democratico, il maggiore partito della sinistra in Italia.

In un concentrato di gossip, vip e aspiranti tali, la voce della politica affidata alla TV trash, quale tramite per arrivare alla gente, allieta i pomeriggi domenicali di una parte degli italiani. Per questo, l’endorsement del leader del PD a Barbara D’Urso, appresa la tragica notizia della paventata chiusura della trasmissione da lei condotta, meriterebbe un serio approfondimento sul rapporto tra rappresentanza ed elettorato, tra classe politica e mezzi di comunicazione ma, soprattutto, sulla qualità della stessa che ha marcato sempre più le distanze con la gente, affidando prima alle telecamere e poi ai social quel dialogo interrotto decenni fa con l’avvento della politica spettacolo, quella gridata dei salotti televisivi, dei monologhi e delle interviste di comodo dei soliti noti.

La televisione resta ancora oggi, nonostante il successo della rete ormai inarrestabile, il principale mezzo di comunicazione di massa, capace di condizionare le opinioni del pubblico in Italia e nel mondo intero. Così, la spettacolarizzazione dell’informazione, perfino della cronaca nera, e le trasmissioni definite di approfondimento con gli abituali opinionisti, giornalisti e i soliti esponenti politici – molti di dubbia preparazione e capacità, doti non più richieste neanche per occupare un ruolo di sottosegretario – costituiscono il quadro deprimente del degrado culturale e politico divenuto tragicamente strutturale.

La lottizzazione dei canali RAI della prima Repubblica – presa a modello anche dalla seconda – e la televisione commerciale delle reti dell’ex Cavaliere hanno rafforzato la presenza di quella voce della politica portata alle persone tanto cara al Segretario Zingaretti, tra scoop, amanti traditi e litigi falsi e veri. Una delega in bianco che certifica l’incapacità comunicativa di una rappresentanza che non sa più parlare alla gente, che si rifugia nei salotti del peggiore pettegolezzo nella speranza di recuperare credibilità e consenso. Ancora più inaccettabile quando quella delega è esercitata nella televisione pubblica nelle forme e nei modi talvolta subdoli, tra gare di ballo e opinionisti del calibro di Razzi, con la vergogna che non conosce limite.

Quelli della mia generazione ricorderanno, di certo, i lunedì dedicati agli incontri tra i parlamentari e il proprio elettorato nelle sezioni, nelle segreterie cittadine, provinciali e regionali dei partiti, anche nelle sedi delle correnti, un dialogo diretto dei cittadini con i rappresentanti delle istituzioni per illustrare le necessità dei territori, di categorie di lavoratori, talvolta anche personali. Le assemblee, gli incontri, i congressi consentivano, infatti, una partecipazione al dibattito, dai grandi temi a quelli locali, confronti aperti e persino lotte interne. La discussione politica, però, era sempre al centro di tutto. Il confronto, anche quello dai toni accesi, non aveva bisogno di alcuna spettacolarizzazione contrariamente a quanto avviene oggi, dove la teatralità si è imposta sul dibattito, dove le frasi a effetto, quelle che toccano la pancia del pubblico, hanno ormai il sopravvento.

Consapevole della forza del mezzo televisivo, infatti, la politica ha privilegiato i talk show alle piazze e alle sedi di partito, così l’informazione-intrattenimento ha colto la palla al balzo per confezionare programmi che coniugassero istituzioni e spettacolo, certamente non in libertà ma stabilendo regole, secondo quel manuale che porta il nome del democristiano Massimiliano Cencelli – per i politici ma anche per i giornalisti – in base a un criterio preciso di appartenenza.

La presenza ossessiva di Sallusti, Feltri, Senaldi, di direttori di quotidiani dalle più che modeste tirature (ormai in piedi soltanto grazie ai contributi statali) non è credibile che sia rapportata all’alta caratura dei personaggi – che di sicuro non sono Larry King, il popolare giornalista di successo con le sue celebri interviste sulla CNN – ma unicamente all’appartenenza a una parte politica che, seppur in decadenza, è sempre forte nel collocare nei posti strategici i propri uomini, alla giustizia quanto all’editoria, come sta avvenendo in questi giorni.

Di partecipazioni fisse su ogni rete televisiva e in ogni trasmissione, però, campione è sicuramente Matteo Salvini, con la sua grande capacità comunicativa e l’arte del non dire nulla, una sequela di invettive e di frasi fatte, incapace com’è di sostenere un confronto nel merito delle questioni poste e, per questo, di recente sorprendentemente messo in difficoltà da un singolare giornalista non compiacente come Enrico Lucci nel corso del programma condotto da Bianca Berlinguer. Un altro giornalismo sembra sia possibile.

Responsabilità condivise tra istituzioni e informazione, quest’ultima sempre più irriconoscibile, gestita da professionisti del settore e da personaggi dello spettacolo. Ruoli spesso intercambiabili che non rendono un buon servizio. La politica, dunque, deve necessariamente ritrovare le sedi proprie di confronto, anche con il contributo della televisione, ma in forme dignitose e appropriate, evitando monologhi e assenza di confronto, recuperando la dignità e la credibilità indispensabili per un rapporto corretto con i cittadini, certamente non delegabile alle D’Urso di turno e agli spettacoli spazzatura di cui non ha per niente bisogno. Così come dello Zingaretti-pensiero, Segretario che farebbe bene a preoccuparsi dei recenti sondaggi che lo danno ai minimi storici, tra una Lega al primo posto e una Meloni soltanto a un punto di distanza.

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