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Le ville di Napoli: le difettose delizie alfonsine

Francesca Testa di Francesca Testa
20 Novembre 2019
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il Rinascimento napoletano, che coincise con il periodo aragonese, portò nella città partenopea il ritorno del concetto classico della villa romana, secondo quanto scritto da Vitruvio. I Romani avevano appreso dai Greci il gusto del vivere in locus amoenus coltivando l’arte e la cultura e, di conseguenza, il Rinascimento spinse i regnanti, ma anche i cortigiani, a emulare quella bellezza costruendo dimore circondate dal verde. Il giardino rinascimentale, descritto da Leon Battista Alberti nei suoi trattati, prese forma sia come residenza extraurbana, anche detta luogo delle delizie lontano dalla città, sia come fattoria.

Anche se la villa, a partire dalla seconda metà del XV secolo, rappresentò un preciso status sociale, allo stesso tempo divenne un investimento produttivo ma privo di confini rigidi, come quelli legati ai giardini di epoca medievale. Il giardino ebbe il ruolo di valorizzare diventando un tutt’uno con i confini più esterni del paesaggio; spesso si articolò in una serie di terrazze collegate da scale oppure da gradinate con fontane, corsi d’acqua, pergole. Ogni elemento rappresentò la vittoria dell’uomo sulla natura, si ebbero quindi fantastici giardini del Rinascimento in cui le piante assunsero la forma di torri, animali, statue secondo i principi romani dell’opus topiarium, la cui invenzione Plinio attribuì a Gaio Marzio della fine del I secolo a.C., come hanno scritto Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza nel loro Le ville di Napoli.

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La Napoli degli Aragonesi ebbe rapporti e scambi culturali davvero interessanti con la Toscana dei Medici, ma alla base vi fu anche un solido legame di stima tra il Magnifico e i figli di Re Ferrante, Alfonso Duca di Calabria e il più giovane Lorenzo. La famiglia reale, colpita dallo splendore artistico della Firenze rinascimentale, per volontà di Alfonso, possedeva quattro bellissime ville suburbane sulla base del criterio diffuso tra regnanti e nobili di avere possedimenti diversi e godere così delle varietà dei luoghi. Tre di queste residenze, definite difettose delizie alfonsine, furono La Conigliera, oggi Palazzo Luperano, La Ferrantina e la Villa di Poggioreale. La Conigliera, secondo quanto scritto dal Celano e poi anche dal Catalani, doveva trattarsi di un casino di caccia, la zona era allora boscosa e includeva una ricca selvaggina e allevamento di conigli. I resti della villa, che si trova in vico Luperano n. 7 sotto la collina di San Potito, si riconoscono grazie alla presenza di archi e pilastri al pianterreno, ma soprattutto grazie ai due stemmi marmorei degli Aragonesi. Inoltre, alle spalle di via Pessina si può notare un grosso arco di marmo e piperno che costituiva l’antico ingresso al cortile della villa.

napoli-ville-delizieLa Ferrantina, che si trova oggi nell’area che corrisponde al Liceo Umberto, zona Chiaia, è la seconda regale residenza aragonese dove però mancava l’acqua. Il nome di questa delizia non deriva da Re Ferrantino o Ferrandino, figlio di Alfonso III ma, secondo Gino Doria, come ha scritto nel suo I palazzi di Napoli, il nome è riferito a Don García di Toledo, signore di Ferrandina in Basilicata che fino all’epoca successiva fu proprietario della tenuta. Infine, vi è la Villa di Poggioreale, considerata la più splendida delle tre delizie, anche questa voluta da Alfonso che affidò i lavori all’architetto Giuliano da Maiano che a Napoli si era già occupato di Porta Capuana e della cinta muraria. Il giardino all’italiana di questa delizia aveva una progettazione degli spazi molto classica, com’era di gusto a quel tempo, e ospitava alberi fruttiferi e ornamentali richiamando la fecondità e il piacere come nel Palazzo dell’Amore della favola di Amore e Psiche. Per questo motivo la residenza rappresenta un’opera di rilievo notevole nell’ambito dell’architettura rinascimentale.

Dalla Tavola Strozzi si nota immediatamente quanto Napoli, a quel tempo, vivesse in una condizione di benessere e sicurezza, in cui il paesaggio esprimeva l’ordine e l’armonia propri del Rinascimento, dove i giardini si estesero integrandosi tra le zone agricole e quelle urbanizzate, abbracciati poi dalle colline e specchiandosi nel Golfo, il tutto in un insieme di magnifico equilibrio e bellezza.

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