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“Punacci. Storia di una capra nera” è un miracolo ordinario

Noemi De Luca di Noemi De Luca
24 Febbraio 2024
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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«C’era una volta, in un villaggio, una capra femmina. Nessuno sapeva dove fosse nata. Che traccia può lasciare l’inizio di una vita ordinaria?».

La letteratura è piena di biografie altisonanti, storie di eroi, politici e sovrani. Ma dove sono i dolori quotidiani, quelli consumati fuori dalle prime pagine dei giornali? Le gioie di una vita normale o le sue piccole disperazioni? Per far provare felicità, disperazione o rabbia ai lettori può bastare anche una storia ordinaria: ad esempio, quella di una capra. Punacci. Storia di una capra nera di Perumal Murugan racconta la vita di una minuta capretta corvina, una malinconica, semplice e piccola vita. Lo fa in modo autentico, vero, e non può che spezzarti il cuore.

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Siamo nell’arida e afosa campagna indiana. Un vecchio contadino è seduto su una collina e osserva il suo gregge al pascolo. All’improvviso, scorge una figura che si avvicina. È uno straniero, un uomo alto quasi come una palma. Si muove rapidamente e il vecchio lo guarda sbalordito: di estranei lì non se ne vedono mai, figuriamoci di quella stazza sovraumana. Dopo un primo momento di smarrimento, il vecchio scopre la ragione per cui lo straniero è lì: tiene, nel palmo della mano, una capretta appena nata.

Da quel momento, Punacci non smetterà di attraversare quotidiane tragedie. La mancanza di cibo, dovuta dal fatto che le altre capre si rifiutano di allattarla. La magrezza e la fame, che i suoi vecchi padroni non possono colmare. La semplice foratura di un orecchio, per dispetto fatta in modo sbagliato. La realizzazione che la vita di una capra non importa a nessuno.

«Non credevo che tu fossi ancora vivo», disse Punacci. «Io stesso non pensavo che sarei vissuto così a lungo. La morte può giungere in qualsiasi momento per un capretto. Ci uccidono per la carne, o per un sacrificio. Perciò la mia vita è fatta di attimi come questi», disse Puvan. Punacci rispose: «E come pensi che sia per le femmine? È meglio morire che partorire e accudire i figli. Ma adesso che ti ho visto, non ho più paura della morte».

Puvan è l’unico amore della capretta nera, un breve istante di gioia in una vita dedicata alla riproduzione. Sì, i capretti vengono brutalmente sgozzati, castrati o mangiati, ma le femmine – anche se più longeve – hanno un destino equamente crudele. Esistono per un solo scopo: generare nuova vita. Un parto dopo l’altro, le madri diventano deboli ed esili, prosciugate dalle bocche voraci dei loro cuccioli. Ma ai contadini non importa: le lascerebbero morire di fame e di stenti pur di crescere nuovi capretti.

Punacci viene ingravidata da un vecchio caprone – una scena di stupro fredda e agghiacciante – e mette al mondo ben sette cuccioli. Un dono e un miracolo per i suoi padroni, ma una maledizione per lei.

Che poteva farsene di un miracolo in tempi di carestia? Miracoli e meraviglie erano adatti solo ai tempi in cui ci si riempiva lo stomaco a sazietà.

Punacci, però, non è solo una capra. Nel romanzo, l’ho più volte immaginata come una ragazzina indiana, nata e cresciuta in un villaggio sperduto tra le montagne, che verrà sfruttata solo per il suo utero: per le femmine di ogni specie, il destino è sempre lo stesso. Una bambina dalla pelle più scura rispetto alle altre, malvista da tutti, che non riesce a trovare un attimo di pace perché la vita non le dà tregua.

Punacci è ogni donna oppressa, ogni etnia marginalizzata, ogni uomo costretto a vivere in un mondo che non lo rispecchia. È qualsiasi persona invisibile, che sta ai margini della storia e non può che subirla.

Perumal Murugan, nella prefazione di questo romanzo, scrive: Per quanto tempo le storie non raccontate resteranno sepolte nel profondo della terra come semi dormienti? Ho paura di scrivere degli uomini e scrivere degli dei mi terrorizza. Dunque, lasciatemi parlare di animali.

Murugan, dodici anni fa, tentò un suicidio letterario. Perumal Murugan lo scrittore è morto – scrisse sui suoi social  – e dato che non è un Dio, non risorgerà. […] Lasciatelo in pace. Uno dei suoi romanzi, Madhorubagan, tradotto con One Part Woman, raccontava la storia di una coppia incapace di avere figli. L’autore scrisse di un antico rito religioso in cui, per una notte, i tabù sessuali tra uomini e donne venivano annullati, e le donne potevano avere rapporti con sconosciuti.

Lo sdegno invase i fondamentalisti religiosi indù, che si scagliarono contro il romanzo. Vennero accesi fuochi per ardere copie e copie di Madhorubagan, e le proteste si fecero così insistenti da costringere Murugan e la sua famiglia ad andar via dalla loro casa. L’autore prese una decisione: non avrebbe più messo la penna sul foglio.

Così non fu: una corte riaffermò la libertà d’espressione di Murugan, in un verdetto che recitava: Lasciate che l’autore risorga e torni a fare ciò che sa fare meglio: scrivere. Murugan tornò a scrivere, ma rimase scottato. Forse per questo parlare degli uomini lo terrorizza, e stavolta ha deciso di mostrarci la piccola vita di una capra. Però, in modo sottile, ci ha nascosto la voce del suo paese.

«Dovremmo abituarci tutti a stare in fila». «Dobbiamo abituarci a fare la fila». «È necessario imparare a stare in fila». «Ci sarà bisogno della fila per ogni cosa». «Dobbiamo abituarci a stare in fila». Dobbiamo abituarci ad aspettare in fila». «Stare in fila ci renderà pazienti». «Stare in fila ci renderà tolleranti». «Dovremmo abituarci tutti a fare la fila». «Dobbiamo abituarci a stare in fila».

Ci troviamo in uno spazio assolato. Ci sono dei contadini in fila, ognuno che tiene in braccio cuccioli di capra o di pecora. Ogni pastore deve portare le sue bestie appena nate all’ufficio lì di fronte per farle registrare. L’ufficiale fora le orecchie dei cuccioli, ci infila dentro un anello, e poi le segna nel suo librone. Perché? Ognuno ha la sua idea a riguardo: c’è chi crede che le corna delle capre possano essere usate come armi, e perciò debbano essere registrate; chi pensa sia un semplice resoconto; chi crede che gli anelli usati emanino una luce che solamente il governo può vedere.

La fila è lunghissima, procede per ore e ore sotto al sole. Gli uomini e le donne chiacchierano, elaborano teorie bislacche sul governo, cercano di tenere a bada le capre. Alcuni svengono per il sole e la calura, e vengono malmenati dalle guardie per aver creato disordine. Se si risponde in modo errato agli ufficiali, questi forano male le orecchie dei cuccioli, così da farle infettare. Anche fuori dalla fila, il governo è onnipresente.

«Parla piano! Il governo ha orecchie ovunque». «Eppure c’è un proverbio, dice che le orecchie del governo sono sorde». «Sono sorde se parliamo dei nostri problemi, ma se parliamo di loro le hanno apertissime!».

Quella della fila è una scena che racconta tutta la vita del popolo asura. Gli ufficiali sono ovunque, arroganti e intimidatori. Gli abitanti di quelle terre aride devono sopportarli pur di ottenere anche i più piccoli benefici: imparano a convivere con le umiliazioni, la fame e il controllo costante. Non sono molto più liberi delle capre che possiedono, e le loro vite sono brevi e dolorose come quelle delle bestie.

L’India rurale di Murugan è un microcosmo autentico e vibrante. È il mondo dal quale lo stesso autore proviene, pieno di bellezza e tragedia. L’incredibile traduzione dalla lingua tamil di Dorotea Operato, voluta fortemente da Utopia Edizioni, lo rende ancora più vivo. Se avete voglia di conoscerlo, guardatelo attraverso gli occhi di una creatura senza alcuna importanza: sono quelli giusti per scoprirne la verità.

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