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UE, vince sempre l’austerity: Gentiloni Commissario al guinzaglio di Ursula Von der Leyen

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
11 Settembre 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Il nuovo governo nato dall’asse improbabile MoVimento 5 Stelle-PD ha raccolto, nella giornata di ieri, la fiducia delle due Camere, dando così, di fatto, il via ai lavori. Il cambio di rotta rispetto alla precedente alleanza con la Lega è già sotto lo sguardo di tutti, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti del Parlamento italiano con l’UE.  Scrivere, però, che il binomio giallo-rosso sia sinonimo automatico di politiche in totale contrasto all’azione promossa dal duo Di Maio-Salvini – come proposto da molti giornali – è ben altra cosa. 

In tanti che si riconoscono nei valori di una sinistra ormai sparita dallo scacchiere politico non solo tricolore ma anche internazionale, infatti, non converranno – di certo – con il colore associato alla compagine democratica, non degna di essere accostata al tono delle grandi rivoluzioni proletarie quando legiferava in autonomia, figuriamoci oggi che il PD è costretto a condividere l’azione di governo con i grillini. Già prima del Decreto Sicurezza – firmato proprio dai nuovi compagni di banco di Renzi e co. alla vigilia del rovesciamento del Conte I – non va dimenticato che proprio l’ex Ulivo si rese complice di forti repressioni delle manifestazioni di dissenso da parte di centri sociali e studenti, oltre che di accordi al limite (e forse oltre) della dignità umana con la Libia, al fine di trattenere i migranti sul territorio africano, pur consci delle condizioni critiche a cui questi ultimi sarebbero stati sottoposti se scoperti a tentare la forzatura dei confini. 

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Ciò che – come anticipato – salta, però, subito all’occhio è la repentina inversione dei toni, finora sferzanti e persino minacciosi, dell’esecutivo nei confronti di Bruxelles. Che il nostro Paese corra il rischio altissimo di pagare le scelte scellerate degli ultimi quattordici mesi in materia di economia, debito, misure assistenziali e lavoro, attraverso una prossima ondata di rincari e, dunque, una manovra finanziaria che graverà sulle tasche dei cittadini già disillusi delle impossibili promesse della ruggente campagna elettorale dei 5 Stelle, è una previsione di cui sarebbe capace anche il peggiore dei maghi in onda sui canali privati la notte. Non a caso, il nuovo alleato dei pentastellati è un partito, quello guidato da Nicola Zingaretti, che ha già dimostrato di saper essere amico delle politiche promosse – diciamo anche imposte – agli Stati membri da parte del Parlamento Europeo. In linea con tale premessa, la trattativa tra 5 Stelle e dem ha portato alla candidatura, poi alla nomina di Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari Economici della UE, seppur in collaborazione con il Vicepresidente esecutivo, il lettone Dombrovskis. 

Il ruolo di partner della politica continentale, però – è bene ricordarlo – è costato già caro al PD che, con la sua azione volta esclusivamente alla messa a posto dei conti da presentare oltreconfine, ha prodotto, sì, un PIL saldamente in timida crescita, ma a discapito di lavoro stabile e autonomia, scavando un solco mai più restaurato con il proprio elettorato, sconfitto e avvilito dal dramma del precariato e dalla subordinazione del mercato alle logiche delle grandi multinazionali.  Paolo Gentiloni servirà, in tutta probabilità, a garantire a chi tiene i fili di questa Europa che dell’Italia ci si potrà nuovamente fidare, che lo Stivale tornerà a essere un docile, accondiscendente vassallo di quel padrone feudale vestito delle bandiere di Parigi e Berlino. Ciò non vuol certo dire che la nomina dell’ex Premier sia da salutare esclusivamente con negatività e scetticismo, tutt’altro. Vantare un rappresentante del nostro Paese in uno dei ruoli cardine della UE che verrà potrebbe portare enormi vantaggi anche a Roma. La domanda, però, resta: a quale prezzo?

Lungi da noi promuovere questa analisi correndo il rischio di sembrare, allora, in linea con l’euroscetticismo promosso fino a ieri alle Camere e oggi in piazza da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Tutt’altro. La critica che questo giornale intende divulgare – e sulla quale è felice di dibattere con i propri lettori – è a un’Europa in cui vogliamo assolutamente restare, un continente aperto che rispetti, però, i principi per i quali era stato fondato. La UE che abbiamo sognato – e di cui ancora aspettiamo la realizzazione – era sinonimo di zero confini, di multiculturalità, di scambio di idee. Ciò con cui, spesso, ci siamo, invece, trovati a fare i conti è un padrone che tiene tutti i più deboli al guinzaglio delle proprie necessità, a sua volta manovrato dal mercato globale, un severo contabile che ha imposto l’austerity come unica forma di politica economica a chiunque non parlasse l’elegante lingua francese o il severo idioma tedesco. 

A tal proposito, serva di lezione la questione più annosa degli ultimi tempi, la vicenda che tiene in ansia le sorti del Parlamento continentale dalla primavera del 2016: la Brexit. La politica unilaterale – fomentata ad arte dai sovranismi ormai in auge non solo in UK, ma in tanti angoli del pianeta – ha spaventato il popolo di Sua Maestà, ha reso il Paese ospitale per antonomasia una terra stanca di dare il benvenuto alle speranze dei giovani nati fuori dai confini di Londra. L’UE, come mostratasi fino a oggi, spacca l’opinione pubblica e la rende isterica. I muri e le divisioni sono la drammatica conseguenza, nonostante distruggano lo Stato che vi si oppone sotto ogni aspetto, dal sociale a quello economico-finanziario, in questo caso la Gran Bretagna. 

Ben venga, dunque, l’Ursula Von der Leyen pensiero, «Dobbiamo riformare Dublino», e che non si tratti dell’ennesimo proclamo che troverà soluzione in accordi di comodo ai soliti burattinai. «È una questione che riguarda la solidarietà – ha spiegato la neo Presidente della Commissione Europea – che per definizione non può dipendere da una posizione geografica. Non può essere quella la base sulla quale un Paese deve assumersi maggiori responsabilità per esempio rispetto all’arrivo dei migranti». Il riferimento all’Italia sembra lampante, finora, però, gli Stati membri non sono riusciti mai a trovare un punto d’incontro e il Mediterraneo – con i porti vicini della Sicilia tristi spettatori – si è trasformato nel più atroce e drammatico dei cimiteri. 

Una nuova stagione comincia con l’estate 2019 che sta per andare in pensione, in Italia quanto in Europa, con i rispettivi destini che sembrano imprescindibilmente legati. 

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