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Marina Sarracino e il suo “L’arcobaleno negli occhi”

Francesca Testa di Francesca Testa
20 Gennaio 2020
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Se la città in cui Alissia e gli altri vivevano fosse stata un colore, un colore soltanto non sarebbe bastato a definirla. La animavano più tinte di quelle che si riflettono sull’arcobaleno o di quelle disposte sulla tavolozza di un pittore o, ancora, di quelle che riempiono una palette di ombretti. Era una città ricca di sfumature a volte brillanti e a volte cupe, era la loro Casa. Era gialla come il sole che la illuminava al pari di una radiosa lampadina; azzurra come il cielo mite che le faceva da soffitto; grigia come la polvere che si accumulava lungo il pavimento delle sue strade e come quei ciottoli simbolo della sua storia antica; nera come gli angoli bui da cui era difficile ripulire le macchie che la sporcavano; rossa, bianca e verde come i prodotti genuini che riempivano le sue tavole; blu come il mare in cui si specchiavano i vetri delle sue finestre; rosa come i visi dei bambini che la abitavano; era oro, argento e bronzo come la tradizione ricca che si leggeva sulle sue mura. Era un caos che poteva trasformarsi a volte in festa e a volte in tempesta. 

Questo è soltanto un estratto de L’arcobaleno negli occhi, il primo romanzo, edito da L’Erudita, di Marina Sarracino, giovane autrice che ho avuto il piacere di intervistare.

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Qual è il ruolo della scrittura nella tua vita?

«La scrittura ha da sempre un ruolo centrale nella mia vita: è l’espressione libera e incondizionata della mia anima, una valvola di riflessione e di sfogo, un convertitore della mia creatività in forma viva e tangibile. Ho sempre preferito allenare la fantasia, facendo sollevamento della penna o step delle dita sulla tastiera, piuttosto che i muscoli in palestra. La passione per la scrittura mi accompagna sin da bambina, sotto forma di componimenti poetici e di racconti. Diversi anni fa, poi, ho cominciato a scrivere romanzi, cercando di fissare sulla pagina le scene in movimento nella mia testa. Oggi scrivo anche molto della mia città, Napoli, su alcuni siti web dediti all’informazione e alla valorizzazione turistica.»

Com’è nato L’arcobaleno negli occhi? 

«L’idea di questo romanzo nasce come convergenza tra una serie di elementi: la voglia di raccontare di storie di amore e di amicizia fatte di autenticità e lealtà, che non si fermano davanti a verità troppo scomode e che quindi parlano di solidarietà; quella di dare risalto a una particolare fase della crescita, come l’adolescenza, in cui le influenze provenienti dal mondo esterno sono amplificate e in cui individuare punti fermi e valori positivi, senza avere timore di mostrare le proprie fragilità, è fondamentale. L’arcobaleno negli occhi è una storia che ha per oggetto le emozioni e che mette in gioco i sentimenti, i cui protagonisti coinvolti attraversano vicende profonde e contrastanti. Il loro percorso li porterà talvolta in alto, come a toccare le stelle, ma anche in basso, nei baratri in cui la vita, o noi stessi, a volte ci lasciamo sprofondare. Il mio scritto vuole essere per me un modo di vedere, di pensare, un approccio alla vita non utopico ma di ispirazione ottimistica, genuina, sana. La scelta di guardare a rapporti e a valori positivi.»

L’arcobaleno negli occhi è il primo libro che hai scritto? 

«No, ma è il primo dei miei romanzi a essere stato pubblicato. Il primo che ho composto, invece, un romanzo thriller intitolato Amore e Mistero a Villa Roseto, è stato editato proprio in questi giorni e sta partecipando a un concorso. A ogni modo, sono molto affezionata a tutte le storie e ai personaggi dei miei romanzi, li considero come dei figli.»

Nei personaggi, ma soprattutto nella giovane Alissia, c’è un po’ di te?

«Credo che probabilmente più di un personaggio possieda qualche tratto che mi appartiene, mentre altri magari rappresentano persone che vorrei incontrare. In Alissia mi rispecchio parzialmente: lei, come me, è cresciuta come una principessa, ovattata da un clima familiare protettivo quanto un nido e poco avvezza a “sporcarsi le mani”. Poi l’illusione di una vita perfetta si frantuma e subentra la necessità di un cambiamento, che la farà crescere mettendola alla prova e che la migliorerà. Le attribuiscono il colore rosso, rosso come la passione, come l’energia e come quel tratto di irascibilità che la contraddistingue. Mi ci rivedo abbastanza, ma il mio colore è decisamente il rosa.»

Come mai i colori assumono un ruolo così importante nel tuo libro?

«I colori hanno effettivamente un ruolo primario nella narrazione: descrivono i vari personaggi coinvolti associandosi a essi in base alle loro personalità o agli umori, scandendo emozioni e vicissitudini. Descrivono anche la città di mare dalle mille sfumature che fa da sfondo a tali vicende. Al di là della veridicità fondata della corrispondenza della tonalità preferita con la personalità, i colori sono ciò di cui i nostri occhi si circondano, influenzano le nostre giornate, condizionano le nostre scelte, provocano sensazioni ed emozioni. Sono vita: cielo, terra, mare, persone. Ma come si potrà comprendere leggendo il romanzo, all’arcobaleno non attribuisco un’accezione soltanto visiva.»

A proposito della città in cui è ambientata la storia, mi sembra di intuire che si tratti della nostra, di Napoli. Come mai la scelta di non palesarla in modo esplicito?

«Sì, è vero, ho riportato diversi riferimenti alla nostra terra senza mai nominarla. Napoli è una città a cui vengono attribuite tinte brillanti e anche cupe, che mi piacerebbe si raccontasse con l’evidenza del mio romanzo. Il mio obiettivo non è né quello di tesserne le lodi, né di evidenziarne le criticità, ma solo di accennare alcuni dei suoi tratti, che magari la rendono riconoscibile. Vorrei sempre che si guardasse a essa con occhi privi di pregiudizio, ben disposti a cogliere le sue mille meraviglie.»

Anche la musica sembra avere una sua presenza nel tuo romanzo…

«Uno dei messaggi di cui si fa portatore questo romanzo è quello di coltivare le proprie passioni. Mentre Alissia danza sulle note della musica classica, Diego, il protagonista maschile, è un accanito fan di un rapper chiamato Urlo90. Si tratta di un personaggio frutto della mia fantasia, così come le sue canzoni “mute” perché solo leggibili sulla carta. Ho riportato parte dei testi a cui il lettore può dare una libera interpretazione musicale e mi piace pensare che possa essere così, che li si legga “cantando”.»

Quali credi siano le tematiche più importanti che il tuo romanzo attraversa?

«Come accennavo prima, una di queste è l’amicizia. Viviamo in un’epoca sempre più social, in cui a volte i rapporti umani si perdono o diventano labili, in cui l’interesse verso un amico viene dimostrato da un like apposto a una sua fotografia o al massimo da un come va? abbozzato su WhatApp. L’arcobaleno negli occhi, invece, racconta una storia di amicizia vera e leale. Un altro pilastro è indubbiamente la famiglia, primo riferimento nella vita. Le famiglie dei due protagonisti incidono in maniera decisiva nelle loro esistenze, essendo pilastro solido, come nel caso di Alissia, o albero vacillante, come nel caso di Diego. Ma come si comprenderà leggendo il romanzo, l’accezione del termine non ha una natura solo biologica, perché può essere estesa a chiunque crei un focolare profondendo amore e cura verso il prossimo. Il sentimento tra i due protagonisti è ovviamente un’altra componente portante. Nasce forse in modo superficiale o, per meglio dire, non soppesato abbastanza, come è tipico delle dinamiche giovanili, ma diventa presto profondo, disposto anche al sacrificio, come profondi sono in realtà gli animi di Alissia e Diego, entrambi sensibili, per quanto apparentemente diversi, tant’è che nel romanzo li definisco come goccia e roccia. Infine, un elemento contrapposto perché oscuro è la droga. È una tematica seria. Il consumo dell’eroina affligge e trasforma la vita di Diego…»

Che messaggio speri infine che il tuo romanzo possa trasmettere?

«Uno dei messaggi di cui vorrei si facesse promotrice questa storia è che tra tutti quegli “altri” verso cui oggi siamo sempre più diffidenti è fondamentale costruire rapporti autentici, che ci accompagnino sia camminando lungo le stelle che saltando per arginare i baratri, aiutandoci a cogliere ogni colorata sfumatura di positività. Perché – prendo in prestito il titolo di un noto romanzo – Nessuno si salva da solo. Spero che il mio libro potrà trasferirvi qualcosa di buono, che lo sentiate anche come vostro, o che quantomeno possa farvi trascorrere qualche ora piacevole.»

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