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TikTok, censura e social media: l’importanza della decostruzione

Evelyn De Luca di Evelyn De Luca
18 Luglio 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 6 minuti
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Come ci si ripara dal vento della protesta e del dissenso? Per molti governi – più o meno autoritari – la censura è la soluzione dietro cui sentirsi protetti perché occultare è sempre più facile che argomentare o correggere. Il controllo mediatico dei social sembra l’unica deriva possibile della democratizzazione del web, quel luogo in cui potenzialmente ognuno può avere una voce che prima non sapeva come, e dove, far sentire. Ma se la libertà significa qualcosa, allora è il diritto di dire alla gente le cose che non vuole sentirsi dire.

La rete appare il regno della democrazia illimitata, tuttavia quella della vera libertà è una battaglia ancora lunga in decenni in cui i social sono avvertiti come elemento di novità da coloro che non sono digital natives – nati sotto il segno del Dio Tecnologia – e soprannominati invece immigrati digitali perché hanno visto il proprio mondo sconvolto, in modo non solo negativo, dalla rivoluzione internet che ha modificato i paradigmi di ogni ambito del sapere. Quel che stiamo attraversando è, dunque, un’età di mezzo, una sorta di medioevo tecnologico in cui la comprensione del fenomeno sociale sotto gli occhi di tutti stenta ad arrivare senza un’analisi lucida e una decodificazione del web. Potremo comprendere a pieno il momento storico rivoluzionario che stiamo vivendo – proprio come il Medioevo – solo a posteriori, ponendoci in antitesi a questi anni con le nuove consapevolezze a cui giungeremo: ma quando arriverà il nostro Rinascimento?

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Tutto è iniziato il 23 novembre quando, dal suo account dell’ormai popolarissima app, un’adolescente statunitense ha pubblicato su TikTok quello che a tutti gli effetti appariva un tutorial di make-up: «Ciao ragazzi. Ora vi insegno come allungare le vostre ciglia. La prima cosa è mettere le ciglia nel piegaciglia». Ha esordito. «Poi lo mettete giù e usate il vostro telefono, proprio quello che state usando ora, e cercate di capire cosa sta succedendo in Cina nei campi di concentramento dei musulmani. Gettano musulmani innocenti nei campi, separano famiglie, li rapiscono, li obbligano a mangiare maiale, a bere, a convertirsi ad altre religioni. In caso contrario li uccidono, ovviamente». La ragazza ha accusato la Cina di gestire segretamente dei centri di detenzione nella regione occidentale autonoma dello Xinjiang, violenze confermate anche da alcune interviste.

I detenuti hanno denunciato maltrattamenti, costrizioni e privazioni di cibo, nonché l’utilizzo dei loro corpi come cavie mediche per un totale, a detta del Vicesegretario alla Difesa statunitense, di almeno un milione, ma più probabilmente siamo vicino ai tre milioni di cittadini rinchiusi. Non sarebbe il primo tentativo cinese di repressione delle minoranze etniche e la potenza si giustifica dal canto suo riconoscendo l’esistenza di semplici campi di rieducazione, negando però ogni forma di abuso. A confermare le dichiarazioni della giovane la recente fuga di documenti del governo cinese, noti come China cables, un macabro manuale di repressione.

«Diffondere consapevolezza fa miracoli. Siamo in grado di raggiungere milioni in tutto il mondo e raggiungere quelli con il potere di fare qualcosa», ha spiegato Feroza Aziz. Quel che però Aziz simboleggia più dell’atto singolare e isolato di denuncia è un tentativo di eludere la censura del social cinese adattandosi al modello standard dei video tutorial: inserirsi in quella categoria già nota al pubblico dell’app più scaricata del 2018, in modo da potersi garantire visibilità e un preciso target d’età, e decostruirla dall’interno, apportando modifiche strutturali e inserendo in maniera inaspettata un elemento di denuncia sociale. Il video infatti, con innocenza volontaria, si è aggiunto a centinaia di altri realizzati con pennello e fard alla mano, ma ha sovvertito lo schema normale ed eluso la censura, richiamando l’attenzione su quello che Feroza definisce un vero olocausto perpetuato dallo Stato cinese.

Il meccanismo di decostruzione è fondamentale – e soprattutto necessario – in un’era digitale in cui la scrittura è destinata a perdersi tra le fitte maglie del web, allontanandosi dall’autore e spesso assumendo significati negativi non voluti nell’intenzione iniziale. La parola è destinata a eccedere, spesso in forme aberranti che alimentano fake news e pregiudizi. Risulta ancora più importante, allora, smontare sistematicamente un sapere universale liberando il potenziale sovversivo delle parole che spesso non ha la forza di emergere. Il meccanismo che si cela dietro il video TikTok visualizzato ormai da milioni di persone è un tentativo di invertire le logiche di codificazione rovesciando il tratto autoritario, dogmatico e gerarchico che internet possiede, nonostante la libertà apparente. Smascherare i processi di finzione è l’operazione da compiere per decostruire l’universalità di concetti quali cultura, sapere e umanità, considerando le vicende non come assolute ma come collocabili in un preciso spazio-tempo.

Tuttavia, già lo spazio-tempo in cui TikTok si sviluppa fa guardare la nuova app con un dovuto scetticismo. L’applicazione è stata sviluppata da Zhang Yiming in Cina nel settembre 2016 per far sì che chiunque nel mondo possa dare libera espressione alla propria immaginazione e conoscenza nei modi e nei tempi più opportuni. È possibile guardare video musicali, brevi sketch comici con effetti speciali e collaborazione tra utenti. La Cina in cui TikTok è nata è un Paese problematico, con un rapporto di amore e odio con il web e con le sue conseguenze. Il mondo cinese, infatti, dipende con ossessione dalla rete, Pechino è una delle città più digitalizzate al mondo, conscia delle potenzialità del web e del non potersi del tutto isolare dalla vita online, una privazione troppo grande per il suo business e per le relazioni internazionali. Al tempo stesso, però, la società cinese è tra le più censurate, controllata da polizia e governo che bloccano l’accesso ai colossi mondiali, da Facebook a Wikipedia, da Twitter al Times.

Ed è proprio Mark Zuckerberg – il creatore di un Grande Fratello tutt’altro che astratto – a non fidarsi del social cinese difendendo Facebook, WhatsApp e Instagram, a suo avviso dotate di maggiore versatilità: «In caso di dubbio – ha detto – dovremmo sempre inclinarci verso una maggiore libertà di espressione. Dove stabilire il limite?». Zuckerberg evidenzia anche il ruolo sociale di Facebook e WhatsApp nel 2019, luoghi centrali per organizzare le proteste, in particolare a Hong Kong. TikTok, invece, che pur erode il pubblico degli altri social media, non sembra abbia avuto importanti ruoli sociali ma è stata al centro di forti critiche, accusata di usare i dati degli utenti registrati per trasferirli su un server cinese – con un’indagine annunciata dall’esercito americano. Anche l’azione legale è stata avviata da una studentessa universitaria californiana di origine asiatica che ha raccontato di non aver mai aperto un account ufficiale e scoprendo, mesi dopo, che l’app aveva fornito a terzi dei dati personali tra cui nome, password e numero di cellulare.

Il tentativo di applicazioni simili è promuovere un’omologazione senza opinioni. Come conferma con dati scientifici uno studio tedesco, TikTok penalizza i video realizzati da persone affette dalla sindrome di down, omosessuali o sovrappeso, secondo precise misure adottate dai controlli cinesi. I video di soggetti ritenuti deboli e vulnerabili sono considerati materiali ad alto rischio, con preferenza eliminati o dotati di visilibità minore per opera di alcuni moderatori che li inseriscono in sezioni non consigliate estromesse dell’algoritmo di TikTok. L’enorme rischio, dunque, è il desiderio di diffondere un’immagine unica di una generazione appiattita, priva di ideali forti e dedita solo all’intrattenimento. Un tentativo di rendere invisibili i soggetti che invece, con tante battaglie combattute in piazza e online, si cerca di illuminare. Il rischio, quindi, è di non rappresentare le minoranze, tagliandole fuori dai social ed esponendole ancor di più alla minaccia del cyberbullismo.

Balletti e labbra in playback sono l’aspetto preponderante se non assoluto e la realtà è vittima dell’indifferenza, del popolo dei social da un lato e della censura dall’altro. La libertà online è in costante declino, sempre nel mirino della politica. Non per questo, però, è un mondo da ostracizzare, anzi, è necessario farne parte per riuscire a comprendere, persino essere disposti ad avere piegaciglia alla mano e iniziare a decostruire.

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