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“Qui rido io”: Martone mette in scena Eduardo Scarpetta

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
20 Settembre 2021
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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La Mostra del Cinema di Venezia ha prodotto, quest’anno, una vasta gamma di opere d’eccellenza che adesso non possiamo far altro che attendere speranzosi sul grande schermo. Tra queste, in concorso per il Leone d’Oro al miglior film e già in sala, Qui rido io, diretto da un sempre più in forma Mario Martone.

Regista cinematografico e teatrale, Martone ci aveva già convinto quando nel 2014 diresse Il giovane favoloso, film ispirato alla vita del poeta Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. E poi, ancora, il pluripremiato Capri-Revolution del 2018, presentato al 75° Festival di Venezia.

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Qui rido io arriva prorompente nel panorama cinematografico 2021 e Martone, da sempre assennato uomo di teatro, sceglie di raccontare uno dei personaggi più iconici e dibattuti del panorama teatrale napoletano di fine Ottocento e inizio Novecento: l’attore e autore Eduardo Scarpetta (vero nome Odoardo Lucio Facisso Vincenzo), firma di celebri opere quali Miseria e nobiltà e padre del noto trio Titina, Eduardo e Peppino De Filippo.

Energico commediografo in una Napoli frenetica dei primi anni del XX secolo, Scarpetta si fa portavoce del teatro dialettale – le sue commedie e la sua maschera Felice Sciosciammocca sono un enorme successo – ed è marito, amante, padre di tanti figli, legittimi e illegittimi. Ma il tema centrale del film è la diatriba legale tra il poeta Gabriele D’Annunzio e Scarpetta, quest’ultimo accusato di plagio per la tragedia La figlia di Iorio (prima causa italiana sul diritto d’autore). Sì, perché ha scritto Il figlio di Iorio, palese e audace parodia in chiave comica, e al suo fianco si schiera Benedetto Croce. Contro di lui, in tribunale, personaggi del calibro di Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco e Libero Bovio. Un sagace scambio di colpi tra un’arte considerata più elevata e l’umile comicità di Scarpetta, che però si difende facendo ciò che ha sempre fatto per vivere e rivendicando il proprio diritto alla satira.

Assistiamo all’artista e all’uomo, che si destreggia tra palcoscenico e famiglia, una famiglia allargata, ingarbugliata. Prima sposa Rosa De Filippo, da cui ha due figli, Domenico (lo riconosce pur non essendo quasi certamente suo) e Vincenzo, mentre adotta Maria, avuta da un’altra donna. Dalla relazione con Anna, sorellastra di Rosa, concepisce Ernesto, Eduardo e Pasquale. Ma è la prole di Luisa De Filippo, nipote della moglie, che ricordiamo con maggiore trasporto, trattandosi dei celeberrimi Annunziata (detta Titina), Eduardo e Giuseppe (detto Peppino) De Filippo, futuri capisaldi della commedia partenopea e non solo.

È con gli occhi dei figli, nel film bambini e ragazzi, che vediamo le vicende di Scarpetta, un padre che loro chiamano zio, pur sapendo chi sia realmente, ma poi vanno in giro ripetendo: «Scarpetta m’è pato a mme». Vengono definite in maniera ineccepibile e sincera le relazioni con i figli, destinati a un’eredità al tempo più grande di loro, eppure non degni del legame di sangue, con le mogli/amanti, continuamente incinte e quasi rassegnate a quel ricco e ambizioso patriarca.

Toni Servillo troneggia, seduce senza se e senza ma, mostrandosi ancora una volta come l’immenso interprete che è. Capace di riportare in vita Scarpetta nelle espressioni, nella voce, nei movimenti, nel suo dualismo diventando lui e aggiudicandosi a Venezia anche il Premio Francesco Pasinetti per la miglior interpretazione maschile. Non da meno il resto del cast, crogiolo di grandi personalità dello scenario teatrale e cinematografico napoletano. Abbiamo Maria Nazionale (Rosa De Filippo), Cristiana Dell’Anna (Luisa De Filippo), Chiara Baffi (“Nennella” De Filippo), Lino Musella (Benetto Croce), Paolo Pierobon (D’Annunzio), Roberto De Francesco (Salvatore Di Giacomo).

Una regia, quella di Martone, sofisticata e seducente, dove la colonna sonora, le celebri canzoni napoletane, non si limita ad accompagnamento ma diviene vera e propria protagonista, inclusa la musicalità del dialetto partenopeo nei dialoghi. Il quadro d’epoca è la Napoli della Belle Époque, una città celebrata nella sua arte, nella sua forza e incredibile umanità, all’interno di una precisa cornice storica, politica, culturale e sociale italiana.

Qui rido io non è solo la messa in scena tragicomica dello spezzone di vita di un grandioso capocomico, è una rappresentazione intima, poetica, malinconica, di dinamiche familiari infelici e disfunzionali, di paternità negata, di sfrenato desiderio di sentirsi amati e accettati. Un’opera pregiata e ambiziosa dove cinema e teatro si fondono in un connubio che seduce il pubblico proprio come, all’epoca, Scarpetta seduceva il suo.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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