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Interviste

Valerio Bruner: «Vi racconto “Someday”, il mio album punk rock»

Valerio Bruner è un rocker cantastorie. È un drammaturgo, un musicista, uno scrittore che salta dalle corde della chitarra a penna e taccuino. È un vagabondo, che nelle sue note fa sentire la polvere della Route 66 e la foschia di Londra, un cantautore di strada d’altri tempi. Il suo ultimo album, Someday, è una bomba punk rock: cinque brani netti, aggressivi e furiosi. Ma dopo il primo ascolto ci si rende conto che c’è qualcosa di più profondo, storie oscure e complicate. Ne abbiamo parlato con lui.

Valerio, iniziamo con Someday. L’hai descritto come passione, energia, furore, la scintilla dopo tanta oscurità. Trovo questa energia soprattutto nei primi pezzi, a chiusura, invece, tutto diventa molto più dark, a tratti sembra il goth rock di Nick Cave. Da cosa nasce questo contrasto?

«In ogni album mi sono sempre trovato a mescolare un lato oscuro con uno più luminoso. Se ci pensi, è la vita che è fatta così, chiari e scuri. L’oscurità è forse la mia prima passione: nel mio primo album, Down the River, le sonorità sono molto improntate su quelle di Tom Waits, Nick Cave e il Johnny Cash dell’ultimo periodo. A me l’oscurità dell’animo umano affascina. È qualcosa che cerco di scandagliare. Però, allo stesso tempo, se diventi schiavo di questa oscurità, ne rimani prigioniero quindi cerco sempre un po’ quella luce in fondo al tunnel, quella voglia di riscatto, quella voglia di vivere in maniera più luminosa la vita.

Ho cominciato a scrivere Someday durante il primo lockdown: un momento duro, che ha corrisposto anche alla malattia di mia madre. Le canzoni mi venivano fuori molto dark però, almeno nei ritornelli e nello sviluppo, tornava questa voglia di respirare dopo che sei stato sotto l’acqua per tanto tempo. Poi la vita è andata avanti e mia madre purtroppo l’ho persa. A fine pandemia mi sono reso conto che avevo voglia di far uscire queste canzoni perché sì, venivamo tutti da un periodo oscuro, ma c’era voglia di reagire e di strappare migliori condizioni alla vita.

Ci sono Someday (Your Blue Dress), la title track, Mercy (Of Love and the Fear) – una canzone po’ più vecchia che è tornata –, Forget About You e Rain Man. L’ultima è una co-scrittura con il mio produttore, Alessandro Liccardo, su quest’uomo che incede solitario nella notte. Quando me l’ha proposta, mi sono accorto che aveva sonorità molto diverse da Someday, che è un album punk rock, però tematicamente ci si sposava bene. Ci ho messo un po’ mano, ho scritto la terza strofa di chiusura e abbiamo cambiato la scrittura. L’inizio è molto oscuro, ha queste chitarre distorte, mentre il ritornello si apre quasi reggae. Questo contrasto è la vita, è Someday: tornare a vivere con una cattiveria positiva, con rabbia, con voglia di reagire».

A quale canzone sei più legato all’interno di Someday?

«Sloppy Sue. Per un motivo solo: è la prima canzone in assoluto che ho scritto. La scrissi nel 2012, quando stavo facendo militanza in una cover band rock. Ricordo che stavo leggendo un libro di Flannery O’Connor, Wise Blood. L’autrice aveva questa voglia di andare dentro l’oscurità dell’animo umano, però era molto cattolica. In lei erano molto radicati i concetti di male e bene, di grazia. Raccontava di questo predicatore che per vedere davvero la verità si acceca. Perché nell’oscurità riesci a vedere delle cose che gli occhi umani non possono vedere. Parallelamente, vidi per la prima volta Natural Born Killers di Oliver Stone, la storia di due serial killer che si mettono in macchina e uccidono ogni persona sul loro cammino. C’è anche una canzone di Springsteen, Nebraska, che parla della vera storia di Charles Starkweather e della sua fidanzata Caril Ann Fugate che ammazzarono undici persone sulla Route 66. Tutto questo mi ha ispirato la figura di Sloppy Sue, una donna misteriosa, quasi una strega, che incontra quest’uomo di cui non sappiamo il nome. I due si mettono in macchina e cominciano una strage. Quando li prendono, non hanno un motivo vero e proprio da spiegare alla polizia: si trattava di dare un senso allo stare su questa Terra, trovare nel sangue e nella crudeltà un modo di vivere. Trovare un senso nel dolore e nella cattiveria.

Flannery O’Connor scriveva che se Dio è veramente esistito e ha sconfitto la morte, dobbiamo abbandonare tutto e seguirlo. L’unica alternativa è cercare di trarre piacere dalle cose più proibite: rubare la casa a una persona, ucciderla. Ho scritto Sloppy Sue perché questa è la mia vocazione: scandagliare ciò che succede nel non detto, nell’oscurità».

Lo scorso anno hai pubblicato La belle dame, che mi ricorda una ballata di Keats, Le belle dame sans Merci. Una figura atipica: come mai l’hai scelta, è un archetipo delle donne che vuoi raccontare?

L’hai detto: è un archetipo. Quando la studiai, rimasi folgorato dalla poesia di Keats. Poi ho ascoltato la versione di Branduardi che è di una bellezza devastante: c’è questo arrangiamento arabeggiante che amplia tutto ciò che c’è nella poesia, che è una poesia dannata. L’ideale della donna in letteratura è sempre stato quella della donna cortese, asservita. Con il romanticismo inglese – Keats, Coleridge, Blake, Byron – invece c’è l’idea di queste figure libere, ribelli. La belle dame mi ha sempre affascinato, anche i dipinti di Dante Gabriele Rossetti che la ritraggono coi capelli rossi, che sono fuoco, sono passione, sciolti e scoperti.

Io credo che la donna oggi, nonostante l’emancipazione, viva in una società tuttora molto maschilista, opprimente, che le impone di fare una serie di scelte e di non fare una serie di scelte. Ho avuto un sacco di esempi nella mia vita – mia nonna, mia mamma, la mia compagna – che hanno rifiutato questi canoni. Io vado avanti per la mia strada, la gente mi criticherà, ma non me ne frega niente. Questa cosa l’ho metabolizzata, è una tematica che sento molto.

Non ho pianificato di scrivere canzoni che parlassero di donne, sono semplicemente venute fuori. E non si trattava neanche di “parlare” di donne, ma provare per quei pochi minuti della canzone a camminare in quelle scarpe. Ed erano tre, quattro canzoni che potevano diventare un corpus unico: c’era sempre questa donna sola, messa alle strette, che mandava tutto a quel paese. Serviva una title track: inizialmente, si chiamava proprio Belle dame sans Merci, mi piaceva l’atmosfera evocata da Keats. L’idea era interpretare il poema dal punto di vista della dama, dato che normalmente la vicenda è raccontata dal cavaliere.

La musica per me ha un valore sociale, penso che debba essere radicata nella società in cui viviamo, altrimenti è solo un esercizio di stile. Ho deciso quindi di destinare parte del ricavato dell’album a un’associazione di Napoli, Le Kassandre. L’associazione si occupa di contrastare gli abusi, le violenze e di favorire l’integrazione delle donne che scappano dal loro paese a causa della guerra. La nostra collaborazione è continuata con La Belle Dame, vol.2. Qui a Napoli c’è una scena musicale femminile meravigliosa, quindi abbiamo riarrangiato l’album assieme a delle artiste. È uscito il 25 novembre, nella giornata contro la violenza sulle donne, e tutto il ricavato va alle Kassandre».

Mi hai parlato di queste donne atipiche che ti affascinano. Mi è venuto in mente uno spettacolo che hai scritto, Malammò o della Madonna puttana. Hai scelto la figura della Maddalena, ci vuoi raccontare la tua versione?

«Io ho iniziato con il teatro, facevo parte di una compagnia indipendente, Il Teatro di Contrabbando, e c’era questa attrice, Chiara Vitiello, che nei suoi personaggi aveva sempre una spiccata napoletanità, molto verace. Ed è già una cosa che mi affascina, queste donne antiche napoletane che sono custodi di una saggezza che forse noi non possiamo carpire. La figura della Maddalena, poi, mi ha sempre attratto, come tutte le figure che, da un punto di vista religioso o da un punto di vista laico, rifiutano quello che è il ruolo che la società vuole imporre.

C’è un monologo di Marguerite Yourcenair sulla Maddalena che si chiama Maria Maddalena o della Salvezza. Tutto è partito da lì, da questa figura che vaga nel deserto, folgorata dall’amore per Dio che l’ha sconvolta sia da un punto di vista religioso che umano. E poi ci sono le opere di Donatello, Canova, de La Tour. Da lì nasce questa idea: la Maddalena napoletana. Cominciai a tradurre il monologo della Yourcenair in napoletano arcaico. Nella tradizione del Sud, il profano c’è sempre, come la nostra Madonna Addolorata con le spade in petto. È una tradizione religiosa molto terrena e viscerale. La Maddalena diventa quindi una donna del popolo napoletano, senza tempo, senza spazio, che ti racconta la sua storia. Volevo una Maddalena che camminasse scalza nella terra, sporca. Il monologo ripercorre tutti i Vangeli e l’incontro con Dio, fino alla morte e alla resurrezione. Questo incontro l’ha però così tanto cambiata che lei non può più vivere una vita normale, è condannata a ripetere ogni giorno questa storia. Come connotazione scenografica mi piaceva l’idea che fosse una senzatetto, una barbona.

A Fuorigrotta, prima della Legge Basaglia, c’erano un sacco di manicomi. Chiusi i manicomi, è però rimasta una zona di concentrazione di persone che avevano delle difficoltà. Il nostro teatro era lì. Incontravamo spesso questa donna anziana che stava sempre vicino all’immondizia. Le portavamo da mangiare, ma lei buttava il cibo perché aggia stà dentr a munnezz. Questa cosa ci ha influenzato, quando fai un lavoro come il mio devi essere aperto a ogni stimolo. Allora, questa Maddalena è una prostituta, ma una prostituta di bassa leva, l’alcova che usa per lavorare è un materasso sporco, sta in mezzo agli stracci. Questi stracci rappresentano l’umanità perduta, gli ultimi della Terra. Quando la Maddalena si innamora di Dio, quando lava i piedi di Gesù con i capelli e si redime, prende questi stracci e se li mette in grembo: come se diventasse una madre di tutti gli ultimi. Salvo poi perdere nuovamente queste pezze perché la morte di Dio la riporta alla bruttura del mondo. Il titolo non è stato Maddalena, ma Malammò, un amore malato».

Mi hai parlato molto del teatro e c’era questo spettacolo interessante, Nonsense a nord del Tamigi. Lì ti sei ritagliato il ruolo del cantastorie, un ruolo calzante dato che scrivi e suoni.

«Nonsense a nord del Tamigi è lo spettacolo che ha dato il la a tutto quanto. Nasce come testo autobiografico delle mie disavventure a Londra, dove ho conosciuto tanta gente e situazioni al limite del normale. È il vagabondare di Ralph Kennigan, questo mio alter ego, che gira sulla metro londinese incontrando vagabondi assassini, pazzi schizzati, gigantesse mangia uomini. Situazioni che ho vissuto, ovviamente travisate con il teatro e con la fantasia. Quando portammo il testo in scena il regista, Alessandro Palladino, mi disse che aveva bisogno di una colonna sonora per lo spettacolo. Ma che non fossero le solite musiche di scena, gli piaceva che ci fosse fisicamente una figura di deus ex machina. Dato che ero lo scrittore, lo sceneggiatore, mi chiese di metterci anche le canzoni, di diventare il jukebox dello spettacolo. L’anello di congiunzione di tutti gli episodi. Quindi, mi trovai buttato sul palco a suonare London Calling e Iggy Pop. Andando avanti, però, mi resi conto che stavo metabolizzando delle storie, quindi dissi: “Ragazzi, voglio metterci canzoni mie”. Molte di queste confluirono in Down the River, e proprio la title track era il fulcro dello spettacolo. Mi è sempre piaciuto unire i due linguaggi. Poi ho proseguito con la musica in maniera più strutturata, mi piace la forma-canzone per esprimermi, però il teatro resta il mio primo amore. Mi piacerebbe tornare a fare il drammaturgo. Per me sono dimensioni interscambiabili».

Down the River è il tuo primo album, e oltre al Tamigi mi ricorda The River di Bruce Springsteen. Lì il fiume è un simbolo legato ai ricordi, alle possibilità perdute. Cosa rappresenta per te?

«Down the River nasce sia dalla canzone che dall’intero album di Springsteen. Io ho un tatuaggio che rappresenta due cerchi, che riprendono l’immaginario dei nativi americani. Il cerchio per loro rappresenta simbolicamente il fiume e il fiume è la vita. Noi tendiamo a concepire la vita come una retta: nasci, cresci, muori, non sai dove vai a finire. Per loro invece è un cerchio, un continuo intrecciarsi di passato, presente e futuro. Quindi, un insieme di gioie, rimpianti, rimorsi, occasioni perse, occasioni ricevute. L’ho messa al centro di Nonsense perché si trattava un po’ di fare i conti con la mia esperienza vissuta a Londra: ero partito per farmi una vita lì, ma non ci sono mai riuscito. Quindi sentivo di dover tirare le somme: cosa mi sono perso, cosa invece mi ha dato soddisfazione?

A Londra non ho trovato un lavoro, ma ho scritto tanto: salivo a bordo dei pullman senza destinazione e scrivevo. Così sono nate anche The Night Was Dark and the Moon Was Bright, Free Fallin’, Gone by the Wind. Una canzone, Bartender, è legata a un episodio in particolare: ho trascorso una notte intera a parlare con un barista in un bar malfamato. Lui era portoghese e parlava portoghese, io italiano e un po’ inglese: abbiamo passato una notte a chiacchierare e non so cosa ci siamo detti. Però, è nato un rapporto forte. Il pub, poi, è andato a fuoco. Era un luogo incredibile.

Down the River per me segna l’inizio di un percorso: decisi per la prima volta di andare in uno studio di registrazione e di affidare le mie canzoni a qualcun altro. Ed è stato il punto di partenza. Se lo ascolto oggi, noto tante incertezze e il fatto che ero acerbo: in uno studio di registrazione non ci ero mai stato. Non sapevo cosa fosse un arrangiamento. Però, le canzoni mi colpiscono ancora perché sono nude e crude, ho bloccato lì un attimo della mia vita. Ho fatto altri album, però spesso le persone ricordano Down the River. Manco andavo a tempo in alcuni punti, ero senza click, ma comunicavo qualcosa. In Gone by the Wind ero totalmente afono, andò via la voce, ma economicamente non potevo rifarla, quindi la registrai comunque. Ricordo tutti questi momenti e ci sono affezionato».

Durante il tuo ultimo concerto, hai deciso di aprire la serata con un monologo sul rock. È stato interessante perché ormai questa è una parola abusata: in ogni talent in televisione dicono continuamente «Sei rock! Sei punk!» perché magari fanno qualche mossetta e hanno l’eyeliner nero. Spogliato del glam, per te cosa significa fare rock?

«Ho scritto questo monologo e l’ho affidato ad Antonio Torino, un amico che ho voluto sul palco. Per me il rock è un’attitudine. È quello che cerco di fare non solo da un punto di vista musicale. Sì, mi piace il rock e vengo da quegli ascolti – Springsteen, Johnny Cash, i Clash – però non è solo questo. È un modo di affrontare la vita. Tutti cercano sempre di darti delle etichette e di prestabilire il tuo percorso: ora fai le medie, ora il liceo, poi l’università. Devi scegliere Ingegneria, Architettura, Giurisprudenza, Medicina: questo è quello che fanno le persone serie. Devi trovarti un lavoro, devi farti una famiglia. A un certo punto, ho detto basta. Ho rifiutato tutto quanto. Questo significa rock: rompere, spaccare.

Uno dei più grandi rocker per me è Woody Guthrie, che aveva scritto sulla chitarra Questo strumento ammazza i fascisti. A me questo è rimasto del rock, e cerco di rimanerci il più fedele possibile: non faccio tanta differenza tra quando sono sul palco e quando sono fuori dal palco. Ovviamente, sul palco tutto è portato all’ennesima potenza, è show. Però, resta il modo di vedere e plasmare la vita, lontano da esistenze preconfezionate: questo significa rock.

Oggi nel mainstream è tornato il glam rock, un fenomeno fine 1970, inizio 1980. Esemplari di questo periodo sono i Guns N’ Roses, portabandiera del famoso sesso, droga e rock n’ roll. A vederli oggi sul palco, però, sono ridicoli: non c’è più la forma fisica che li rende belli e dannati. Era un rock fine a se stesso, effimero. Il rock è vedere Springsteen, Bob Dylan, gli stessi Rolling Stones fare ancora questo: mantenere viva la ribellione. Non adeguarsi».

Valerio Bruner: «Vi racconto “Someday”, il mio album punk rock»
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