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Martina Benedetti: «Simbolo della lotta al Covid, mio malgrado. Combatto disinformazione e racconto nuove storie»

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
27 Febbraio 2023
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Martina Benedetti è l’immagine della prima ondata di Covid-19 in Italia e in Europa. Era il 10 marzo 2020 quando un suo lungo post su Facebook scuoteva le coscienze di quanti nella pandemia di Coronavirus ancora vedevano solo un pretesto per le limitazioni che impattavano sulla propria libertà. L’infermiera toscana mostrava il suo volto stravolto da ore e ore in primissima linea, tra pazienti da intubare, bronco-aspirazioni, e il segno della mascherina indelebile sul giovane viso. Già allora, quando l’incubo che avrebbe sconvolto, poi, il mondo era solo all’inizio, Martina Benedetti lottava contro la disinformazione e il mancato senso di responsabilità delle persone.

Attraverso quella foto destinata alla mamma, l’infermiera raggiunse un numero impressionante di persone. Furono oltre 50mila le condivisioni di quel suo sfogo, oltre 200mila i like. Tanti, tantissimi, però, erano anche i commenti che stonavano con quello straordinario abbraccio di solidarietà e riconoscenza. Da quel giorno, Martina Benedetti in servizio presso l’ospedale di Massa è diventata portavoce di tante battaglie.

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Da piccola volevo fare la scrittrice di libri per bambini. Si chiudeva così quel suo lungo sfogo. Oggi, a distanza di due anni da quei momenti drammatici, Martina ha presentato il suo primo romanzo al Salone Internazionale del Libro di Torino. L’abbiamo raggiunta e intervistata.

Ti sei trovata, forse tuo malgrado, a essere l’immagine della prima ondata di Covid. Rimbalzava ovunque la fotografia di te con quel segno evidentissimo della mascherina portata in viso per un’intera giornata in corsia. Come hai vissuto quei momenti e come ti senti a essere associata a quei giorni drammatici?

«Hai detto bene, mio malgrado. Non potevo immaginare che quel selfie sarebbe diventato virale, uso questa parola anche se non vorrei. La foto era stata scattata per mia mamma, giacché ero barricata da un po’ di giorni in ospedale e avevo deciso di interrompere i contatti a casa per salvaguardare i familiari, non la vedevo da settimane. Era la mattina della mia prima, vera, notte Covid. Ricordo che il giorno prima tutto taceva, ma di un silenzio strano, che sembrava preludio della catastrofe. Montai di sera, alle 22, e vidi il reparto completamente trasformato. Da un momento all’altro dovevamo vestirci in maniera totalmente diversa da come eravamo abituati, senza che nessuno ci spiegasse come fare, avevamo visto solo delle procedure online, una cosa diciamo fai da te. In quell’istante, a parte la paura e lo sconforto – superati grazie ai miei colleghi – avevo necessità di comunicare all’esterno cosa stesse succedendo e la prima persona a cui pensai fu mia mamma che, intanto, mi chiamava disperata, in lacrime. Poi sono tornata a casa, ho fatto una doccia e ho scritto quel lungo post. Inizialmente non intendevo aggiungere anche la foto, perché quel racconto descriveva molto bene come avevo passato la notte però, mi sono detta, perché non far vedere noi in che condizioni lavoriamo, cosa sta realmente succedendo? Anche perché noi in Italia siamo stati, dopo la Cina, i primi ad avere il boom di contagi. Inoltre c’era in giro un atteggiamento di sottovalutazione, ricordo anche le parole del medico di Malattie imbarazzanti (Christian Jessen – ndr): “Gli italiani stanno cercando una scusa per fare la siesta”».

Anche la dottoressa Gismondo del Sacco di Milano parlò del Covid come di un’influenza…

«Molte persone, anche molti colleghi, sono cadute in un tranello simile. La portata della cosa ha sorpreso un po’ tutti. Ti dicevo, ho messo la foto, premuto il pulsantino e sono andata a letto. Quando mi sono svegliata, il cellulare era pieno di notifiche, completamente bloccato, non riuscivo ad aprire più alcuna app, è stato devastante. Hanno iniziato a chiamarmi da tutte le parti del mondo».

Ciò che apprezzo di te è che non hai tirato i remi in barca. Voglio dire, era chiaro che il tuo intento non fosse diventare mediatica, eppure, una volta accaduto, ti sei presa la responsabilità di dire io c’ero e ho visto cose che tutti voi state sottovalutando. Ho letto alcuni tuoi articoli sui giornali, delle discussioni con chi dubitava di misure di sicurezza, poi dei vaccini, persino dell’esistenza del virus. La tua reazione è stata una sorta di dovere o non volevi rischiare di passare per chi approfitta di una situazione che l’ha messa inevitabilmente al centro dell’attenzione? Come l’hai vissuta?

«L’ho sentita come qualcosa da dover fare, è stata una forza motrice interna. Ho anche scritto un instant book a mo’ di liberazione. Esternare quello che mi stava accadendo mi ha aiutato tanto. Ricordo quando ne parlai allo psicologo, mi disse stai facendo un’auto-coscienza dell’anima, scrivere è la tua terapia. Non ho mai mollato. Di ondate ne abbiamo avute una seconda, poi una terza, brutte, lunghe, che si sono sovrapposte. Poi sono arrivati i vaccini e abbiamo cominciato a vedere la luce. Non mi sono mai spostata di un centimetro rispetto alle mie posizioni, sono sempre andata avanti e, soprattutto, ho sempre cercato di argomentare, a livello scientifico, ciò di cui mi dicevo convinta, facendo anche emergere la figura del professionista sanitario infermiere, spesso bistrattata. Ho sempre cercato di stare in prima linea. Sono stata bersagliata, soprattutto perché sono giovane e sono una donna, come se non avessi autorevolezza. Mi sta molto a cuore di come si parla dei dati in televisione e vedere come certe informazioni venissero distorte era qualcosa che non potevo sopportare perché oltre a studiarlo da un punto di vista teorico, io lo vivevo quotidianamente, sulla mia pelle».

E fa impazzire che possa esistere qualcuno che ne voglia parlare per raccontare una propria versione di una realtà che, però, non esiste…

«Esatto. Pensare di avere, in uno studio televisivo, un contraddittorio con Povia per me è una cosa allucinante! Non condanno un dibattito sulla vaccinazione, ma immagino un confronto che sia costruttivo».

Una cosa è avere dei dubbi, avere paura, un’altra è mettere in discussione ciò che ci ha, probabilmente, permesso di arrivare al 2022 in questa condizione di ritrovata serenità. Mi spaventa non tanto il dibattito sui vaccini quanto la semplicità con cui si contesta l’evoluzione scientifica. Inoltre, lo hai detto tu prima, credo tu sia stata attaccata spesso anche per il tuo essere donna, con commenti vergognosi, ciononostante hai sempre reagito colpo su colpo.

«Non solo. Sono stata attaccata anche perché appartengo a una categoria considerata di scarsa rilevanza professionale. Qualcuno, negli studi televisivi, pensando di farmi un complimento mi ha detto parli come un medico. Questa frase dimostra l’ignoranza, a livello sociale, che si ha verso l’infermiere. Le persone si aspettano che siamo quelli di anni e anni fa, con la terza media, che andavano a fare il corso per essere stipendiati. La verità è che siamo laureati con una specializzazione post-base importante e, allora, ho sentito di dover portare avanti varie battaglie, quella sulla verità dei dati, di genere, ma anche quella professionale».

Come si coniuga tutto questo con la passione per la scrittura? Spesso si crede che il rigore scientifico non possa avere un animo sensibile e letterario. Invece, tu hai appena pubblicato un romanzo.

«È brutto da dire così, ma esiste una me pre-pandemia. Ora, magari, è venuta fuori mediaticamente, ma io ero Martina Benedetti anche prima, con le cose che mi motivavano, e scrivere è una passione che coltivo praticamente da sempre. Avevo romanzi nel cassetto da anni e anni, mai pubblicati. Il Covid mi ha fatto vedere letteralmente la morte in faccia, soprattutto durante la prima ondata, quando ho visto morire più persone in due mesi che durante tutta la mia carriera. Ho riflettuto sul fatto che la vita può essere sconvolta da un momento all’altro e mi sono detta perché no? Così ho avuto questo stimolo a far diventare la mia passione un qualcosa di più».

Ce lo racconti questo libro, Fushimi Inari?

«Fushimi Inari è il libro con cui sono qui al Salone di Torino con la casa editrice Il giovane Holden. Si tratta di un romanzo ambientato tra New York e il Giappone, nella città di Kyoto, che ho visitato in passato e da cui ho raccolto tante emozioni positive. La storia nasce lì, mentre salivo a questo santuario shintoista che dà il titolo al libro. I protagonisti sono due giornalisti che devono raccontare altrettante verità. In una storia ci sono sempre almeno due versioni della stessa. In questo caso, al centro c’è uno scandalo politico che scoppia in seguito a uno stupro. Abbiamo da un lato Sophie, che difende a mezzo stampa il senatore coinvolto nel caso, e Dave, che invece lo accusa. Due vite opposte, due personalità differenti che per qualche motivo che non racconteremo si ritroveranno a Kyoto e lì la storia passerà da un carattere investigativo a uno introspettivo».

Qual è, allora, la (doppia) verità in merito alla te scrittrice? Nel tuo libro si incrociano una sfera politico-sociale e quella romantica. Dobbiamo aspettarci altro dalla tua penna?

«Sicuramente non mi fermerò a questo romanzo. Sto ricevendo i primi pareri dei lettori, i feedback sono positivi. C’è tanto di me, le domande sulla società, su se stessi, sulla ricerca di sé anche tramite elementi mistici, investigativi».

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