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“Squid Game”: perché la serie sudcoreana conquista il mondo

Altro che BTS, Squid Game conquista il mondo intero. Tutti ne parlano, su Instagram e TikTok è un tripudio di reaction, mini-recensioni e meme. Questa serie sudcoreana – scritta e diretta dal regista Hwang Dong-hyuk – si trova su Netflix dal 17 settembre e in poche settimane ha letteralmente scalato la top 10 a livello mondiale, preparandosi a superare colossi quali La casa di carta o Bridgerton. Nessuna campagna di marketing, nessun fandom fidelizzato grazie a manga o film, nessun cast di spicco. Ciò che ha reso Squid Game così virale è stato semplicemente il passaparola. E di certo Netflix non prevedeva numeri tanto alti, soprattutto in Italia, dove la serie non è neppure stata doppiata e va vista con i sottotitoli. A cosa deve, quindi, tale popolarità?

Siamo sinceri fin da subito: Squid Game non ha nulla di inedito. Il concetto di survival game, dove un numero indefinito di persone si sfida per la sopravvivenza, è stato ampiamente visto in passato in svariati prodotti. Basti pensare al film di Takashi Miike As the Gods will, tratto dall’omonimo manga, al celebre Battle Royale, o alla saga di Hunger Games. Tra le serie tv più recenti, viene senz’altro in mente la giapponese Alice in Borderland, sempre su Netflix e con protagonisti tre ragazzi intrappolati all’interno di un videogioco dove chi perde muore. No, il punto forte di Squid Game non è la novità, ma il modo in cui gli elementi sono miscelati e riproposti, assieme a una forte, abile immediatezza.

La trama si apre con Seong Gi-hun (Jung-jae Lee), quarantenne ormai vinto dalla vita. Non ha più un lavoro, vive a spese dell’anziana madre sperperando i suoi pochi soldi nel gioco d’azzardo, i debiti lo sommergono e sta per perdere anche sua figlia, in procinto di trasferirsi negli Stati Uniti con la mamma e il nuovo compagno. Un giorno, un uomo misterioso gli propone di partecipare a una competizione, con la possibilità di vincere un’ingente somma di denaro facendo dei semplicissimi giochi per bambini. È così che Gi-hun si ritrova in un assurdo e coloratissimo luogo-bunker, assieme ad altre 455 persone disperate, dalle vite al limite o in fuga dal proprio passato. Il montepremi è di 45.6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro). Come si può intuire, però, chi perde non viene eliminato solo dal gioco ma anche nella vita reale.

Tutto, all’interno di Squid Game, grida all’iconico e al memorabile. A cominciare dal worldbuilding del campo segreto, composto da stanze e scale che strizzano l’occhio alle opere di Escher, talmente colorato da risultare inquietante. Per arrivare poi ai costumi delle guardie, tute rosse – La casa di carta insegna – e maschere con i simboli del cerchio, del triangolo e del quadrato, a seconda della gerarchia. Perciò, considerato che Halloween è alle porte, prepariamoci ad assistere a un’invasione di cosplay. La dicotomia infanzia-morte è forse ciò che affascina e angoscia al tempo stesso, tra giostrine e fucili, colori pastello e sangue che schizza in faccia allo spettatore. I giochi, pur caratterizzati dall’elementarità di quelli fanciulleschi, sono al limite dello splatter e della violenza, talvolta grotteschi ma senza ombra di dubbio avvincenti. Ogni episodio – nove in tutto – è capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo, grazie a un’eccellente costruzione del ritmo e a una tensione crescente, in una sfida al binge watching.

Un Takeshi’s Castle della morte che spazia dal gore al thriller ma che sa prendersi anche la sua buona dose di drammaticità ed emozione – attenti all’episodio delle biglie, siete avvertiti. Impossibile non empatizzare con i personaggi, sulle prime contraddistinti solo da un numero sulla tuta verde ma in seguito egregiamente caratterizzati. Dall’anziano e malato Oh Il-nam (Yeong-su Oh) al gganbu (migliore amico) d’infanzia del protagonista, Cho Sang-woo (Hae-soo Park), a Kang Sae-byeok (HoYeon Jung), ragazza in fuga dalla Corea del Nord, all’immigrato pakistano Abdul Ali (Anupam Tripathi), al gangster Jang Deok-su (Heo Sung-tae), al poliziotto Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), la serie risulta quasi corale, nonostante il vero protagonista resti Gi-hun. Un uomo con dei principi, dall’animo buono, sebbene il suo comportamento possa inizialmente risultare vile e detestabile. Ma neppure lui sfugge a quell’istinto primordiale che spinge a fare di tutto pur di sopravvivere. Vengono evidenziate le debolezze umane, le scelte prese a causa della disperazione, il lato mostruoso che prende il sopravvento, l’indifferenza. La distinzione tra bene e male che non è sempre così netta, l’insensatezza di classificare gli individui in totalmente buoni o cattivi. Finché è lo spettatore stesso a interrogarsi su cosa farebbe davvero se fosse al posto loro. Un altro elemento chiave della serie è sicuramente il consenso dei partecipanti, continuando a ribadire che tutto, anche se letale, resta un gioco.

Come spesso accade nei k-drama, viene mossa una potente critica nei confronti delle enormi disparità sociali della Corea del Sud, una società composta da caste dove chi è ricco si arricchisce e chi è povero resta povero. Ce lo aveva già mostrato nel 2019 Parasite di Bong Joon-ho, candidato ai Premi Oscar e vincitore di quattro statuette – tra cui miglior film – che ha consacrato il cinema sudcoreano nel resto del mondo.

Squid Game si proclama quindi fenomeno globale, affascinante, psicologicamente distruttivo e con qualche colpo di scena anche piuttosto interessante. Esteticamente molto scenografico, si avvale inoltre di un’angosciante quanto geniale colonna sonora, tra nenie infantili a musiche jazz nel bel mezzo dei massacri. La recitazione – nonostante l’ottimo equilibrio tra occidentalismo e orientalismo – è quella tipica della cultura coreana, per cui preparatevi a un crogiolo di reazioni a dir poco sopra le righe.

Secondo il regista, non era prevista una seconda stagione ma il successo inaspettato e alcune questioni rimaste in sospeso potrebbero ribaltare le carte in tavola. Se così dovesse essere, speriamo solo di non incappare nel fenomeno discendente in stile La casa di carta e che mantengano la qualità che l’ha resa il buon prodotto d’intrattenimento che è.

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