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“Orgoglio e pregiudizio”: in scena la teatralità di Jane Austen

Marina Finaldi di Marina Finaldi
2 Marzo 2020
in Appuntamenti
Tempo di lettura: 4 minuti
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Orgoglio e Pregiudizio è l’opera più nota di Jane Austen. Ingiustamente relegato tra le fila di una letteratura esclusivamente femminile in quanto scritto da una donna, nonostante l’immenso successo, il romanzo si vede negato, da molti, quel valore universale che ne rende le tematiche attualissime ancora oggi. E la fama di cui continua a godere è forse dovuta più alla sua universalità che non al suo essere una sorta di antesignano della commedia romantica. Ma Orgoglio e Pregiudizio è anche uno dei classici della letteratura più rappresentati dal cinema e dalla televisione. La storia dell’arguta Elizabeth Bennet e dell’affascinate e orgoglioso Mr.Darcy è stata riproposta spesso nella sua veste originale, rivisitata in chiave moderna, rimaneggiata e adattata a contesti culturali molto diversi dall’Inghilterra del XVII secolo e, finalmente, è approdata anche a teatro.

Il primo adattamento italiano di Orgoglio e Pregiudizio è andato in scena al Mercadante di Napoli e si appresta ora a fare tappa in molte città dello Stivale. La regia è di Arturo Cirillo, che interpreta il Signor Bennett e Lady Catherine, il testo teatrale porta la firma di Antonio Piccolo. La rappresentazione tiene fede allo spirito del capolavoro di Jane Austen, nonostante alcune sostanziali modifiche che alterano le vicende. Mancano, infatti, all’appello Kitty, Mary e Lydia Bennet, Georgiana Darcy e il mellifluo George Wickham.

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Per chi ha letto il romanzo è quasi impossibile pensare che Orgoglio e Pregiudizio possa funzionare con la stessa efficacia senza gli avvenimenti che avvicinano sempre più Lizzie e Darcy, portando entrambi ad ammettere d’aver peccato d’orgoglio e aver prestato troppa fede alle proprie prime impressioni dell’altro. Eppure, sul palcoscenico si fanno materia, oltre all’intreccio, i temi tanto cari a Jane Austen, affrontati con grande rispetto per il piglio ironico dell’autrice. La Signora Bennet di Alessandra De Santis restituisce un ritratto perfetto della rustica, grossolana e ambiziosa madre di Elizabeth, vero e proprio simbolo di una middle class arrivista che fa da contrappunto allo snobismo degli aristocratici e, allo stesso tempo, espressione del sentimento di precarietà e indeterminatezza della condizione femminile all’epoca dell’autrice: le donne non potevano ereditare beni e l’unica salvezza per le sorelle Bennett era, effettivamente, il matrimonio.

Ad Arturo Cirillo nei panni del Signor Bennet sono affidate le parole con le quali si apre la storia, la stessa celebre frase che compone l’incipit austeniano: «È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Il Signor Bennet nel romanzo appare come una figura piuttosto passiva sebbene, con il suo fare sagace, offra spesso la misura sulla quale il lettore calibra la lente della propria interpretazione. A teatro assume, per questo, il ruolo di regista dell’intera vicenda: durante la prima parte dello spettacolo, Bennet presenzia sulla scena, in disparte, o resta seduto con la poltrona rivolta verso la platea e osserva, spettatore tra gli spettatori, la moglie architettare un piano per far sposare Jane, la loro figlia maggiore, con il facoltoso Mr. Bingley.

Gli oggetti sul palco sono pochi e ben studiati. Sullo sfondo, campeggiano degli enormi specchi che ora riflettono, grazie a un sapiente gioco scenografico, immagini di affreschi sul soffitto e rendono ampi gli spazi chiusi, ora si trasformano in finestre sull’esterno, attraverso le quali osservare la natura e dare un senso di profondità all’immagine. Sono gli attori stessi a modificare la scena spostando gli specchi, ruotandoli e inclinandoli di modo che rimandino le loro figure. In uno dei momenti più belli della pièce, quando Darcy ed Elizabeth danzano insieme al ballo di Netherfield, i due attori non si guardano mai pienamente in viso, ma rivolgono il corpo allo specchio, come se i loro riflessi osassero dire di più dell’elettricità fra quei corpi di quanto i padroni siano disposti ad ammettere.

La scelta dello specchio come elemento principale ha anche valore simbolico, perché mette al centro proprio le impressioni, le apparenze, le percezioni dei personaggi, che cambiano nel tempo grazie a incastri e angolature diverse. La scenografia diventa, così, materia viva sul palcoscenico e riempie gli spazi lasciati vuoti dai tagli alla trama. Altro dettaglio di assoluta fedeltà allo spirito dell’opera austeniana è proprio l’attenzione alle coreografie. Jane Austen ha utilizzato spesso nei suoi libri il ballo come espediente per raccontare le dinamiche d’interazione dei suoi personaggi e per mettere a nudo le ipocrisie del suo tempo.

L’autrice aveva un’immensa passione per il ballo e ne esaltava, nei suoi testi, i codici di comportamento, l’etichetta da seguire. Possiamo veramente capire i personaggi di Jane Austen e la società cui appartengono solo osservandoli su una pista da ballo. Non a caso, i tre momenti di svolta nel romanzo avvengono durante tre diversi ricevimenti. Se, da un lato, Orgoglio e Pregiudizio si presta particolarmente bene a essere rappresentato a teatro, dall’altro non bisogna dimenticare che la dimensione teatrale è parte integrante dell’opera letteraria di Jane Austen: in Mansfield Park, ad esempio, i personaggi allestiscono una rappresentazione privata del Lovers’ Vow di Elisabeth Inchbald.

Il teatro come espediente narrativo, dunque, mette in mostra le intenzioni e le mire dei protagonisti femminili e maschili del romanzo. Secondo la critica letteraria Paula Byrne, che alla teatralità austeniana ha dedicato addirittura un intero libro (Jane Austen and the Theatre), la scrittirice amava a tal punto la recitazione che quest’ultima influenzava in maniera decisa il suo modo di impostare i dialoghi e le entrate o le uscite di scena dei personaggi. Il teatro, come il ballo, è una dimensione necessaria dell’universo di Jane Austen. Orgolio e Pregiudizio di Cirillo lo conferma. In fondo, è questo il bello dei capolavori universali: restano necessari e veri in ogni versione.

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