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Universalità del SSN: stiamo facendo abbastanza?

Martina Benedetti di Martina Benedetti
20 Maggio 2023
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Mi è capitato e mi capita quotidianamente di parlare con persone che danno per scontati i servizi del nostro SSN. La frase siamo già un sistema sanitario privato mi fa rabbrividire perché chi la pronuncia non ha, lontanamente, idea di che cosa esso comporti.

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Quello della sanità privata è soltanto uno dei pilastri del nostro sistema e si divide in sanità privata accreditata e privata. La sanità privata trae, spesso, i suoi vantaggi proprio dalle inefficienze del pubblico.

Ma cosa si intende per sanità privata senza principio di universalità? Voglio prendere come esempio quello degli Stati Uniti d’America che appartengono alle nazioni industrializzate a non aver mai sviluppato una copertura sanitaria universale. Negli States, in pratica, non ci sono tasse come in Italia a sostegno di un sistema sanitario universale e questo si traduce in una spesa per le cure della propria persona a intero carico del cittadino. Egli può curarsi soltanto se ha stipulato un’assicurazione sanitaria o è in grado di pagarsi le spese di un’operazione o di un ricovero.

Un intervento di angioplastica, ad esempio, in America, costa circa 32mila dollari. Una visita al pronto soccorso costa, circa, 1389 dollari. In Italia, non ci poniamo i suddetti problemi in quanto il fabbisogno sanitario nazionale standard è finanziato dalle seguenti fonti:

– entrate proprie degli enti del SSN (ticket e ricavi derivanti dall’attività intramoenia dei propri dipendenti);

– ficalità generale delle regioni: IRAP (nella componente di gettito destinata alla sanità) e addizionale regionale IRPEF;

– bilancio dello Stato: finanzia il fabbisogno sanitario non coperto dalle altre fonti di finanziamento essenzialmente attraverso la compartecipazione all’imposta sul valore aggiunto, IVA (destinata alle Regioni a statuto ordinario) e attraverso il Fondo sanitario nazionale.

L’Obamacare del 2010, che è una delle più importanti riforme in America, permette al sistema sanitario di tutelare 32 milioni di cittadini in più. Le compagnie assicurative non possono più negare di stipulare assicurazioni ai cittadini gravemente malati e i datori di lavoro con più di 50 dipendenti devono contribuire alle spese dei loro impiegati relative all’acquisto delle assicurazioni.

In America il governo federale finanzia grandi strutture che sono gli ospedali pubblici. Essi offrono assistenza anche a coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria ma le liste di attesa possono prevedere tempi lunghissimi.

Medicare e Medicaid sono programmi di assistenza sanitaria finanziati dal governo degli Stati Uniti. Quando si entra in un ospedale, negli USA, le prime cose che vengono chieste sono i propri dati e il numero dell’assicurazione sanitaria. Domande, per noi in Italia, impensabili.

In America vi potrebbe essere addebitata una franchigia e il conto delle spese mediche, speditovi, dopo la dimissione. Se le vostre ferite vengono considerate non gravi (spesso anche le fratture vengono considerate come tali) potreste essere dimessi senza nessun trattamento medico se viene accertata l’impossibilità di pagare. Inoltre, è sempre indicato, per l’utente, contattare la compagnia assicurativa per accertarsi che le spese possano essere coperte.

Alla luce di quello che per noi sembra un mondo distopico ma è realtà negli Stati Uniti d’America, che cosa stiamo facendo per mantenere il nostro SSN universale? E, soprattutto, capiamo realmente l’importanza di avere un SSN universale?

La pandemia, chiamata “pandemia delle disuguaglianze”, ha allargato ulteriormente la forbice tra ricchi e poveri. Emerge, spesso, l’opinione di chi si fa promotore della sanità privata in nome della lotta agli sprechi e al disavanzo, ma l’idea che l’ospedale privato sia più efficiente in termini di efficacia/costo rappresenta l’ennesimo mito da sfatare.

Gli interventi più costosi si eseguono in larga parte nelle strutture pubbliche (trapianti, chirurgia oncologica, neurochirurgia). Il privato per la gestione di un paziente consuma più risorse rispetto a un pubblico. Il mantenimento di un SSN sostenibile non rientra nella lista di obiettivi del privato che deve aumentare più possibile numero di esami, visite, interventi. La libera professione intramoenia genera inevitabilmente diseguaglianze tra chi può permettersi di pagare gli specialisti migliori, ottenendo visite in tempi rapidi, e chi non può.

Il privato convenzionato, oltre a fornire assistenza sanitaria per conto del SSN, svolge anche in parallelo attività privata pura. Con un sistema pubblico al collasso, inoltre, molti specialisti preferiscono passare al privato.

In Italia, da oltre vent’anni è in atto una crescente privatizzazione del SSN con un progressivo aumento dei posti letto delle strutture private, degli esami diagnostici e dei fondi statali destinati alla sanità privata integrativa.

La crisi attuale deve assolutamente far comprendere che senza un cambio di rotta il SSN verrà smantellato e i primi a rimetterci saranno i cittadini privi di un’assicurazione integrativa.

Prec.

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