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Crisi coronavirus: il pericolo della cattiva comunicazione

Nei giorni di emergenza, che si tratti di questioni piccole o grandi, l’elemento che gioca un ruolo fondamentale nella gestione delle crisi è la comunicazione. Ne stiamo sperimentando gli intensi effetti proprio in questi momenti di grande tensione in cui, tra paura del contagio e necessità di contenerlo, il modo in cui le informazioni sono veicolate sta, forse, impersonando un pericolo più grande di quello rappresentato dal temuto COVID-19.

Come sempre, la condotta degli attori mediatici è in grado di fare il bello e il cattivo tempo sull’opinione pubblica e, in questo caso, sulle reazioni dei cittadini alle situazioni emergenziali. Nelle ultime settimane, infatti, si sono spese innumerevoli parole sui titoli allarmisti o altamente imprecisi di alcune testate, soprattutto considerando che un’informazione orientata al click o al sensazionalismo non ha fatto altro che alimentare la paura e il razzismo nei confronti dei presunti portatori del virus – spingendo, di conseguenza, a sottovalutare le fonti di contagio. Si è ampiamente discusso della mala informazione pressoché agghiacciante e sono state innumerevoli le critiche ai giornali considerati dai principi discutibili ma, forse, non sono solo loro a incarnare il vero problema di questa crisi comunicativa ancor prima che sanitaria.

D’altronde, che il quarto potere possa apparire parziale è il calcolato prezzo che la libertà d’espressione comporta, ma la varietà dell’informazione dovrebbe più o meno scongiurarne gli effetti distruttivi. È anche vero che il sistema mediale fa da tramite nella relazione tra sistema istituzionale e cittadini e, in un certo senso, guida l’azione politica tanto quanto le reazioni degli elettori, ma non è dei media il ruolo centrale, non sono i media a dover rimediare ai problemi in situazioni eccezionali come quella che il coronavirus ha scatenato. In questi casi, sebbene sempre veicolati dai mezzi di comunicazione, coloro che hanno il delicato ma fondamentale compito di gestire la comunicazione, di garantire messaggi esemplari, sono gli esponenti del potere politico.

L’emergenza sanitaria in corso, l’esigenza di educare i cittadini alle giuste decisioni, l’investimento di forze e risorse, non solo dipendono totalmente dalle decisioni politiche, ma anche dal modo in cui i vertici del potere gestiscono la comunicazione. E le modalità scelte dal sistema politico mondiale sono piuttosto instabili. Allo scoppio dei contagi, come spesso capita, è seguito lo scoppio di un’infodemia, un’epidemia di mala informazione identificata dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità come minaccia tanto grande da concorrere con il nuovo coronavirus. E l’esplosione del panico generale e le conseguenze sul contenimento del virus, come successo in Italia, erano tanto prevedibili quanto contenibili. O, almeno, lo sarebbero state se le istituzioni avessero giocato meglio il proprio ruolo.

Non è tanto l’incertezza dell’azione il problema, non è l’impossibilità di fornire dati certi da parte della scienza a rappresentare il principale dilemma che non ha sedato, ma anzi ha alimentato l’isteria di massa. Il vero problema, il più grande errore, è stata la mancanza di tempestività e l’assoluta assenza di coesione da parte della fonte della comunicazione istituzionale. Il perfetto riassunto di tale incapacità gestionale è sintetizzato nella giornata di mercoledì 4 marzo, quando la decisione sulla chiusura delle scuole è stata confermata e smentita così spesso da perdere completamente legittimità. Che fonti governative condividano una notizia, lasciando che sia ampiamente riportata da testate e agenzie di stampa, la smentiscano immediatamente dopo, per poi confermarla a fine giornata, rappresenta un susseguirsi di scelte e di azioni tanto maldestre da privare totalmente di fondatezza le decisioni agli occhi degli italiani.

I cittadini, alle prese con le conseguenze che la diffusione del virus ha sulla vita quotidiana, non devono essere rassicurati o allarmati con dati falsi o informazione distorta. Hanno solo bisogno di sapere che chi prende decisioni per loro e per la loro salute le prenda nel modo più razionale e oculato possibile. L’altalenante siparietto sulla chiusura delle scuole e la conseguente distanza presa dal mondo scientifico rispetto alle decisioni del governo ha creato nella popolazione il dubbio di non essere in buone mani e la fondatezza di tali decisioni è stata sottovalutata dagli individui, correndo il rischio che le norme dettate fossero ignorate e il contenimento fallisse.

A tale ambiguità, si è aggiunta la mancata coesione da parte di un potere che dovrebbe rispondere con un’unica voce. Ma, come ormai d’abitudine per la nostra classe politica, alle varie fazioni piace approfittare delle crisi per insistere sulle debolezze dei propri avversari perché vige la convinzione che si possa vincere solo screditando il prossimo. Non raramente, infatti, nel corso di queste gravose settimane, gli esponenti dell’opposizione hanno cercato di distruggere l’immagine già traballante del governo per accrescere la fiducia nei loro leader. E se a tale ambiguità si aggiungono gli strafalcioni dei Presidenti di Regione, che indossano mascherine davanti alle telecamere o accusano i cinesi di discutibili abitudini alimentari, la legittimità del potere politico non può che crollare a picco.

Situazioni di questo tipo si verificano quando le autorità, che hanno incarichi pubblici e hanno il compito di gestire ogni sorta di situazione, si intersecano con i partiti, le fazioni, gli interessi, cioè soggetti semi-pubblici – e quindi anche un po’ privati – che hanno delle finalità politiche. L’incontro di queste due dimensioni rende meno chiaro il compito del potere, che con la sua ambiguità si delegittima da solo dimostrando ai cittadini, agli elettori, di non agire per il loro bene ma per il proprio tornaconto.

Le gravi, gravissime conseguenze di tali contraddizioni sono arrivate appena pochi giorni fa, in particolare dopo la notizia trapelata in anticipo della chiusura della Lombardia e dopo la fuga di tanta, troppa gente dai luoghi a maggior rischio. L’unico modo che il governo italiano ha di tenerci al sicuro, di convincerci a fare la cosa giusta, quindi, è infondere fiducia, convincerci a collaborare non per il nostro bene, ma per quello di tutti, di agire non per il singolo ma per la società. Creare coesione, senso nazionale, anzi senso mondiale, senso umano. Convincerci a sacrificarci per il prossimo, a costo di dover fare qualche sforzo in più, ognuno nel suo piccolo, anche senza garanzia che il sacrificio torni indietro. Perché, forse, è il solo modo per contenere la pandemia, per placare le masse ed educare i cittadini ai giusti comportamenti di prevenzione.

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