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Turismo in Italia: l’altra faccia della crisi

In Italia, il settore turistico genera un fatturato di 25.6 miliardi di euro. Siamo il primo paese in Europa per numero di strutture ricettive alberghiere ed extra-alberghiere. Proprio da Federalberghi giunge il dato della presenza – o, forse, sarebbe meglio dire assenza – di turisti nell’estate 2020: a giugno, si è registrato l’80.6% di ospiti in meno rispetto allo stesso mese nel 2019; a luglio, il calo si aggirava intorno al 51%. La perdita di fatturato prevista – e temuta – è di 16.3 miliardi di euro.

Negli ultimi mesi, le manovre per scongiurare lo schianto dell’economia hanno dato luogo agli atteggiamenti bipolari della classe politica e dei media, che invitano alla responsabilità individuale e alla prudenza pur incoraggiando la libera circolazione di persone e denaro. Il governo ha messo in campo un bonus vacanze per le famiglie con un reddito inferiore ai 40mila euro, per un valore complessivo di circa 450 milioni. L’intento era quello di incentivare il turismo interno. Della cifra stanziata, però, sono stati reinvestiti nel settore turistico finora solo 60 milioni circa.

Il provvedimento non è comunque riuscito a risollevare le sorti delle città d’arte, nelle quali la presenza dei visitatori è drasticamente calata al punto da comprometterne la prosperità. Venezia ha visto diminuire il numero di turisti di circa 13 milioni, per una perdita che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro. Il Sindaco di Firenze aveva dato l’allarme già in primavera delle difficoltà causate al capoluogo toscano dal mancato arrivo dei viaggiatori. Ma come è potuto accadere? Perché puntare sulla promozione del turismo interno non ha sortito l’esito sperato?

Le ragioni sono complesse, anche se sicuramente si incrociano in più punti. Tanto per cominciare, gli italiani che quest’anno sono andati in vacanza hanno scelto il mare o la montagna, il turismo di prossimità e i luoghi all’aperto. Secondo una statistica di Airbnb, il 66% delle prenotazioni registrate è per la costa etrusca, il 58% per il Salento. Di certo, la decisione di passare le vacanze estive immersi nella natura è stata dettata anche dalle rassicurazioni che gli spazi aperti riducessero il rischio di contagio, che gli stabilimenti balneari si sarebbero tutti adeguati al rispetto delle distanze di sicurezza tra gli ombrelloni, che comunque il rischio di assembramento in spiaggia avrebbe potuto essere scongiurato dall’orario scelto per andare a fare il bagno, dal fatto di potersi spostare liberamente in un punto meno affollato.

Allo stesso tempo, però, in questi giorni il dato sui contagi indica una nuova impennata causata proprio dal rientro dei turisti da mete marittime come la Sardegna o la Puglia. Questa nuova impennata ci pone di fronte a tre importanti deduzioni: la prima è il fallimento delle misure di contenimento previste per la convivenza con la pandemia. La seconda è che nella mente dei nostri connazionali si sia insinuato il pensiero – anche attraverso la precisa strategia comunicativa del va tutto bene – che fosse tutto passato e che fosse possibile prendersi una vacanza anche dal COVID-19. La terza è che la scelta del mare al posto delle città d’arte non sia stata dettata da una speranza di maggiore sicurezza o da una paura degli assembramenti al chiuso. Anzi, ciò che focolai come quello del Billionaire hanno dimostrato è che, nell’anno della pandemia, i turisti italiani hanno avuto fame di contatto umano, divertimenti e oblio esattamente come prima della pandemia.

Un altro fattore non trascurabile è il cambiamento delle modalità della vacanza, conseguenza della crisi economica scatenata dal virus. Si passa mediamente meno tempo in un solo posto e, generalmente, quel posto è raggiungibile con l’automobile, non troppo lontano da dove si abita, spesso entro i confini della propria regione. Questa nuova fruizione della vacanza mordi e fuggi scopre un nodo centrale della nostra analisi: a potersi permettere di girare l’Italia nel 2020 sono state persone in possesso di un proprio mezzo di trasporto, con le risorse necessarie per potersi garantire il pernottamento presso una o più strutture ricettive, il vitto e i rifornimenti di carburante. Così Ivana Jelinic, presidente di Fiavet (l’associazione di categoria delle agenzie di viaggio), in una dichiarazione all’Huffington Post: «Di sicuro è avvantaggiato chi ha una capacità reddituale maggiore, che non rinuncia assolutamente alla vacanza: con lo stesso budget di una settimana a Sharm el-Sheikh tutto compreso, in Italia ti fai giusto un weekend».

La stagione estiva che volge al termine ha scoperto il nervo dell’accessibilità delle città d’arte italiane, in cui la presenza di viaggiatori a prevalenza straniera ha, fino a prima della pandemia, dettato scelte politico-economiche tutte improntate a trarre profitto in via esclusiva dal settore turistico. Ciò ha comportato, nei casi succitati di Venezia e Firenze, innanzitutto uno stravolgimento della morfologia della città: peculiarità della vita quotidiana trasformate in attrazioni, biglietti d’ingresso ai centri storici e prezzi altissimi di cibo e bibite le fanno somigliare a parchi divertimenti a tema. In secondo luogo, l’innalzamento dei prezzi per il pernottamento, per le visite ai monumenti e per le escursioni. Il turismo nelle città d’arte è diventato rapidamente di lusso, elitario, escludente.

Qualche settimana fa, si sono scritte pagine e pagine di articoli indignati rivolti alla nuova strategia di marketing del più rinomato museo fiorentino, la Galleria degli Uffizi, che aveva deciso di approfittare della presenza in loco di Chiara Ferragni per rimpinguare il numero di visitatori giovani al museo. Se, certamente, gli Uffizi non hanno bisogno dell’intervento di un’influencer per farsi conoscere e visitare, quella strategia di marketing in un periodo così particolare per la cultura nel nostro paese ha posto una questione importante, che si ripropone oggi alla luce dei dati sul turismo in Italia.

Secondo una statistica ISTAT, 7 italiani su 10 non hanno mai messo piede in un museo. Nella maggior parte dei casi, la motivazione di tale comportamento è il disinteresse. Un disinteresse che non ha nulla a che fare con la pandemia, piuttosto con l’esclusione quasi totale dell’arte e della storia dell’arte dall’offerta formativa nelle scuole, con il progressivo affermarsi di un atteggiamento paternalista ed elitario nei confronti dell’accesso alla cultura e al sapere in generale.

L’ambizioso bonus vacanze pompato dal governo nelle tasche delle famiglie italiane è spendibile in un’unica soluzione e solamente presso alberghi o altre strutture ricettive. Non si può, dunque, beneficiare del bonus per accedere a servizi turistici quali visite guidate, escursioni, ristoranti, noleggio o rifornimento di carburante per le vetture. In più di un’occasione, la pandemia di COVID-19 ci ha dato la possibilità di riflettere sul nostro modello sociale. Che sia giunto finalmente il momento di mettere in discussione il nostro modo di concepire il turismo delle città d’arte come un lusso che solo gli stranieri possono permettersi?

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