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Scrivere dal Mondo: donne, visioni e guerra con Antonella Cilento

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
5 Ottobre 2023
in Interviste
Tempo di lettura: 7 minuti
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Non ha bisogno di presentazioni Antonella Cilento, scrittrice e giornalista, finalista al Premio Strega nel 2014 e fondatrice, nel 1993, de Lalineascritta Laboratori di Scrittura (www.lalineascritta.it), una delle più antiche scuole di scrittura d’Italia e la più antica del Sud.

L’abbiamo intercettata, all’alba del Campania Libri Festival, per sapere di più del suo Strane Coppie, la rassegna di letteratura internazionale da lei diretta e giunta alla quindicesima edizione che verrà inaugurata oggi, 5 ottobre, ore 18:30, nella splendida cornice del Palazzo Reale di Napoli. Tema di quest’anno Scrivere dal Mondo: donne, visioni e guerra, per un ciclo di incontri che si terrà fino al 14 dicembre presso il Museo Artistico Politecnico di Napoli, con tappa a Milano, al Banco BPM nella Sala delle Colonne, in occasione della settimana ABI della Cultura. Una scelta di campo, insomma, che racconterà quasi esclusivamente di scrittrici e, in maniera trasversale, di conflitti, cercando nell’arte – e nelle sue molteplici espressioni – nuove forme di immaginazione e futuro.

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Per chi non lo conoscesse, come nasce Strane Coppie e che evoluzione ha avuto nel corso degli anni? A chi si rivolge?

«Strane Coppie è un progetto nato quindici anni fa nell’ambito dei laboratori di scrittura che conduco per Lalineascritta da trent’anni: è nato con l’idea di riavvicinare i classici contemporanei ai lettori e alle lettrici. Non c’era giorno in cui non scoprissi che mancavano le basi della letteratura contemporanea a chi voleva scrivere e così l’idea è sbocciata in forma provocatoria: autori e libri appaiati per somiglianze, per differenze, per cronologie, a volte per insospettabili affinità.

Già alla seconda edizione avevamo coinvolto gli Istituti di cultura spagnola, tedesca e francese della città e negli anni sono arrivati sponsor, in particolare Banco BPM, che ci segue ormai da sette edizioni. Nel tempo la formula, due scrittori o due scrittrici italiani come relatori, io come moderatrice e un attore o un’attrice per le letture, si è arricchita della presenza del cinema con i film tratti o ispirati alle opere di cui si racconta, della musica (lo scorsa edizione abbiamo rieseguito dopo ottant’anni la musica di Massimo Bontempelli: ci sono grandi scrittori che sono stati anche musicisti e pittori, come Savinio) e dell’arte visiva, come nel 2017 quando chiedemmo a due artiste, Teresa Dell’Aversana e Iole Cilento, di realizzare opere di luce, Lightwork, ispirate ai libri di cui narravamo. Con l’ingresso di BPM fra i sostenitori del progetto, Strane Coppie ha viaggiato fino a Roma, Milano e Verona, con puntate dedicate.

Strane Coppie si rivolge, quindi, ai lettori di sempre e ai nuovi lettori: spesso raccontiamo di libri dimenticati o di libri che tutti dicono di aver letto, e invece… Chi conosce il classico che affrontiamo lo rivede con occhi né scolastici né accademici per la prima volta e chi non lo ha mai letto ha una via d’accesso agile, stimolante. Così, il pubblico affezionato di Strane Coppie è molto vario: tutte le età, tutte le professioni, tutte le passioni e tutte le arti coinvolte, perché un libro è sempre un ponte verso la pittura, il cinema, il teatro, la musica. E viceversa».

Il tema di quest’anno sono le guerre, incredibilmente attuale. Come riescono i classici a raccontare i conflitti di oggi?

«Abbiamo scelto scrittrici o personagge coinvolte direttamente o indirettamente nelle guerre perché mi pare sia indispensabile opporre le armi bianche dell’arte e della letteratura a qualunque conflitto: riescono a dirci dell’assurdità e della violenza estrema delle guerre di oggi sia la Coraggio di Grimmelshausen, che per sopravvivere alla Guerra dei Trent’anni usa il suo corpo in modo spregiudicato, sia l’Isabella principessa degli Zingari di Achim von Arnim, che ritrae l’ingenuità e la generosità dell’adolescenza di fronte agli inganni della politica.

Le scrittrici di questa edizione per altro hanno avuto a che fare con le guerre perché nate fra i conflitti mondiali o perché già impegnate nell’eterna lotta delle donne, che prevede isolamento, povertà e follia se si esce dai ranghi sociali, come è accaduto per le neozelandesi Katherine Mansfield e Janet Frame. Altre volte, le scrittrici vivono in paesi devastati dalla guerra: l’algerina Assia Djebar, che ritrae le conseguenze post-coloniali dei rapporti fra il suo paese e la Francia, o il Premio Nobel Nadine Gordimer, che fotografa in modo spietato l’apartheid.

A ogni rappresentazione della guerra, che avvenga in secoli lontani (il Cinquecento e il Seicento di Isabella e Coraggio) o sia calata nel nostro passato molto prossimo, ci accorgiamo che i grandi libri e le autrici o gli autori che ne narrano ripetono chiara e lampante l’assurdità, la vergogna, l’inutilità di ogni conflitto. E le ferite che ci squarciano quando non scegliamo con tutte le nostre forze la pace. La letteratura mostra quel che è sotto i nostri occhi e non vediamo o non vogliamo vedere».

Quest’anno si celebra il centenario dalla nascita di Italo Calvino e Strane Coppie parte proprio da lì, dal suo lavoro. Ce lo racconti?

«L’idea è stata di non raccontare solo il Calvino scrittore ma anche il Calvino lettore e editore: la collana Centopagine è stata sicuramente la più bella collana editoriale del Novecento, la più fine, la più intelligente, recuperando i racconti lunghi, cento pagine, appunto, scritti in epoca moderna e contemporanea.

Oggi, un racconto di cento pagine è obbligatoriamente considerato dalla nostra editoria un romanzo ma non è così. Calvino scelse, fra l’altro, di pubblicare Jacob von Grimmelshausen, Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Coraggio, un classico del barocco tedesco che ha ispirato anche la Madre Coraggio di Brecht, andando contro una direzione che aveva escluso Grimmelshausen dai nostri banchi librari per due ragioni che narreremo nel primo incontro, il 5 ottobre con Antonio Franchini e Giuseppe Montesano: la prima, evidente, è che Coraggio propone un’idea di donna in Italia difficile da digerire per secoli, si prostituisce, inganna, si sposa e si risposa, truffa. Non esattamente la mamma del Mulino Bianco. Un personaggio femminile spregiudicato, che sopravvive a tutto, anche a uno stupro di gruppo. La seconda è che l’opera di Grimmelshausen era stata tradotta da Angelo Treves ai primi del Novecento, che fu anche il traduttore di Mein Kampf. Cancellato Hitler e cancellato anche Treves, che per altro era ebreo, finì nel dimenticatoio pure Grimmleshausen. Anche adesso, non c’è in commercio il libro di cui narriamo.

Nel caso di Achim von Arnim, che invece si trova sparpagliato in racconti presso vari editori ma resta di difficilissima reperibilità, Calvino scelse Isabella d’Egitto e la strada del fantastico che lui stesso aveva esplorato e perseguito. La collana Centopagine spesso rappresenta infatti una traccia del fantastico come genere in più paesi, in più lingue: andrebbe tutta riedita, è un patrimonio europeo, e non solo».

Un lungo viaggio, quest’anno, dall’Europa fino agli Stati Uniti, passando per il continente africano. Come avviene la scelta delle protagoniste e dei protagonisti? E qual è il filo rosso che unisce tutte le storie dell’edizione 2023?

«La scelta quest’anno è stata difficile perché rappresentare a ogni incontro un intero continente, che contiene paesi, lingue, dialetti, tradizioni e letterature differenti, è un azzardo: ho effettuato una selezione d’amore, scegliendo scrittrici che hanno avuto grande fortuna in Italia in alcuni decenni, vedi Nadine Gordimer o per l’India Anita Desai, e che oggi le nuove generazioni ignorano.

Ho scelto le madri del nostro pensiero femminile, come Susan Sontag, che tutti citano ma pochi hanno letto, mentre un tempo era lettura molto diffusa, quasi obbligatoria. O scrittrici di potenza espressiva superiore come Katherine Anne Porter, che è stata longeva e produttiva raccontando due guerre mondiali, l’America prebellica, la febbre spagnola, una testimone perenne che meriterebbe il podio come e più di Hemingway e che invece pochi hanno letto in Italia. E poi le sudamericane che tornano agli onori della nostra editoria, una gigantessa come Clarice Lispector e una narratrice atipica e geniale come Amparo Dávila.

Le dimenticate hanno il loro spazio: perché la madre del nouveau roman, Nathalie Sarrauthe, non è più ristampata? Per fortuna stiamo tutte riscoprendo una scrittrice aquilana di grande finezza come Laudomia Bonanni. E chi non ha ancora letto la coreana Han Kang deve recuperare…

A volte, queste scrittrici sono state amiche, come Gordimer e Sontag, che racconteremo in incontri diversi, altre volte il filo andrà trovato durante l’incontro. L’esperienza insegna che la scoperta è sempre dietro l’angolo: anni fa avevo messo vicino Enzo Striano con Il resto di niente e Alejo Carpentier con Il secolo dei lumi, due romanzi sul fallimento delle rivoluzioni alla francese fuori della Francia: arrivò in sala la figlia di Striano, Apollonia, e confermò che Carpentier era nella biblioteca del papà. Viviamo per queste magie».

Mai come ora il ruolo delle donne è centrale all’interno delle nostre società. In tutto il mondo si combattono battaglie – a volte anche durissime – per i diritti: che ruolo ha o può avere la letteratura?

«Man mano che le scrittrici diventano centrali nel discorso pubblico, la percezione, paese per paese, cambia. La letteratura ha una funzione, però, se è vera letteratura. Che le donne possano scrivere in Occidente è acquisito, in altri paesi meno. Che le donne entrino a far parte del canone letterario non è una questione risolta. Che si venga considerate significative per la propria arte è una battaglia ancora in corso, cui si mescolano mode, tendenze, discorsi politici. La letteratura fa la sua strada: crea bellezza anche dove c’è buio e fabbrica bellezza anche dal fango e dal terrore. I diritti sono una questione culturale molto aperta e le scrittrici di cui narriamo ne sono diretta testimonianza. Leggere è un atto politico, forse l’ultimo davvero libero che ci è rimasto».

Primo appuntamento a Napoli nel contesto di Campania Libri Festival il 5 ottobre, poi Milano e di nuovo in pianta stabile nel capoluogo campano. Come sta Napoli se si pensa al suo legame con l’editoria e il mondo del libro?

«Napoli è una fucina di talenti, è un serbatoio di voci e di idee, ma soffre di problemi atavici: molte iniziative esistono, di qualità differente, ma non concordi fra loro, la comunicazione è parcellizzata, c’è una storica assenza di reti fra associazioni, istituzioni e persone, insomma una forma di auto-boicottaggio continuo che impedisce per ora la nascita di un’impresa editoriale che competa davvero con le realtà di altre città.

Qui si resiste con le unghie e con i denti, nascono e muoiono realtà promettenti: durare, come succede a Lalineascritta, da trent’anni, chiede ostinazione, oltranza e indipendenza, non è facile. Spero sempre che alcune cose cambino, fattori che però sono insiti nella città e che si sbloccano quasi sempre solo quando i napoletani vanno a lavorare altrove. Non è un caso che qualunque attività si realizzi a Napoli, anche prestigiosissima, non trova spazi nella grande comunicazione nazionale se non in termini di oleografia ed esotismo: ostacoli interni e ostacoli esterni, come in ogni buona storia».

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