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“Medusa” di Martine Desjardins e l’audacia della mostruosità

Giusy Santella di Giusy Santella
7 Dicembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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È arrivato in libreria Medusa, il nuovo libro di Martine Desjardins, edito Alter Ego, con cui l’autrice, al suo esordio in Italia, ci catapulta nel mondo della mostruosità, della vergogna e dell’oppressione, senza via di scampo. Medusa è il nome della protagonista o, meglio, il nome che le è stato attribuito fin da bambina per deriderla in famiglia e poi nell’Athenæum, l’istituto in cui viene spedita dopo aver mostrato le sue raccapriccianti Deformità alla domestica, facendola fuggire inorridita.

Deformità, Aborti, Devastazioni, Abiezioni, Disgrazie, Degradanze: centinaia di nomi, ogni volta diversi, vengono utilizzati per descrivere e impersonificare gli occhi di Medusa, il motivo principale della sua mostruosità, la causa per cui è stata ripudiata e ha sempre camminato a testa bassa, coi capelli a coprirle il viso e un rifiuto netto di guardarsi allo specchio. Nel corso del racconto, però, gli occhi si rivelano anche la parte più intima della protagonista, da cui nascono le pulsioni più profonde e nascoste e i sentimenti più audaci, il luogo in cui si celano un coraggio e una temibile rabbia che neppure Medusa immagina di avere.

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L’Athenæum è una fondazione in cui le famiglie relegano le figlie che presentano qualsiasi tipo di tare congenite e che per questo non possono essere mostrate in società. Quello che però sembra essere un semplice istituto d’educazione appartato dal mondo, nasconde terribili segreti e nefandezze perpetrate dai benefattori della fondazione ai danni delle “protette”. L’Athenæum è anche il luogo in cui Medusa inizia ad avere consapevolezza di sé, dei poteri e delle facoltà che possiede e, proprio grazie a essi e alle sue Ignobilità, acquisisce un privilegio. Qualcuno sembra finalmente accorgersi di lei. È il luogo, l’Athenæum, in cui si fa sempre più forte il suo senso di vergogna, al centro del racconto, non solo per essere un abominio contro natura, ma soprattutto per avere piacere di quelle malate e crudeli attenzioni dei benefattori, delle loro nefandezze, seppur solo superficialmente, salvo poi rivelare un’intima e perenne insoddisfazione. Ma vergogna anche per ciò che le sue Orchesse sono in grado di fare, per il male che sono in grado di diffondere, forse lo stesso che lei è stata costretta a subire per troppo tempo, per la forza con cui guidano i suoi gesti e tutti i suoi comportamenti e la crudele sazietà che traggono da essi.

Trovo che una tale ipocrisia sia mille volte più mostruosa delle deformazioni delle protette: queste sono le parole che Medusa usa per descrivere le orribili torture cui i benefattori, uomini rispettabili agli occhi della società e di alto rango, sottopongono le protette, umiliandole al solo scopo di trarne giovamento, di divertirsi con giochi bambineschi, marachelle e derisioni continue. Ma è proprio grazie a uno di loro che abbandona l’istituto e, coperta da spessi occhiali, conosce le innumerevoli facce e forme dell’umanità e dei luoghi, lei che non aveva mai avuto l’audacia di alzare il capo.

Quello raccontato da Desjardins è anche il percorso che porta Medusa ad accettare di essere una mostruosità, e che sia proprio questo che la rende speciale, donna e invincibile, lei che è stata ripudiata dalla famiglia e abituata a nascondersi e vergognarsi di ciò che è.

La vergogna mi aveva plasmata: questa la conclusione a cui Medusa arriva in un racconto che l’autrice lascia fare a lei stessa, quando condivide con il suo interlocutore la sensazione di non essersi mai vista completa perché ha lasciato che il giudizio altrui la disegnasse nelle forme che gli altri vedevano per lei, e non per ciò che è realmente. Poi lo stato d’inferiorità che l’ha inghiottita per anni sembra placarsi, nel trovare accoglienza e comprensione. Guardarsi allo specchio non è più così mostruoso se ci si riconosce.

È coraggioso mettere al centro del proprio libro la mostruosità e la vergogna per il proprio corpo, in un mondo che quotidianamente stabilisce per noi canoni estetici a cui aderire passivamente. E l’audacia dell’autrice va premiata ancora di più per la scrittura scorrevole, coinvolgente, empatica, ma soprattutto schietta e trasparente. Le sofferenze e la vergogna non vengono mai edulcorate, perché sono temi che riguardano tutti, nessuno escluso. Perché siamo sempre il mostro di qualcun altro. Ma soprattutto siamo il mostro di noi stessi, quello più temibile e spietato.

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