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«Maradona: Non sarò mai un uomo comune»: Gianni Minà racconta il Pibe de Oro

È in queste ore in libreria una delle tante indovinate iniziative della casa editrice minimum fax che, dopo il successo di Storia di un boxeur latino, si avvale di nuovo della prestigiosa penna di Gianni Minà nel suo ultimo omaggio al Pibe de Oro, «Maradona: Non sarò mai un uomo comune».

Il titolo del libro fa riferimento a uno sfogo del grande calciatore durante uno di quei giorni della sua turbolenta vita in cui sentiva insopportabile il peso della grandezza e delle contraddizioni della sua esistenza. Nel sottotitolo, Il calcio al tempo di Diego, c’è la sintesi del contenuto, che spazia tra le gesta calcistiche di Maradona, attraverso racconti dalla viva voce del protagonista e la presenza di Gianni Minà che, da cronista, diventò uno, se non il migliore amico di Diego, tra i luoghi che lo videro protagonista e i personaggi che nel bene, come nel male, circondarono il più grande calciatore di tutti i tempi.

Ci sono le sue origini povere ma già promettenti tirando il primo calcio a un pallone, doña Tota (la mamma), i riflettori che si accendevano da continente a continente sul ragazzino prodigio, il sogno poi avveratosi di andare al Mundial e vincerlo con la camiceta celeste claro. E, poi, i trionfi, le cadute e le risalite, Barcellona, Napoli, Cuba. La coca e i nemici, dentro e fuori dal campo. I suoi avversari politici e il suo amore per il popolo, per gli ultimi. Una serie di racconti mai banali, mai di facciata, mai presuntuosi, mai umili, mai giustificativi. Perché Diego era el más grande, non un uomo comune.

maradonaNel libro troviamo gli incontri e le interviste tra Gianni Minà e Maradona, un resoconto imparziale dell’uomo ribelle e tenero, capace di grandi slanci affettivi e di pubbliche battaglie, mai nascoste e, per questo, pagate senza chinare il capo di fronte a nessuno. C’è la visione del calcio, così come della vita quotidiana, della politica, della droga, quella consumata spontaneamente e quella subita da chi infieriva sulle sue debolezze.

Minà afferma che Diego Armando Maradona rimane la figura di atleta positivo, leale e generoso che ha saputo parlare alla gente, che lo ha amato, e al sistema, che lo ha stritolato. Il suo privato è suo e a noi non ci riguarda. Tutta la vita del Pibe de Oro è racchiusa in questa splendida iniziativa editoriale e chi ha scritto il libro sapeva di dover utilizzare parametri diversi da quelli riservati agli esseri umani.

Le interviste di Gianni Minà sono come quel bicchiere d’acqua fresca sotto il solleone che ti rigenera mente e corpo. Mai aggressivo, mai con l’indice puntato, mai censore. Delicato negli atteggiamenti e gentile pur nelle domande più scorbutiche o intime, anche trovandosi di fronte a un intervistato col quale non dividerebbe neanche quel bicchiere d’acqua. Il segreto del suo grande giornalismo sta proprio in questo approccio che rende morbido e predisposto ogni interlocutore. Minà non dà mai la sensazione di chiederti uno scoop ma alla fine lo scoop è servito, quasi spontaneamente. La gente si fida, sa che non cambierà nemmeno una virgola nella trasposizione dal parlato allo scritto.

Giornalista RAI innovativo ma mai fuori dalle righe, Gianni Minà è stato un informatore un po’ globetrotter, apparentemente turista, profondamente inviato speciale. Un uomo di grande spessore intellettuale che ha raccontato le sofferenze dei popoli più lontani e le vicende umane dei protagonisti del Novecento mettendoli a nudo.

Torinese con radici familiari siciliane si è legato negli anni profondamente a Napoli diventandone cittadino onorario: «Assegniamo la cittadinanza onoraria a un uomo coerente, credibile e che ha fatto dissolvere i confini del mondo. Gianni Minà – sottolineava il Sindaco Luigi de Magistris all’atto della onorificenza – ha le caratteristiche di Napoli, che non ama il confine, perché città di mare, perché ha radici multiculturali avendo incontrato i popoli di tutto il mondo».

Questo straordinario libro di racconti, qualcuno inedito, omaggio a un amico unico, mito, dio, quel Diego Armando Maradona che ha sentito spesso come un figlio da ascoltare con attenzione, senza il piglio del padre che sa e vuole insegnare, ci catapulta nelle baraccopoli di Buenos Aires, sui campi infangati di quelle periferie, fino alla Rambla di Barcellona, sui Quartieri Spagnoli di Napoli, sugli effimeri grattacieli di Dubai passando per Cuba umana e ghettizzata e, a ritroso, a Plaza de Mayo tra le mamme in cerca dei figli e dei mariti desaparecidos.

Un viaggio nell’intricato pianeta Maradona, l’uomo dal sinistro e, perché no, dalla mano divina. L’uomo che sapeva di aver fatto del male ma solo a se stesso, l’uomo che ha regalato la gioia e la bellezza ai quattro continenti, l’uomo sul quale si è indagato con tanto accanimento come nessun altro mai, reo di essere il numero uno, di non aver mai chinato il capo dinanzi ai potenti. L’uomo destinato a non essere mai un uomo qualunque.

Si diceva fosse un argentino trapiantato a Napoli o un napoletano nato a Baires, un po’ come Minà torinese, siciliano e poi partenopeo. Diego Maradona era di tutti, era di nessuno. Il peso enorme della popolarità che aveva da sopportare sulle sue gambe nate per calciare, colui che ha ispirato ogni arte come nessun altro nella storia, paladino e idolo dei poveri, l’odio dagli Havelange, dai Blatter, dai padroni del calcio, da Bush che non gli perdonava la sua vicinanza ai governi sudamericani che lottavano per l’emancipazione dal colosso yankee, l’amicizia con Fidel.

Eppure negli occhi di Diego si poteva ancora leggere di quel bambino con la canottiera che scomodava le troupe televisive quando danzava sul fango a Villa Fiorito. «Se Diego fosse a una cena di gala con uno smoking bianco e gli lanciassero una palla ricoperta di fango, lui la stopperebbe di petto», disse di lui un noto giornalista argentino, il suo scopritore.

Fragile con se stesso, orgoglioso all’esterno, sicuramente triste dentro pur ostentando quella voglia di spaccare il mondo che forse, o sicuramente, era la promessa di sollevare la sua famiglia dalla miseria e dalla fatica. Un impegno che gli è costato la distruzione del perenne stare sotto i riflettori. Gianni Minà ne racconta le gesta e le debolezze, i trionfi e i pianti. Racconta la divinità calcistica ma anche l’anima ferita. Diego, più volte caduto nella polvere, più volte rialzatosi con orgoglio. Usato, sfruttato, indesiderato, abbandonato.

«Questo ragazzo che ha dato tanto al football e all’allegria dei tifosi di questo sport è venuto a chiedere aiuto per la sua salute. Stupisce che pochi gli abbiano voluto dare una mano. Visto che non ci ha pensato il mondo del mercato, lo facciamo noi», le parole di Fidel Castro.

Quello edito minimum fax è un libro che si legge tutto d’un fiato e che a volte lascia senza fiato. È un libro che non si nasconde, invita a pensare con occhi neutri, non accecati dalla politica o dalla rivalità calcistica.

In un’udienza privata Papa Francesco lo accolse come uno di famiglia e ai cronisti con la puzza sotto il naso rispose: «Chi sono io per giudicare qualcuno?». Troppi invece lo hanno fatto, fino a ucciderlo, anche se si dice che un uomo non muore mai se c’è uno solo che lo ricordi. Per questo Diego è immortale e il suo prezzo per restare tale lo aveva già pagato da un pezzo.

Contributo a cura di Carlo Fedele

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