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“Stati d’animo” di Boccioni: dipingere dei sentimenti

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Al Museum of Modern Art di New York e al Museo del Novecento di Milano sono conservati due trittici che si somigliano in maniera strabiliante: entrambi, infatti, sono due versioni della stessa opera, vale a dire Stati d’animo di Umberto Boccioni.

Nato a Reggio Calabria nel 1182 e morto a Verona nel 1916, Boccioni è stato uno dei principali e più noti esponenti del movimento culturale e artistico sviluppatosi in Italia all’inizio del XX secolo: il Futurismo. Diversi sono i lavori che lo hanno reso famoso: tra questi, il dipinto La città sale (1910-1911) e la statua Forme uniche della continuità nello spazio (1913). Tuttavia, le opere conservate nella Grande Mela e quelle custodite nel capoluogo lombardo sono tra le più toccanti della sua produzione.

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I due trittici sono esempio di come, nella sua carriera, il pittore abbia subito l’influenza dei divisionisti e di Picasso. Il primo, quello esposto in Italia, risale infatti al 1910 e utilizza la tecnica divisionista, dando alle immagini una risoluzione prevalentemente coloristica. La seconda serie, quella americana, invece, risale al 1912, a un periodo, quindi, successivo al suo soggiorno a Parigi. Per questa ragione risente nettamente della lezione cubista che l’artista ha appreso nel capoluogo francese e che mescola ai principi del Futurismo. Entrambe le terne sono, dunque, perfetti esempi pittorici dei movimenti che hanno condizionato Boccioni. Tuttavia, la loro valenza non sta solo nella perfetta esecuzione, ma anche nella capacità di trasmettere delle vere e proprie sensazioni.

Le triadi sono denominate, come già accennato, Stati d’animo e si compongono, per l’appunto, di tre dipinti intitolatiGli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano. In essi, l’artista vuole raccontare, attraverso le immagini, le linee e i colori, le sensazioni che si provano quando una persona cara parte per un viaggio. Non si limita, però, a descrivere i sentimenti di coloro che si allontano, ma anche di chi resta: la realizzazione dei trittici, infatti, gli dà la possibilità di esaminare simultaneamente diversi stati d’animo.

      

Il primo quadro, Gli addii, fa da preludio agli altri due, introducendo il contesto in cui vanno interpretati. Il dipinto ritrae una stazione ferroviaria dove, per l’appunto, delle persone si stanno dicendo addio. Che si guardi la prima versione nettamente espressionista, tinta di colori contrastanti ma malinconici, o la seconda dove qualsiasi sintesi della forma sparisce e i soggetti sono decostruiti cubisticamente, ciò che non si può non sentire è la pesantezza di questi saluti e la tristezza che circondano gli abbracci protagonisti di ambedue le opere.

     

In Quelli che vanno, come fa intuire il titolo, l’artista futurista esplora le emozioni provate da coloro che salgono sulla locomotiva de Gli addii. La prima e la seconda versione del quadro presentano entrambe delle linee orizzontali incrinate verso destra che danno la sensazione del movimento, inoltre vi è la predominanza del colore blu, usualmente associato alla mestizia. Qui ciò che viene messo in risalto è l’angoscia che prova chi parte che, se eccitato per la nuova vita che lo aspetta, è comunque triste di non poter condividere la propria futura quotidianità con le persone che ama e che lo hanno sempre accompagnato.

      

Quelli che restano, infine, è il dipinto che chiude il trittico de Gli addii ed è forse quello più struggente. Dopo aver cercato di vagliare l’animo dei viaggiatori, Boccioni cerca d’immedesimarsi con coloro che sono rimasti sulla banchina, coloro che hanno appena visto gli affetti più cari allontanarsi. Entrambe le versioni della tela mostrano l’abbattimento, la depressione, l’abbandono: già distrutti dall’arrivederci dei propri affetti, quelli che restano si sentono ancora più demotivati perché se per chi è appena salito sul treno c’è la speranza del nuovo, a loro non resta null’altro che vivere la pesantezza che porta il susseguirsi perpetuo della stessa routine aggravata dall’assenza ingombrante degli assenti.

In Stati d’animo, quindi, Boccioni ha la capacità di tramettere tutta l’inquietudine di chi parte e di chi resta, rappresentando in tre tele il macigno che si ha sul cuore ogni volta che si saluta una persona amata senza sapere quando la si potrà rivedere e abbracciare. Opere, tutte, nostalgicamente vere.

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