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Morti sul lavoro: nemmeno il PNRR parla di sicurezza

Redazione di Redazione
10 Febbraio 2022
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Morire: per il lavoro, di lavoro, sul luogo di lavoro. Sono queste le espressioni più comuni usate nel parlare di un grave problema dei nostri giorni al quale non sembra sia riconosciuta l’appropriata, necessaria risonanza.

Siamo scesi in piazza nel silenzio della politica dopo la morte inaccettabile di Lorenzo Parelli, di Udine, al quale mancavano poche ore per completare il suo tirocinio formativo presso una fabbrica della zona. La polizia ci ha caricato ovunque: a Milano, a Roma, a Napoli, a Torino. Denuncia, a caldo, il coordinamento dei collettivi studenteschi di Milano che ha fissato un’assemblea dei movimenti del capoluogo e della provincia lombarda. Restano l’impotenza e la rabbia per una disgrazia immane: la fine di un giovane studente che avrebbe dovuto essere a scuola, l’istituto tecnico che frequentava, e invece è morto lavorando.

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Oggi il sostantivo tirocinio si preferisce sostituirlo con il termine anglosassone stage (peraltro non remunerato), ma la sostanza non cambia. È il paradigma dell’alternanza scuola-lavoro, conseguente alla Buona Scuola, caldeggiata da alcuni dei nostri politici, dietro la quale si celano i tagli drastici ai fondi destinati all’istruzione, l’aumento della precarietà dei docenti e del personale scolastico in generale, nonché l’impoverimento dei programmi di studio e, per finire, la conversione dei presidi in manager di altrettante scuole-aziende. Succede così che, in mancanza di azioni preventive volte all’indispensabile sicurezza nelle fabbriche, un ragazzo appena diciottenne paghi con la vita il miraggio di un corso di formazione determinante per il proprio futuro lavorativo.

Questo tragico evento rappresenta, però, solo un anello della lunga catena di decessi che si allunga, quasi quotidianamente, nel nostro Paese. Sono chiamate morti bianche e nel 2021 se ne sono registrate più di millequattrocento. Eppure, ancora si fa fatica a rendersi conto che siamo tutti coinvolti nello stesso problema e che per far fronte a una questione spinosa come quella della sicurezza sul lavoro si dovrebbe agire collettivamente, come società.

Nel merito, nonostante i progressi fatti nel corso degli ultimi decenni in Italia, si ha la sensazione che il Paese sia rimasto indietro e principalmente che la politica sia sorda al riguardo, salvo poi attivarsi per inviare comunicati stampa occasionali all’accadere delle tragedie che costantemente riempiono le pagine di cronaca nera.

A fine aprile dello scorso anno, si era celebrata la giornata internazionale della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro promossa dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) durante la quale si era discusso, tra l’altro, di come investire in sistemi resilienti e in sicurezza. Una       settimana dopo l’evento, però, era toccato a Luana D’Orazio, operaia di ventidue anni in una piccola azienda tessile di Prato, madre di un bambino in tenera età, restare schiacciata tra gli ingranaggi della macchina presso cui stava lavorando.

La prematura, assurda fine di questa giovane donna, improvvisamente aveva smosso le coscienze, suscitando polemiche da parte di esponenti politici locali e nazionali e dando vita a un giusto impatto mediatico. Ciononostante, i mesi successivi, sono stati contrassegnati da molti episodi di tragiche morti sul lavoro che non hanno generato identiche reazioni.

A inizio agosto, poi, si è avuta la notizia della scomparsa di un’altra operaia straniera di nome Laila El Harim, anche lei madre di un bimbo piccolo, uccisa da un macchinario presso uno scatolificio in provincia di Modena. Per entrambi i tragici eventi, la magistratura ha aperto le indagini tendenti a stabilire le responsabilità dei titolari delle aziende, ma anche l’eventuale mancanza di un’adeguata formazione per la mansione rivestita.

Nel caso di Luana D’Orazio, infatti, la perizia effettuata dagli organi competenti, e già in possesso della Repubblica di Prato, ha accertato la manomissione del quadro elettrico del macchinario per permetterne il funzionamento anche senza la protezione di sicurezza che avrebbe evitato l’incidente: dunque, la sicurezza inesistente in cambio della maggiore produttività. Si dovrà chiarire, inoltre, quale fosse il compito della giovane che, assunta da poco, non doveva trovarsi da sola alla macchina, ma fungere da supporto a operai dall’esperienza consolidata.

La madre di Luana ha espresso cordoglio e indignazione per la morte di Laila la cui sorte, tristemente analoga a quella della figlia, non ha insegnato nulla.

Ancora un passo indietro quindi perché, nonostante il sentimentalismo attira-voti e una tantum della politica per una giovanissima vittima di questa strage infinita, tra la morte di Luana D’Orazio e quella di Laila El Harim, ve ne sono state altre duecento. Un numero che dà i brividi e che troppo spesso viene considerato, a torto, frutto di casualità e fatalità.

L’incremento degli incidenti mortali ha riguardato tutti i settori, ma il più colpito è quello dell’edilizia per cadute da impalcature. Il dato che maggiormente fa riflettere è che, se è vero che si continua a morire come quarant’anni fa, è perché si è investito in tecnologie sempre più avanzate, ma non ci si è preoccupati di far coincidere a tale progresso una altrettanto indispensabile sicurezza lavorativa. Tutte queste morti, infatti, hanno in comune la banalità dell’accadere un qualsiasi giorno, nel posto di lavoro quotidiano, di frequente, per incidenti futili che sarebbe stato possibile evitare.

Un dato incontrovertibile è che in Italia vi sono milioni di aziende, ma le risorse destinate ai controlli, ad esempio, sono sempre più esigue: carenza di personale si registra presso enti quali l’Inail, l’Inps e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Bisogna puntualizzare, inoltre, che nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza consegnato alla Commissione Europea lo scorso mese di maggio, il tema della sicurezza non è neanche citato e tale parola compare tantissime volte, mai accostata al lavoro. Si fa tuttavia strada il convincimento che non sia sufficiente applicare          misure di prevenzione per il decisivo cambiamento del sistema lavoro in Italia.

La pandemia da Covid ha, di fatto, evidenziato le tante disuguaglianze radicate nella società. Molti individui senza un regolare contratto hanno perso il loro impiego e non hanno potuto ottenere alcun beneficio assistenziale, altri sono divenuti vittime dell’usura e tantissimi, invece, sono      stati contagiati sul posto di lavoro o morti, non potendo scegliere di allontanarsene per accedere alle cure necessarie.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro: recita il primo dettato della nostra Costituzione. Occorre una seria presa di coscienza da parte della politica e delle istituzioni, nonché dei lavoratori stessi, al fine di non continuare a tradirlo, arginando questa drammatica emergenza a cui non possiamo più assistere inermi.

Contributo a cura di Anna Loffredo

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