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Se questa è una donna: le schiave dell’Olocausto

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
27 Gennaio 2022
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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L’Olocausto perpetrato ai danni del popolo ebraico dal regime nazista, durante la Seconda guerra mondiale, è considerato uno dei genocidi più atroci della storia del genere umano, una pagina oscura che ancora oggi fatichiamo a comprendere. Nel ricordare le vittime, vorremmo dedicare questa Giornata della Memoria anche a chi ne ha fatto parte, non in quanto ebreo, ma in quanto ritenuto non conforme, deviato, disabile o inutile. O a chi, in quanto donna, si è vista costretta a perdere le proprie mestruazioni, a essere forzatamente sterilizzata o sottoposta a crudeli esperimenti (senza anestesia), ad abortire o partorire per poi essere separata dal proprio neonato o vederlo morire sotto i suoi stessi occhi. Giovani donne costrette a quelle pratiche di violenza e schiavitù sessuale assolutamente comuni all’interno dei campi di concentramento ma di cui si parla, purtroppo, molto poco.

Quando si parla di Shoah e donne, inevitabilmente è necessario fare riferimento agli orrori di Ravensbrück, da molti conosciuto come l’inferno delle donne. Distante da Berlino circa ottanta chilometri, era stato concepito dal Reich come campo di detenzione femminile per eliminare tutte coloro ritenute antinaziste o di troppo. Circa 132mila donne tra Germania, Italia, Polonia, Russia, Francia, con la colpa di essere lesbiche, disabili, oppositrici al regime o prostitute. Se la maggior parte moriva di stenti o nelle camere a gas, a molte di queste – e non solo a Ravensbrück – toccava una sorte diversa. Venivano trasferite in quelli che erano denominati Sonderbauten, e cioè dei veri e propri bordelli. Una sorta di lager nei lager.

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Tra il 1942 e il 1945, il capo delle SS Heinrich Himmler, sul modello dei gulag di Stalin, costruì questi particolari edifici all’interno dei principali campi di concentramento quali Mauthausen, Flossenbürg, Neuengamme, Gusen, Birkenau, Buchenwald, Monowitz, Dachau, Sachsenhausen, Mittelbau-Dora e, chiaramente, Auschwitz, allo scopo di premiare i prigionieri più “privilegiati” e incentivarli a una maggiore produttività (minata soprattutto dalle condizioni di denutrizione e lavori massacranti in cui versavano). Senza contare la volontà di ridurre il più possibile eventuali episodi di omosessualità.

Le ragazze reclutate erano per la maggior parte tedesche, non dovevano superare i 25 anni di età e, tra loro, erano categoricamente escluse quelle ebree poiché ritenute indegne persino di fare le prostitute. Severe e controllate erano poi le disposizioni di accesso ai Lagerbordell: potevano recarvisi anche i membri delle SS, ma generalmente erano frequentati dai Funktionshäftlinge (detenuti-funzionari), o prigionieri speciali, come quelli che svolgevano mansioni di sorveglianza. Ebrei e deportati sovietici non rientravano assolutamente nelle categorie prescelte. Inoltre, vi era una rigida selezione razziale per quanto riguardava i rapporti: dovevano cioè avvenire solo tra ariani o solo tra slavi e così via.

L’organizzazione di ogni Lagerbordell era governata da una severa burocrazia. Anche solo per potervi accedere, ogni uomo doveva necessariamente fare domanda per poter essere inserito nella lista dei nomi, attendere una convocazione ufficiale, lavarsi e sottoporsi a una scrupolosa visita medica. Una volta ottenuto il buono-premio, anche l’amplesso era accuratamente controllato da un membro delle SS, che osservava da uno spioncino apposito, e non doveva durare oltre i quindici minuti né essere troppo fantasioso.

E poi c’erano loro: le donne. A queste veniva detto che avrebbero potuto ottenere la libertà una volta trascorsi sei mesi di lavoro ma, probabilmente, anche loro sapevano bene che si trattava di una sonora bugia. Prima di farle diventare prostitute, gli aguzzini prelevavano queste giovani ragazze, le visitavano, lavavano e rendevano presentabili con degli abiti migliori. In seguito, venivano preparate subendo una serie di stupri, violenze e poi destinate al piacere dei privilegiati, prigionieri come loro ma ritenuti superiori per genere e per condizione. Sì, perché una donna in un lager non era solo meno in quanto prigioniera ma anche merce in quanto femmina. Ricompensa fisica, sfogo dei tormenti di altre vittime. Poiché i rapporti erano non protetti, poteva capitare qualche gravidanza indesiderata a cui seguiva subito un aborto forzato. Un evento però raro, in quanto ogni donna veniva prontamente sterilizzata al suo arrivo nel campo.

Con il tempo e con l’entrata in vigore di un regolamento preciso, alle prostitute dei Lagerbordell vennero concesse delle agevolazioni rispetto agli altri detenuti e alle altre detenute. Potevano, ad esempio, svolgere lavori meno pesanti in vista delle prestazioni che si effettuavano essenzialmente tra le ore 20:00 e le 22:00, ricevere regali dai clienti e ottenere una maggiore e migliore razione di cibo, come carne e frutta. Per la maggior parte di queste donne, tali privilegi sono stati percepiti nel tempo come sensi di colpa per avercela fatta, per essere in qualche modo sopravvissute. È per questo che non hanno mai testimoniato e denunciato. Ma non solo.

La grande verità è che, al termine della guerra, si è fatto in modo da oscurare l’esistenza dei Lagerbordell a causa della cattiva immagine che lo sfruttamento sessuale dava, specialmente perché gli stupratori erano spesso prigionieri a loro volta. Le schiave sessuali erano vittime di serie B, quelle che era meglio dimenticare perché c’erano già abbastanza rogne a cui pensare. Quelle che si decise di considerare consenzienti, negando loro qualsiasi tipo di risarcimento che invece spettava di diritto alle vittime dei campi. Ragazze costrette, abusate, plagiate, terrorizzate, private della propria identità e dignità, il cui unico istinto, come ogni essere umano, era quello di salvarsi la vita. Non c’è da stupirsi che non avessero la forza di testimoniare i soprusi.

Il merito di aver riportato a galla gli orrori di Ravensbrück e dei Lagerbordell va ad alcuni studiosi e autori che, al termine degli anni Novanta, sensibilizzarono la memoria collettiva a prendere in considerazione questa terribile tragedia. Autori come Helga Schneider, la quale pubblicò il romanzo storico La baracca dei tristi piaceri, oppure come Robert Sommer con il suo Das KZ-Bordell: Sexuelle Zwangsarbeit in nationalsozialistischen Konzentrationslagern (Il bordello del campo di concentramento: lavoro sessuale forzato nei campi di concentramento nazisti), uno dei primi studi sul tema. Vennero portati alla luce e visionati documenti ufficiali che attestano il reclutamento delle donne, l’organizzazione dei bordelli, i registri dei detenuti che ottenevano i bonus, incentivando, così, anche le poche vittime superstiti a testimoniare. A farsi forza e raccontare una violenza nella violenza troppo a lungo ostracizzata e che il mondo ha il diritto e il dovere di conoscere.

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Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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