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Rocketgirl chronicles: scoprire lo spazio, rispettarlo, farlo proprio

Mia è un’astronauta di quattro anni, suo padre, Andrew Rovenko, un novello fotografo. Lo sono diventati – l’una un’astronauta, l’altro un fotografo – insieme, in pandemia, durante l’ennesimo lockdown di Melbourne (il sesto per l’esattezza), dal quale ha per caso preso vita l’inaspettata serie di Rocketgirl.

Mia posa verso l’obiettivo della fotocamera in una tuta spaziale che la mamma Mariya, costumista teatrale, ha appositamente creato per lei, e con un casco di cartapesta sui capelli biondi, senza legarli. L’espressione è seria, la postura è sicura perché, al di là della Mamiya Rz67 Fuji Pro 400h – una macchina fotografica medio formato e facile da portare in giro – c’è suo padre, che di mestiere fa il creative technologist e sa che una fotocamera del genere, senza sistema di misurazione integrato e con la messa a fuoco manuale, fa sì che il processo rallenti per scattare con cura.

Le fotografie della serie sono 37 e raffigurano tutte quella piccola persona spaziale in scarpette da ginnastica rosse, ora tra i fiori di campo (in Wildflowers), ora seduta sul disco di un ombrellone chiuso, nel mezzo di una spiaggia deserta: fuori stagione e fuori dal mondo, Rocketgirl in Off-season è di spalle, con le gambe a penzoloni che ci si chiede come ci sia finita lì su. È poi in mezzo a un campo da basket privato dei giocatori (in Lonely games), davanti a un binocolo con i piedi incrociati ma lo sguardo libero (The watch) e ancora tra i binari disabitati di treni scomparsi, mentre lei, la bambina, all’interno della composizione fotografica, è il punto di fuga di linee parallele tutte da esplorare.

La piccola persona spaziale nelle foto è completamente sola su strade che, pur essendo quelle del suo quartiere o poco oltre, così vuote le conosce per la prima volta: senza gente, senza bambini, senza grandi, senza vita apparente. Con il casco, Mia è marziana nella sua città, una giovane astronauta su una terra di fiori di campo e spiagge che continuano a distendersi nell’indifferenza, come se non fosse tutto stravolto. Che cosa è successo agli umani? Dove sono finiti tutti? Perché c’è questo silenzio? Eppure Rocketgirl è quieta, si percepisce dal suo atteggiamento composto, perché quello è un gioco e chi l’aiuta a sedere sul piano di una cabina telefonica nella foto che porta il titolo di Long distance call è il suo papà che, intanto, scatta poche foto ma buone con l’intento di conservarle negli album di famiglia. Non è quindi sola nel suo isolamento e sembra non aver mai conosciuto il caos che c’era prima e che ha originato quel nulla profondo intorno.

Così, durante le passeggiate concesse dalle misure locali, la famiglia Rovenko ha esplorato il quartiere, approssimando degli itinerari dove poter scovare buone location ma lasciandosi distrarre lungo il viaggio da un ceppo appartato in un prato vicino, da un sofà dimenticato sul marciapiede in attesa di essere rimosso o proprio da quella cabina telefonica dove puoi chiamare chiunque nell’universo. È un gioco divertente, ammette Andrew, perché di fronte al vuoto di ciò che è stato, tutto è potenzialmente presente, possibile ed è ancora più divertente perché non ci sono regole in un tempo che si fa lento e in uno spazio che, mentre si svuota, resiste, si rigenera.

Si tratta di una lentezza che concede alle passioni, schiacciate dalla pressione del dovere quotidiano e frenetico, di tornare come un ricordo lontano, come è stato per Andrew e per la fotografia, e di creare qualcosa di bello. Qualcosa che un po’ lo intimidisce e un po’ lo riempie di gioia quando pensa a dove sia arrivato il suo progetto fotografico, che “progetto” non ha voluto essere mai, alle condivisioni sui social, all’interesse della stampa, al numero della rivista Vogue Portugal che racconta di loro. Agli occhi della gente che si trova a passare durante gli scatti e che di sicuro sorride sotto la mascherina.

Quello a cui siamo invitati è il mondo di Mia, che da grande vuole fare l’astronauta, ossessionata com’è dallo spazio, dalle stelle, dal cielo notturno e dalla scienza, ossessione che spinge e alimenta con milioni di domande, da non averne abbastanza e da dirigere un’avventura intergalattica alla quale prendono parte i suoi genitori e tutti coloro che guardano le sue foto. Ma è anche il mondo di ognuno, perché a turno possiamo essere maestri di un sogno e qualcuno può immortalarlo proprio in quel momento, perché non venga dimenticato. Infatti, ciò che ne è risultato, con la meraviglia del fotografo amatoriale quando ha sviluppato il rullino a casa, è stata una sensazione di surrealtà.

In una realtà desolata e chiusa in se stessa per l’emergenza sanitaria, con Rocketgirl si tratta di partecipare all’altrui unicità. È un caso se la vicinanza si crea proprio quando c’è qualcuno che mette in risalto, in un qualche personalissimo modo, una solitudine qualsiasi? Compresa quella di una bambina che si annoia in casa? L’isolamento non ha confini, si trova pure nello spazio più aperto o in una folla di gente prima del distanziamento, ed esiste anche senza pandemia, ma non è mai stato così condiviso. Allo stesso modo, il pensiero critico e creativo non può essere recluso in un appartamento, per cui i genitori di Mia hanno pensato bene di cavalcare il flusso della sua immaginazione e lasciarsi ispirare.

«Quando siamo passati davanti alla lavanderia a gettoni, abbiamo visto tutte queste macchine e abbiamo immaginato di essere su un’astronave (Aboard). Ha anche scalato questi barili in un vecchio posto di riparazione di taxi, che era deserto nei fine settimana. Quello era uno dei suoi preferiti».

Durante questi quasi due anni di crisi, alcuni genitori hanno imparato dai propri figli l’importanza creativa dell’ozio e del gioco. Il valore di stare insieme, a non far nulla, vivere un giorno alla volta, un gioco alla volta, proprio come fanno i bambini, godendosi il viaggio, approfondendo le visioni, ripetendo i gesti, senza congetture o mete, perché a quelle ci pensa chi resta in stazione di controllo. Mentre chi vuole divertirsi decolla.

Apprezzando Sally Mann e le sue oneste storie fotografiche, Andrew ha intenzione di non lasciare la fotografia ma non porta sempre con sé la macchina fotografica durante le avventure perché, proprio come nella letteratura, dove le parole che non ci sono rimbombano più forte, le foto non scattate hanno un’eco maggiore, una forza decisiva.

In Homecoming, una delle ultime foto della serie, salutiamo Mia e le confessiamo che tutti vorremmo volare nel cielo notturno una volta e che quel casco è fenomenale. Perché la salute va protetta allo stesso modo della libertà.

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