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Tokyo 2020: abbigliamento femminile e schiavitù del corpo

Chiara Barbati di Chiara Barbati
11 Agosto 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 6 minuti
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Quando ero bambina, in quel periodo della vita in cui essere piccoli sembra una vergogna e non una benedizione, desideravo indossare due capi d’abbigliamento che consideravo da grande: le scarpe con il tacco e i top con la pancia da fuori – le chiamavo così quelle maglie che lasciavano un lembo di pelle scoperto appena sopra gli allora di moda jeans a vita bassa.

Nei significati che socialmente associamo alle cose, probabilmente, alle prime ricondurremmo la ricerca della sensualità e ai secondi un tentativo di ribellione, ma indubbiamente non erano questi i significati che ricercavo io. Io desideravo indossarli perché erano abiti da adulti, o almeno questa era la motivazione per cui mi erano preclusi. Ma anche se ero piccola e non capivo i reali significati dietro ogni cosa, mai mi sarebbe venuto in mente di indossare uno di quei capi a scuola o in chiesa, o in qualunque luogo che rappresentasse un’istituzione, perché comprendevo, sebbene inconsciamente, che ogni luogo istituzionale ha il suo dress code. Ciò che non potevo capire – e che ancora oggi molti non capiscono – era il perché, era la definizione dei ruoli affidata al modo di vestire.

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L’abbigliamento è, certamente, tutta una questione di convenzione sociale, eppure non si tratta di un’indecifrabile allegoria che non può essere compresa se si è sprovvisti dei codici di riferimento, bensì di qualcosa di piuttosto intuitivo. E sebbene ogni luogo e ogni situazione abbia il proprio codice, regole e convenzioni da rispettare, molto spesso queste hanno radici che affondano in tempi lontani e nascondono significati che dimentichiamo di considerare, soprattutto – o esclusivamente – quando si parla di abbigliamento femminile.

Il modo di vestire delle donne, non c’è neanche bisogno di spiegarlo, è stato codificato, imposto e negato nel corso della storia umana. Come sempre quando si ha a che fare con il corpo, in nessuna epoca – neanche questa – quegli strati di tessuto che rappresentano l’unico scudo tra la pelle e il mondo esterno sono stati liberi dalle convenzioni. Anzi, nel susseguirsi della storia e delle leggende che gli hanno assegnato significato, l’unico momento in cui il corpo nudo di una donna non ha fatto paura è stato immediatamente prima che ella commettesse il più grave peccato: nel giardino dell’Eden, prima che la consumazione del frutto proibito facesse improvvisamente insorgere il pudore e il senso di vergogna.

Nel corso della storia, i corpi sono stati coperti e scoperti in base alle regole del tempo, ma con una linea guida di fondo uguale sempre per tutti: l’espressione dell’inferiorità femminile attraverso l’abbigliamento. Che il corpo fosse coperto fino a limitarne la riconoscibilità, o che fosse scoperto per essere oggettificato, era sempre la libertà di scelta a mancare e a rendere ogni capo una prigione e ogni corpo una proprietà di qualcun altro. E ancora oggi, oggi che di libertà ci riempiamo tanto la bocca, non esistono luoghi in cui l’abbigliamento femminile non sia una scelta imposta dall’esterno e non assuma significati illiberali, soprattutto all’interno delle istituzioni. Neppure lo sport, che di tutte le istituzioni è quella che tenta più delle altre di insegnare valori condivisibili, si macchia di meno peccati. L’abbiamo visto in modo più evidente durante le ultime Olimpiadi. La questione dell’abbigliamento sportivo femminile, però, non è una novità di Tokyo 2020, anzi torna spesso al centro del dibattito.

Che la morale a cui si fa riferimento non sia una sola si comprende dal fatto che nascano polemiche per i corpi troppo scoperti tanto quanto per quelli troppo coperti, per le atlete che vogliono sentirsi libere di mostrare la pelle e per quelle che vogliono affermare il diritto di coprirla. L’unica cosa in comune è l’utilizzo delle regole per imporre un abbigliamento o l’altro alle donne. Solo agli ultimi Giochi Olimpici, si sono verificati alcuni episodi diametralmente opposti, eppure praticamente identici: le giocatrici della nazionale norvegese di pallamano sono state multate perché hanno deciso di indossare un completo più coprente del solito – scomodo – bikini di cui sono fatte le divise. La nazionale di pallavolo turca, invece, è stata criticata perché indossava la classica divisa con gli arti scoperti, rappresentando un tradimento delle regole del Corano.

In entrambi i casi, compaiono due questioni estremamente importanti: nel primo, risulta chiaro quanto dietro al regolamento sportivo si nasconda, ancora oggi, una logica oggettivante della figura femminile, che nelle competizioni non premia solo l’abilità, ma sessualizza i corpi – che sono in mostra per motivi esclusivamente sportivi – che vengono spogliati molto più di quelli degli uomini. Non succede, certamente, solo per la pallamano, in cui le divise maschili sono più coprenti e certamente non assimilabili a dei costumi da bagno, ma accade con moltissimi altri sport in cui le uniformi degli atleti sono composte da canottiere e pantaloncini al ginocchio, mentre quelle delle donne devono avere almeno un pantaloncino inguinale, un top che finisce sopra l’addome, o una divisa pericolosamente sgambata. E che non si parli di comodità: chiunque abbia indossato una di quelle culotte striminzite sa bene che di comodo non c’è proprio nulla.

Critiche simili sono arrivate dalle ginnaste tedesche, che quest’anno hanno adottato delle calzamaglie coprenti invece dei soliti body sgambati, utilizzando dunque lo stesso abbigliamento dei colleghi ginnasti. È incredibile come nel 2021 le divise maschili e femminili siano tanto diverse e mostrino i corpi in maniera del tutto differente senza alcuna motivazione valida e che per sostenere scelte d’abbigliamento non convenzionali bisogna spiegare che durante i volteggi i body rischiano di spostarsi e rivelarsi ancora meno coprenti di quanto già non lo siano. In questi casi, ovviamente, non si stanno criticando le divise scollate che, fin quando rappresentano una scelta, possono essere indossate da chiunque. Si parla dell’imposizione, per convenzione o per regolamento – fino a beccarsi una multa se ci si sottrae all’obbligo – di un tipo di abbigliamento che non è strettamente necessario per il tipo di competizione e che diventa solo un modo per mettere in mostra i corpi tonici delle atlete, anche a costo di provocare disagio e di trattarle in maniera evidentemente diversa rispetto ai colleghi.

Allo stesso modo, così come la scelta di coprirsi per sentirsi più a proprio agio scatena più polemiche del necessario, anche la scelta di scoprirsi rappresenta un problema per altre istituzioni. In seguito alle partite della pallavolo femminile, il teologo musulmano Ihsan Senocak ha criticato l’abbigliamento delle giocatrici turche, che invece si sono adeguate agli standard e hanno indossato le solite divise. Nella lotta tra istituzioni con valori apparentemente opposti, se vince lo sport la religione insorge, se vince la religione insorgono tutti gli altri. Se alle donne musulmane è lasciata libera scelta di coprirsi o meno, di indossare l’hijab o meno, il teologo turco sembra esserselo dimenticato, sebbene la conoscenza della fede sia il suo lavoro. Ma al contrario, anche quando le atlete scelgono di coprirsi, molti paesi che si dicono laici e che si rivelano islamofobici insorgono alla stessa maniera. È il caso, per esempio, della Francia di un paio di anni fa, che è letteralmente impazzita quando il colosso dell’abbigliamento sportivo Decathlon ha messo in vendita degli hijab in modo da permettere alle atlete di svolgere allenamenti e gare senza rinunciare né al velo né alla comodità. Allora, nel lontanissimo 2019, alle minacce di boicottaggio l’azienda ha risposto ritirando il prodotto dal commercio, perché nell’intollerante Francia l’hijab non può proprio essere considerato una scelta.

Cosa hanno in comune chi multa le atlete coperte, chi critica le atlete scoperte e chi vieta che possano decidere di coprirsi? Non l’attaccamento alle convenzioni, non la rigidità delle istituzioni e neanche la troppo letterale adesione alle regole. Ciò che hanno in comune questi episodi è il rifiuto irremovibile che una donna possa scegliere, che possa decidere del proprio corpo come meglio crede, che possa vestirlo come preferisce per sentirsi a suo agio o per rispettare i propri valori. Che i corpi siano oggettivati e scoperti il più possibile, o che siano desessualizzati fino a celarne ogni centimetro, non c’è alcuna differenza: in ogni caso, quelle carni non appartengono a chi le veste, ma agli occhi indiscreti di chi vuole divorarne ogni cellula, tanto da mostrarle sempre di più o da coprirle fino a renderle proibite. L’abbigliamento, dunque, non è solo funzionale alle attività sportive, ma assume significati apparentemente opposti e terribilmente simili. Ogni capo potrebbe rappresentare una scelta e ogni capo rappresenta invece la negazione di quella scelta, e la condanna se la scelta viene effettuata liberamente.

Tutto torna sempre al corpo, al bisogno di controllarlo, e l’imposizione di un codice d’abbigliamento, quando ha regole tanto diverse tra uomini e donne, nasconde il bisogno di restituire valore ai ruoli di un passato che tentiamo invano di superare. E lo sport, che tanto trasmette virtù, non è ancora in grado di liberarsene. Intanto, quei corpi, quei meravigliosi corpi allenati capaci di performance incredibili, risultato della fatica e della perseveranza, quei corpi inarrestabili che permettono esercizi di potenza e armonia impossibili per noialtri, quei corpi vincono medaglie per le loro abilità, ma ancora oggi sono vestiti – e svestiti – per gli occhi altrui e l’erosione delle libertà.

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