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“Tutto chiede salvezza”: un toccante viaggio sulla nave dei pazzi

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
26 Ottobre 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Su Netflix Italia è nella top 10 dei titoli del momento e in poco tempo ha già conquistato il cuore di molti: stiamo parlando di Tutto chiede salvezza, la nuova serie tv tratta dal romanzo omonimo di Daniele Mencarelli (2020), diretta e sceneggiata da Francesco Bruni. Sette episodi di una prima stagione uscita con il botto, in particolare perché racconta un tema estremamente complesso e delicato, che difficilmente viene trattato all’interno di un prodotto di intrattenimento, specie se italiano e per teenager: quello della malattia mentale.

La trama ruota attorno a Daniele, ventenne romano il quale, a seguito di una crisi psicotica, si risveglia di colpo nella camerata di un reparto psichiatrico. Stenta a crederci, ma quello a cui è stato sottoposto è un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio. Assieme ad altri cinque improbabili personaggi, il ragazzo si ritroverà a dover fare i conti con un mondo sconosciuto, con timori e debolezze, con se stesso e con il senso di solidarietà che inevitabilmente emerge in ognuno di loro, così diversi eppure così simili, accomunati dalla stessa assurda circostanza.

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Quando si parla di malattia mentale il risultato dei pensieri è sempre un crogiolo di stereotipi e contraddizioni. Qualcosa che spaventa, da cui ci teniamo alla larga perché noi ci consideriamo quelli sani, quelli dall’altra parte del cancello, per citare Gaber. Eppure basterebbe fermarsi un secondo a riflettere, a osservare questo cancello, per accorgersi che, dopotutto, la mente umana è quanto di più complesso possa esistere. Una bomba a orologeria, pronta a esplodere quando meno te lo aspetti.

«Io una cosa mi chiedo», ci dice Daniele, «che cura c’è? Per com’è la vita, dico, che cura c’è? È tutto senza senso, poi, se ti metti a cercare un senso, ti pigliano per matto». Ecco che Tutto chiede salvezza riesce a trattare l’argomento con leggerezza e al tempo stesso intensità, senza sfociare in cliché o edulcorazioni. Semplicemente, una serie onesta, vera. Tra sorrisi e lacrime amare, permette allo spettatore di rimuginare a lungo, di interrogarsi, empatizzando in maniera differente con ognuno dei personaggi, pazienti, medici e parenti, con le loro storie e con le loro vicissitudini.

Sette episodi come i sette giorni in cui Daniele dovrà restare rinchiuso in quel reparto maleodorante popolato di matti, quelli con cui, a detta sua, non ha nulla in comune. Il suo volto è quello del giovane Federico Cesari, principalmente noto per il ruolo di Martino nel teen drama Skam Italia (a proposito, recuperatelo se potete, sempre su Netflix). Un attore in ascesa grazie a interpretazioni introspettive e anche piuttosto complesse, dove l’espressività e il vigore si fondono con una certa sensibilità che ha da sempre contraddistinto i suoi ruoli principali. E dove l’accento romanesco, quando c’è, non guasta, anzi, aggiunge realismo permettendo allo spettatore, in particolare quello più giovane, di immedesimarsi.

Il suo Daniele lo giudichiamo ma al tempo stesso comprendiamo, da solo in un mondo aspro e ostile, più grande di lui, sommerso, schiacciato dalle emozioni. Sa di non essere un ragazzo semplice, che la sua mente è troppo affollata dai pensieri, eppure continua a domandarsi cosa diamine ci faccia in quell’ospedale. A dover raccontare di sé alla Dottoressa Cimaroli (Raffaella Lebboroni) o al rude Dottor Mancino (Filippo Nigro), a cui sembra non fregare nulla di lui. A dover sottostare alle rigide (ma neppure troppo) regole degli infermieri (Ricky Memphis, Bianca Nappi, Flaure B.B. Kabore), anch’essi con il proprio vissuto, le proprie zavorre. Perché la vita non risparmia nessuno.

Ed è così che lo spettatore, proprio come il protagonista, imparerà pian piano a scoprire e conoscere un pezzetto dopo l’altro di quel mondo e di quegli assurdi compagni di stanza con i quali dovrà convivere per una settimana. A cominciare da Gianluca (Vincenzo Crea), ragazzo omosessuale tanto delicato all’apparenza quanto ribollente nelle viscere. E che dire di Mario (Andrea Pennacchi), malinconico ex maestro elementare, o di Madonnina (Vincenzo Nemolato), così soprannominato per la sua ossessione nei confronti della preghiera. O, ancora, di Giorgio (Lorenzo Renzi), il cui aspetto da orso bruno cela un cerbiatto spaesato e desideroso solo di un po’ di affetto. Di Alessandro (Alessandro Pacioni), immobile in una sorta di stato comatoso, e di Nina (Fotinì Peluso), ex compagna di scuola di Daniele finita, invece, nel reparto femminile.

Bruni, con l’ausilio di Mencarelli nella scrittura, ha saputo adattare allo schermo una storia di forte impatto emotivo, merito anche delle ottime interpretazioni e di una colonna sonora che spazia dall’indie al nostrano. È stato in grado di caratterizzare straordinariamente ogni singolo personaggio, costruendogli attorno un piccolo universo che in soli sette episodi sembra quasi impossibile da sviscerare. I loro background vengono mostrati con il giusto ritmo e senza spiegoni, mettendo in luce le contraddizioni che li rendono inevitabilmente né sani né malati, né buoni né cattivi. Soltanto umani. È questo che siamo tutti, in bilico sulla linea di demarcazione.

Tutto chiede salvezza lascia nel cuore un solco profondo, facendosi altresì portavoce di una denuncia sociale, quella che pone gli esclusi, gli incompresi a margine, voltandosi dall’altra parte, lavandosene le mani. Una serie in grado talvolta di generare ilarità e talvolta di commuovere sul serio, con momenti densi, privi di melodramma o artifici tipici del solito drammone. Al contrario, è delicata come pochi. Quasi come ci trovassimo anche noi sui letti di quella camerata, ci spinge ad andare oltre, a trovare il coraggio di affrontare il male di vivere troppo spesso ignorato o sminuito da una società che finge di non vedere. Il coraggio di guardarsi dentro, di guardare il vuoto dritto in faccia. Un vuoto che non cerca a tutti i costi di essere riempito, non è quello il senso, ma solo di essere esplorato, compreso, con rispetto e consapevolezza. Con l’empatia che ci rende, a nostro modo, tutti e nessuno e la solidarietà che accomuna, dopotutto, ognuno di noi, a vele spiegate sulla stessa bellissima nave dei folli.

Come ha detto a Daniele il maestro Mario, «una cosa devi tenerla a mente. Curati. Chiedi aiuto quando hai bisogno. Ma non lasciare che nessuno ti racconti il mondo. Tieni il tuo sguardo aperto, libero».

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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