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Occhi scuri e sogni rossi: cinquanta lunghi anni senza Che Guevara

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
11 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te. Aveva occhi scuri e sogni rossi, Ernesto Rafael Guevara de la Serna. Occhi di rivoluzione e sogni di libertà. Era nato nel 1928, a Rosario, in Argentina, lui che sentiva suo ogni angolo di mondo segnato dalle ingiustizie, dalla malattia e dalla miseria. Soffriva, sin da bambino, di forti attacchi di asma che gli avevano reso difficile frequentare la scuola. Non per questo, però, aveva rinunciato a studiare o a vivere. Amava Neruda, i grandi classici francesi, Freud, la psicologia, l’esempio di Gandhi, giocava a scacchi e a rugby, voleva diventare medico.

Con l’amico Alberto Granada aveva intrapreso un viaggio, nel Sud dell’America, a bordo di una Norton 500 del ’39, la mitica Poderosa II che li aveva accompagnati in un lungo percorso alla scoperta delle condizioni economiche e sociali piuttosto precarie in cui vivevano molte delle popolazioni del continente, vittime di soprusi, razzismo e lebbra, che il Che – così lo chiamavano in tanti per via del suo intercalare tipicamente argentino – aveva cercato di curare il più possibile, mentre in lui qualcosa stava cambiando in via definitiva. I molteplici contrasti tra povertà e ricchezza, i maltrattamenti, le angherie, nonché una straordinaria sensibilità verso gli ultimi, i rinnegati, le ingiustizie, la naturale propensione al sacrificio e lo studio delle teorie marxiste, infatti, avevano acceso nella sua persona un forte desiderio di uguaglianza e di rovesciamento totale della situazione politica continentale, mosso dall’urgenza dell’agire per la liberazione dei popoli da quello stato di assoggettamento che ne stava impedendo il concreto sviluppo. Era necessaria, quindi, una rivoluzione che avesse un respiro ampio e non egoistico, che cancellasse i confini e portasse a un’unica nuova entità. A tal proposito, l’incontro con Fidel Castro – di cui all’inizio non era stato forte sostenitore – aveva significato la vera svolta sul piano pratico.

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Al suo fianco, aveva portato a termine la Rivoluzione cubana, destituendo il dittatore Fulgencio Batista e divenendo Presidente della Banca centrale della Repubblica di Cuba prima, e ministro dell’Industria e dell’Economia poi. Ma sebbene fosse stato soprannominato Comandante, il Che non aveva aspirato a comandare, il suo posto era sempre stato tra la gente a combattere per essa. E, così, aveva rinunciato alla sua carica e si era allontanato ancora una volta per viaggiare, per studiare, per conoscere e cambiare realtà come quella congolese o quella boliviana, dove lo avevano ammazzato, mentre stava combattendo una guerra che, incarnando uno dei più emozionanti ideali comunisti, aveva voluto sentire anche sua.

Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario.

Era bello, Ernesto Rafael Guevara de la Serna. Di una bellezza che solo gli eroi romantici come lui possono godere. Bello come soltanto chi crede profondamente in ciò che fa sa essere. Tenero come il Cristo morto di Mantegna al quale somigliava durante la lunga agonia del suo addio alla vita. Coraggioso come la rivoluzione che in lui viveva e la sete di cambiamento che non aveva mai potuto appagare perché troppe le disparità nel mondo. Voce severa, sguardo attento e sorriso dolce, del Che restano l’esempio trasformatosi in mito e una battaglia romantica mai conclusa, nella nostalgia di un qualcosa che avrebbe potuto essere e, forse, non sarà più.

L’uomo deve camminare col viso rivolto al sole in modo che questo, bruciandolo, lo segni della sua dignità. Se l’uomo abbassa la testa, perde questa dignità. E così è stato, l’uomo ha perso.

È difficile scrivere di Ernesto Guevara nel giorno del cinquantesimo anniversario della sua morte senza provare un’immensa tristezza. La grande famiglia dei diseredati del pianeta che costituisce l’esigente e dolorosa patria del rivoluzionario è, ormai, senza una guida, senza nessuno che la difenda e che per essa sia disposto a combattere, abbandonando persino incarichi e onori. Nel suo ricordo, nel ricordo di chi ha scelto di non essere solo un uomo, quegli occhi scuri e quei sogni rossi di libertà diventano nostri, ci scuotono l’anima e ci afferrano le mani per poi chiuderle in un pugno da alzare al cielo. Nell’inguaribile idealismo di chi crede in un mondo senza oppressi né oppressori, lasciamo che a salutarlo, per noi, siano le parole di Italo Calvino.

Pensando a Che Guevara

Qualsiasi cosa io cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d’ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell’Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d’un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d’una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sé e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.

Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l’avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.

In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. È una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l’estremo rigore della sua lezione. La “linea del Che” esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la “linea del Che” vuol dire – una trasformazione radicale non solo della società ma della “natura umana”, a cominciare da noi stessi – e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.

La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz’abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allargarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d’invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell’Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.

Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.

Prec.

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