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Smentite, Cospito, autonomia: la destra fa la destra

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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«Quello che ho detto ho detto, e qui lo nego!». Così amava ripetere Totò in tono scherzoso e, in tempi più recenti, anche l’ex Cavaliere di Arcore, re delle smentite del giorno dopo, non ultima quella dell’ottobre dello scorso anno in cui annunciava di aver riallacciato i rapporti con Putin per poi contraddirsi, nonostante l’audio dell’Agenzia di stampa LaPresse.

Sulla sua scia, due Meloni boys particolarmente su di giri, in cerca di protagonismo e di maggiore notorietà, hanno voluto giocare direttamente il jolly nel corso della seduta della Camera dei Deputati del 31 gennaio scorso con un infuocato intervento del Vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli che ha svelato informazioni segrete riguardanti la registrazione di un colloquio tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss mafiosi al 41-bis. Informazioni fornite dal Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove che hanno causato la richiesta di dimissioni da parte delle opposizioni, ritenute però non necessarie dalla Presidente Giorgia Meloni che, questa volta, non nega ma minimizza: «Il caso non esiste».

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E non esiste neanche il caso riportato dal quotidiano La Stampa sulla geniale idea del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari di Fratelli d’Italia – «Dobbiamo fare un tavolo per un progetto di insegnamento del tiro a segno nelle scuole» – che, manco a dirlo, si è affrettato a smentire.

Si è invece distinto per non aver negato ma riaffermato il suo pensiero, «una provocazione», il Ministro della Cultura Sangiuliano: «Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri». Mai negazionisti ma orgogliosi del loro pensiero e delle loro azioni il Viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami di Fratelli d’Italia, travestito da soldato delle SS nel corso di una festa, e il Presidente del Senato Ignazio La Russa, eletto senza i voti di una parte della coalizione di governo, che ha tranquillizzato i suoi estimatori: «Non butterò mai il busto del duce».

Un passato che pesa come un macigno su un governo che non ha tardato a tradurre in fatti scelte ben precise mantenendo fede agli impegni presi con il proprio elettorato. L’abolizione del reddito di cittadinanza ne è la rappresentazione più evidente, una vera e propria sfida che servirà a mantenere alto il consenso a spese dei più poveri e a nascondere il tradimento nei confronti di quel Sud tanto sbandierato con l’autonomia differenziata, oggi barattata con quella che sarà la battaglia delle battaglie, il presidenzialismo tanto caro a Lega e quel che resta di Forza Italia. Autonomia differenziata passata in Consiglio dei Ministri tra gli applausi di tutti i partecipanti, Ministro del Mezzogiorno compreso.

Ma la destra fa la destra grazie anche a una sinistra esistente soltanto nominalmente, un Partito Democratico dalle grandi capacità autodistruttive che dal 25 settembre dello scorso anno non ha trovato ancora la strada per uscire dal pantano in cui si trova. Un’opposizione del tutto assente anche al cospetto di eventi che rischiano di spaccare ancora di più il Paese e di cui il PD e il suo probabile prossimo segretario Bonaccini è tra i maggiori responsabili – forte anche dell’appoggio dei Presidenti delle Regioni del Sud, tra i quali maggiori sponsor sono Emiliano e De Luca –  anche se di recente (e per fini elettorali) si sforza di apparire più disponibile a ritoccare e limare quella che se realizzata così com’è non potrà non definirsi con l’espressione che tanto fa innervosire il Ministro Calderoli: lo spacca-Italia, una secessione a tutti gli effetti.

E le altre anime della sinistra? Oltre Unione Popolare, che attraverso il suo leader Luigi de Magistris continua il tour instancabile nelle reti televisive e incontri in tutta Italia con un linguaggio di verità e chiarezza che va riconosciuto, sembra che in altre piccole realtà continui la solita politica di auto-compiacimento e di difesa estrema del proprio orticello e il duo Fratoianni/Bonelli ne è la rappresentazione più evidente.

Poi c’è quel raffinato avvocato del popolo che, dopo aver guidato il Paese prima con la Lega e poi con il PD e archiviato il disastro Di Maio, è stato capace di strutturare il MoVimento in un partito dal volto ancora enigmatico ma più temibile agli occhi delle altre forze politiche. Un giocatore di poker attento a scoprire le carte al momento opportuno. Mai più con il PD ma con il PD in Lombardia: difficile staccarsi dalla politica delle convenienze che non sempre paga.

Secondo l’ultimo sondaggio IPSOS, la candidata pentastellata alla presidenza della Regione Lazio non andrebbe oltre il 19% e in Lombardia la coalizione di centrosinistra e M5S raggiungerebbe circa il 34% con la riconferma di Attilio Fontana meglio conosciuto come l’artefice del disastro della sanità lombarda nel periodo della pandemia.

E a proposito di elezioni che si svolgeranno in Lombardia e Lazio, domenica e lunedì prossimi per il governo costituitosi poco più di quattro mesi fa saranno una prima verifica e, non ultima, la voglia nella maggioranza di pesare le proprie forze all’interno della coalizione potrebbe portare anche a un cambio della guardia in qualche ministero. Il tutto mentre nel Paese continua una guerra al momento ancora soltanto finanziata e un’altra a quanti tra qualche mese andranno ad aumentare il numero degli assistiti dai centri Caritas, Sant’Egidio e altre organizzazioni benefiche, non escludendo il ricorso alle piazze oggi ancora troppo vuote.

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