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Moby Dick, la bianca ossessione del Bene contro il Male

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
3 Giugno 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Può un’ossessione celare in sé la trama infinita, eterna del Bene che si contrappone al Male? Se questa, poi, è animata da una violenta sete di vendetta, può mai risolversi in una qualche maniera che non determini l’autodistruzione di chi ne è affetto? Quante volte la narrativa ha cercato di dare una risposta a questi interrogativi, spesso, senza risolversi in un’unica, universale risposta. Quanti autori, dai latini ai più moderni, hanno affrontato lo stesso dualismo attraverso la pagina, quante teorie, quante storie, quanti miti sono nati in nome di questa battaglia senza tempo. Il mare non ha confini, neppure per i navigatori più esperti, è spesso imprevedibile, soffre gli umori degli uomini che lo attraversano, accoglie speranze e, al contempo, le trascina alla deriva. È immagine del sublime romantico, entità tremenda e affascinante, padre di quei soffi per i quali i marinai non provavano terrore, ma piuttosto un piacere. È la balena bianca, uno dei simboli più conosciuti dell’intera letteratura mondiale. Moby Dick è la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo.

Il romanzo di Herman Melville è un incredibile manifesto dell’America di fine Ottocento, spinta, da un lato, dal rinascimento artistico che imperversava nel Paese, dall’altro, ancora legata ai dogmi rigidi della cristianità e ai pregiudizi, alle limitazioni che questi comportavano.

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Sembra incredibile quanto, sfogliando le sue pagine, argomenti come, appunto, il pregiudizio, il razzismo, la chiusura mentale, l’ossessione dell’uomo nel volersi sostituire a Dio, cercando di controllare e prevalere sulla natura, risultino attuali tutt’oggi. Con grande amarezza del lettore.

Attraverso il viaggio, l’uomo si fa conscio del fatto che non può sottomettere qualsiasi cosa desideri alle sue leggi, a quelle della ragione, ma ne matura conoscenza ed esperienza quando ormai è già troppo tardi per tornare sui propri passi.

Ismaele, esule, vagabondo, è il protagonista di questa avvincente allegoria che è la storia sua e del Pequod, la nave con la quale affronterà gli abissi, i mari, la balena, se stesso. Ogni componente fondamentale del romanzo è racchiusa in quel suo semplice nome, dal destino a cui la barca che lo vedrà salire a bordo è segnata, al riferimento religioso e biblico, elemento chiave nel dipanarsi degli avvenimenti che ne caratterizzano la storia.

Un’epopea epica – dal forte contenuto enciclopedico che, di continuo, rallenta lo scorrere delle vicende ma le impreziosisce di riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche – che riassume il male dell’universo, la parte oscura e demoniaca dell’animo umano, così come la balena bianca è immagine di ciò che l’uomo insegue ma non può conoscere e, quindi, dominare.

Moby Dick è l’inarrivabile con cui ogni essere umano si scontra ogni giorno, il chiodo fisso che è un po’ bramosia, un po’ incubo, spesso una ragione di vita forzata, costretta dalle vicende che hanno portato ognuno a imbarcarsi in questa caccia dall’esito tragico e scontato.

Il capodoglio appare agli occhi del cacciatore come il male da estirpare, il suo colore, al contrario, fa riflettere sul fatto che il nero sia annidato nell’animo di chi prende il mare, non di chi segue semplicemente le leggi della propria natura. Il volerle sovvertire porta alla cieca vendetta che non si compie, quel sentimento di cui quasi se ne scorda l’origine, e che trasforma ognuno nel capitano Achab.

Moby Dick è uno straordinario romanzo senza tempo. È eterno e, a giudicare dagli avvenimenti che ancora regolano il giro del mondo, resterà tale ancora a lungo.

*immagine di copertina di Rockwell Kent (edizione italiana BUR)

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